ANALIZZARE LE CRITICITÀ PER RICOSTRUIRE IN QUALITÀ

Qualifiche dell'autore: 
professore ordinario, direttore CIRI Edilia e costruzioni, Università di Bologna

Ciascun terremoto è diverso dagli altri, anche nel senso che mette in evidenza le criticità di un territorio. Nell’esperienza di collaborazione che il nostro laboratorio, il CIRI Edilizia e Costruzioni dell’Università di Bologna, ha avviato dal giorno successivo alla scossa del 20 maggio 2012 con la Protezione Civile e la Regione Emilia Romagna, abbiamo constatato molte criticità sia negli edifici prefabbricati sia nei palazzi del centro storico, confermando che il tipo di edilizia tipicamente adottato in tutta Italia è fragile. Si tratta nella maggior parte dei casi di edifici nati per portare pesanti carichi verticali, ma non in grado di prendere i carichi orizzontali: appena l’azione non è quella prevista nel progetto, come per esempio in caso di sisma, si verifica l’uscita delle travi dall’appoggio sui pilastri.

In verità le norme di progettazione in zona sismica recitano che i tegoli, le travi, i travi e i pilastri devono essere collegati fra loro, ma così non era in Emilia: nell’area industriale di Mirandola, per esempio, il 60-70 per cento degli edifici industriali da noi valutati ha subito gravi danni, quando non si sono verificati letteralmente dei crolli. 

Chiaramente, già le primissime ordinanze, così come i decreti emanati dal Consiglio dei Ministri, hanno evidenziato la necessità di mettere in sicurezza gli edifici, collegando tegole su travi e travi su pilastri e ancorando i pannelli di tamponamento. Da qui abbiamo preso spunto per sviluppare nuove tipologie d’intervento, che hanno richiesto decine di incontri con gli ordini professionali, finché, entro luglio 2012, la maggioranza dei tecnici ha potuto usufruire di corrette indicazioni e di adeguati capitolati d’intervento. In seguito sono emerse anche soluzioni più raffinate, come il dispositivo che abbiamo sviluppato in ottobre dell’anno scorso con l’Università di Bologna, che consente di dimensionare il collegamento trave-pilastro. 

Un altro settore di grande criticità era quello delle pannellature di tamponamento, solitamente collegate alle strutture portanti trave-pilastro, collegamenti che non erano in grado di sopportare sollecitazioni trasversali. Nonostante siano stati sviluppati sistemi più sofisticati, il 90 per cento dei collegamenti utilizzati è ancora di questo tipo e i risultati sono evidenti: quando si muove il capannone si strappano anche i collegamenti. Quindi, le prime due problematiche urgenti che abbiamo affrontato riguardavano la modifica dei collegamenti dei tamponamenti delle strutture portanti nei capannoni. Questo problema non è limitato alla zona del cratere, dove si è posto l’obbligo per legge di eseguire queste modifiche, ma deve diventare una lezione per tutti i professionisti e i proprietari di edifici di tipo industriale in Italia. 

Se l’intervento su un edificio prefabbricato è abbastanza semplice, quello su un edificio in muratura richiede invece un’analisi approfondita delle sue caratteristiche e dei suoi materiali: purtroppo, spesso il professionista rimanda alla fase di esecuzione dei lavori una conoscenza migliore dell’edificio, mentre dovrebbe essere proprio tale conoscenza a governare il progetto, anche per evitare modifiche in corso d’opera e costi aggiuntivi. Una delle criticità emerse nei nostri centri storici consiste nel fatto che molte costruzioni in muratura sono realizzate con doppi paramenti non legati. E questo non solo nei casi in cui sono presenti ampliamenti, ma anche come tecnologia costruttiva originale. 

Considerando che l’ultimo terremoto di grande entità risaliva a cinquecento anni fa, le case avevano i tetti spingenti, per cui, con le sollecitazioni orizzontali delle scosse, non solo hanno provocato una catenaria di spinte sulle facciate, ma hanno letteralmente spinto le facciate all’esterno. Si dice che la memoria trasmessa da un capomastro all’altro si perde quando trascorrono più di cento anni dall’ultimo sisma. Non a caso in Umbria, dove i terremoti sono più frequenti, non esistono architravi con i mattoni semplicemente appoggiati di taglio, come quelli diffusi in Emilia. Per non parlare della scarsa qualità muraria degli edifici costruiti a partire dal 1650 circa, con l’utilizzo di mattoni, spesso non cotti, e soprattutto di malte di argilla o di altri materiali non meglio identificabili. 

Togliendo l’intonaco, si può leggere il tipo di tessitura muraria e si possono individuare le masse murarie e le aree resistenti per capire come intervenire: spesso si trovano fessure che viaggiano in direzione verticale per la presenza di lavorazioni come l’inserimento di canne fumarie che tagliano in due le pareti, riducendo enormemente la resistenza. 

Per il rinforzo di strutture in cemento armato, nel recupero di pilastri, nodi e travi, le tecnologie più avanzate sono le fasciature in composito. In condizioni ottimali si può applicare un FRP con resina epossidica. Queste tecnologie sono sovente utilizzate anche per le murature, in particolare sulle volte, sia all’intradosso sia all’estradosso, dove la qualità muraria di solito è sufficientemente buona per consentire l’uso di queste tecnologie.

Anche nel rinforzo di edifici rurali, si possono utilizzare materiali che riescano ad ancorarsi alla muratura attraverso una malta cementizia o base calce. La malta agirà sia come elemento di incollaggio sia come elemento di aderenza rispetto al materiale composito applicato. 

È una tecnologia che gode del favore dei professionisti, perché semplifica la messa in opera, anche su superfici non regolari, però deve essere eseguita con attenzione. L’aderenza delle fibre alla malta non è scontata, ma risulta fondamentale per ottenere un risultato ottimale. Se non si realizza una buona adesione fra malta e rinforzo il risultato è nullo: alcuni materiali funzionano bene, altri meno. Per questo motivo, presso il CIRI Edilizia e Costruzioni dell’Università di Bologna, sono stati avviati importanti studi su questo tema, all’inizio del 2012, che hanno già portato a importanti risultati.

*** L'articolo di Marco Savoia è tratto dall'intervento al tavolo di lavoro Restituire l'Emilia in qualità, (Villa Cavazza, Bomporto, 25 ottobre 2013), organizzato da ANCE Modena, Ardea Progetti e Sistemi, Confcommercio Imprese per l’Italia Regione Emilia Romagna, “La città del secondo rinascimento”.