L’IMPRESA INTELLETTUALE

Immagine: 
Qualifiche dell'autore: 
imprenditrice, scrittrice

Il libro di Sergio Dalla Val, In direzione della cifra. La scienza della parola, l’impresa, la clinica (Spirali), è testo da leggere e da rileggere, per chi si accosta per la prima volta, e anche per chi ha l’esperienza analitica e cifrematica in corso. Testo di scuola, scuola senza fondamenti ma scuola di valore e della memoria in atto. Testo inapplicabile. Esige lo sforzo intellettuale, sforzo di astrazione, per fare, leggendo, la propria scrittura. Così chi, curioso e impaziente, può trovarsi nella sorpresa di dire... “questa cosa, questo termine, questo nome, questo significante, per questo verso, in questa accezione, non l’avevo colto, non l’avevo capito...” abituati come si è a ripetere le cose confezionate e pronte di senso e di sapere come verità. Dove ognuno, anche dicendo “io ascolto” cerca una conformità di ciò che ascolta con ciò che sa. Ascoltare non è voler ascoltare. Né stare a sentire.

E fischia, senza brusio senza rumore... il treno giunge. Bisogna prenderlo. Al volo. Stravolgendo l’idea di origine: “Da dove vengo?”, “Non so, più”, “Dove vado?”, “Non so, ancora”. La decisione è presa. Per questione di vita. Per ragioni di salute come istanza irrimediabile di qualità, la vita come processo di valorizzazione. Ma il viaggio della vita è senza ritorno. E un titolo universitario non basta, non dosa e non targa un lavoro in un posto sociale dove più facile giungerebbe il riconoscimento, ma trova Sergio Dalla Val inquieto, e lo convoca a Milano, al suo primo congresso, La follia, a chiedersi: “Quella psicanalisi compromessa com’era con la psichiatria e la psicologia, quale interesse poteva avere per i giovani, le donne, gli studenti che con il ’68 avevano aperto una breccia culturale e politica e non volevano rientrare nell’ideologia o nella sua radicalizzazione, il terrorismo?”. E Sergio Dalla Val, senza saperlo prima, era in cammino per divenire protagonista di un progetto e di un programma di vita, cifrante e cifratore, inventore nella città del fare, attraversata dal tempo dell’occorrenza, a Bologna, partito da Conegliano, e poi Milano, Caracas, New York, Parigi, Tokio…

Quattro anni fa eravamo insieme in Cina, in una delegazione della nostra Fondazione, a inaugurare una mostra di artisti italiani, a costruire e testimoniare sul terreno dell’Altro, con la sua ragione, quanto si stava elaborando e facendo. Cosa che esigeva il confronto, e che esige l’apertura; le cose procedono dall’apertura. La parola dicendosi evidenzia la sua ambiguità intoglibile, spinge in due direzioni ma come ossimoro consente di lasciare aperta la questione anziché tentarne la chiusura nella soluzione per tutti. E “La città del secondo rinascimento” è il titolo della rivista da lui edita e diretta, dove pubblicati sono le interviste e gli scritti di imprenditori, artisti, insegnanti, ricercatori, dove conta il contributo che ciascuno può dare alla civiltà, con un approccio intellettuale alla vita, all’impresa, alla famiglia, all’educazione, per chi non ha davanti a sé l’alternativa fra il bene o il male dell’albero della conoscenza, ma l’avvenire, dove la crisi è incessante, perché il giudizio è del tempo: è la crisi che interviene facendo, inevitabile e costruttiva perché esige l’invenzione senza abitudine.

Non per caso ma per il suo caso specifico il significante follia irrompe sulla scena del pensiero, qualcosa spicca e osa, folle il volo e, nel dirsi, funzionando, il significante si divide da sé e lascia che variazione e differenza disegnino il loro tracciato. E nomi e significanti e Altro combinandosi arbitrariamente consentono altra lettura e è così che Dalla Val s’imbatte nell’equipe di traduzione del Malleus Maleficarum, il più grande manuale dell’Inquisizione nella caccia alle streghe.

E coglie come il lapsus non abbia niente a che fare con la materia penale, come invece avevano fatto gli inquisitori, ma è materia linguistica. Si accorge, con l’elaborazione di Freud, che il lapsus evidenzia l’equivoco rilasciato dall’atto di parola parlando. Un atto complesso, perché, parlando ci sono metafora e metonimia, condensazione e spostamento, sogno e dimenticanza. Parlando, scrive Dalla Val, qualcosa cade, precipita, e il lapsus con un equivoco effettua un controsenso, mai stato prima, introduce un riconoscimento inatteso. La caduta non è morale, non diviene fatto; per questo nessuna ricaduta. Dipanare un equivoco comporta un altro equivoco senza penale perché la comunicazione resta nel malinteso. A scompaginarsi restano volontà e coscienza.

E del significante follia? Ancora Dalla Val a darci una traccia dell’elaborazione. Il Malleus mostra che l’esorcismo della follia procede dalla credenza nella possessione. Follia, da follis, pieno d’aria. Ma pieno richiama anche l’altra sua faccia: il vuoto; pieno o vuoto d’aria. Quest’aria che scompiglia carte, foglie, idee, pensieri trova gli antichi a attribuirla al folletto, al bizzarro, al cosiddetto “matto”. E salivano le risa dalle case, dalle corti, dalle vie e divertiva la piazza.

E mai nessuno avrebbe pensato d’internarli o imbottirli di farmaci. Ma un brutto giorno si è deciso che la follia dovesse essere messa al bando, lontana da occhi e orecchi disturbati da tanto ardore, fatta indossare dalla camicia di forza e, per cibo, la sostanza dello psicofarmaco, perché sulla città era calata la cappa del luogo comune, perché ognuno avesse la via facile come risposta alla sua domanda, dove ognuno provvedeva alla propria superstizione e tabù, dove ognuno era vittima della sua stessa idea. Dove vigeva l’idea nella credenza del soggetto debole, quindi malato. Una follia attribuita al soggetto anziché ammettere che ciò che disturba è l’oggetto insituabile e imprendibile e invisibile della parola. E importa allora riportare quanto a questo proposito ha scritto Luigi Pirandello: “Trovarsi davanti a un pazzo sapete che cosa significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta quanto avete costruito in voi e attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni”. Sano-pazzo, una logica binaria, logica dell’alternativa. Ma pazzo è chi crede di espungere dalla parola la follia. Modi dell’esorcismo della follia che procedono dalla credenza nella possessione. La follia posta a salvaguardia della normalità per rassicurarci. Bisogna allora separarsi dalla follia dell’oggetto rappresentandola in qualcuno perché possa divenire un aspetto della stessa razionalità sociale.

Mettere in gioco le credenze, attraversare le fantasmatiche, articolare i tabù e le superstizioni, franare i luoghi comuni, le convenzioni, i dogmatismi, le vie facili in nome di... è questa l’ironia come questione aperta. L’occasione sono i dispositivi vari, di parola, di scrittura, di lettura, l’organizzazione di eventi, i congressi, i convegni, le conferenze. Occorre rischiare. Il rischio attiene al tempo e all’occorrenza del programma e dissipa la fantasia di padronanza sul tempo ideale. Il rischio è rischio d’impresa, di riuscita. L’inconscio non conosce il fallimento, perché è nell’assoluto senza alternativa. Ricorrente, nel libro è, come un motto o un aforisma, “la nostra psicanalisi”. Non tanto per sancire una corporazione ma per dare testimonianza del “nostro” caso di cifra; cifra vuol dire qualità, dove ciascuno debutta e si trova a fare cose stra-ordinarie, con gioco, invenzione, ironia, anziché sostenere l’ognuno come caso patologico. La scommessa è trovare il modo dell’apertura intellettuale, anche, come scrive Dalla Val, quando la via sembra sbarrata, anche quando sembra che tutto sia stato fatto, detto, nella casa, nella scuola, nel lavoro, occorre trovare il modo, l’ironia del proseguimento. Quante volte? Ancora una volta, mille e una volta, perché le cose non procedono da quel che è successo, dal passato, ma dal futuro, dall’apertura. Questione di vita e di valore.