L'UCRAINA E LA "FAVOLA EUROPEA"

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Artista Emerito dell’Ucraina, Premio Dolgorukij, Premio Adelina della Pergola, autore di libri e pièce tradotti in decine di lingue

Ogni giorno approdano in Ucraina funzionari dell’Unione Europea e senatori americani. Dopo aver espresso per l’ennesima volta la loro preoccupazione, se ne tornano a casa convinti di aver fatto qualcosa di utile e necessario, sebbene sui loro visi si legga la malcelata irritazione di chi reputa sconveniente togliersi in pubblico il sassolino che gli è entrato nella scarpa.
Ogni giorno nell'Ucraina orientale rimbombano salve di artiglieria, circolano carri armati riverniciati dell’esercito russo, la gente muore. E questa si chiama “tregua”. Sempre là, nell'Ucraina orientale, si contano a decine gli “osservatori” dell’Unione Europea che presentano gravi problemi di udito e di vista: non sentono le salve di artiglieria e non vedono chi spara né da dove.
Ogni giorno centinaia di sensitivi, di politologi, di blogger e di “attivisti” informano la società su cos'ha in mente Putin, come se appena ieri, davanti a una tazza di tè, avesse raccontato loro quali sono i suoi piani.
E ogni giorno il gruppo dirigente del paese ribadisce testardamente il mantra della via per l’Europa imboccata con fermezza dall'Ucraina.
D'altronde, non manca qualche piccolo motivo di gioia. Ad esempio, alle scorse elezioni per la prima volta in cent’anni i comunisti non sono passati, e per la prima volta in questi ultimi anni non ce l’ha fatta nemmeno la destra estrema. L’unico cucchiaino di fiele nel barattolo di miele del parlamento è costituito dalla nuova investitura parlamentare di alcune decine di seguaci di Janukovič ripropostisi come “patrioti”, che guardano speranzosi a Est in attesa che l’esercito russo rimetta celermente “ordine”. L’aspetto positivo finisce qui, e considerato che il debito pubblico cresce non di giorno in giorno, ma di ora in ora, che la valuta nazionale scivola lentamente in un baratro, che il paese dipende interamente dall'aiuto finanziario internazionale, è chiaro che c’è poco da stare allegri.
Certo, la via europea è l’unica giusta per l’Ucraina. Mentalmente e storicamente l’Ucraina appartiene all'Europa, e di tanto in tanto con la testardaggine di un bambino scende in piazza per incalzare l’ennesimo furfante che ha convinto il paese a prendere una direzione diversa. Ma io ritengo che da noi si abbia un’idea oltremodo primitiva di che cosa siano l’Europa e lo stile di vita europeo. E non si tratta della corruzione, penetrata solidamente nel corpo del paese: la corruzione esiste anche in Europa. Non si tratta solo della promessa libera circolazione nello spazio europeo: chi ha voglia di viaggiare non incontra particolari ostacoli. Il problema consiste nel fatto che nel corso della storia l’Ucraina non si è mai data un ordinamento statale autentico, con divisione dei poteri, un proprio esercito e una solida base finanziaria. Gli ultimi vent'anni di indipendenza non sono stati altro che i primi passi di un bambino che ogni tanto si aggrappava a una mano tesa, per non cadere. Proprio nel mancato tentativo di darsi un ordinamento statale si celano i più gravi problemi del paese, fermo all'enorme crocevia europeo in attesa di una guida che lo conduca dall'altra parte della strada. Chi sarà la guida, ed è poi necessaria?
La comprensione del livello di vita e dei principi europei, di tutto ciò di cui vive la popolazione dell’Unione si riduce, per la stragrande maggioranza degli ucraini, all'avvincente viaggio in un paese da favola, e nel contempo alla fuga da casa, dove tutto è malmesso e in rovina. Nessuno riflette sul fatto che l’Europa va costruita innanzi tutto in casa propria, che a Kiev non giungerà la Merkel con la scopa e Obama con la paletta a ripulire la nostra immondizia. Non abbiamo voglia di sbarazzarcene da soli, però vogliamo stabilirci nella casa europea, sia pure come locatari, sia pure temporaneamente, purché spesati di tutto.
Vent'anni fa, durante la mia prima visita in Italia, ho conosciuto miei connazionali entrati nel vostro paese con ogni mezzo, lecito e illecito, in cerca di lavoro. La maggioranza di essi vi era giunta clandestinamente, con visti turistici. Nel giro di dieci anni erano aumentati di numero, avevano stabilito dei contatti, e l’Italia aveva dovuto regolarizzare la loro posizione, rilasciando loro l’ambito permesso di soggiorno. Oggi molti hanno perfino ricevuto la cittadinanza, dopo aver creato famiglie miste, comprato un’abitazione e facendo arrivare in Italia dall'Ucraina i loro parenti fino alla terza generazione. Non so se gli italiani siano contenti di questo stato di cose. Penso che, rispetto ai fuggiaschi che arrivano via mare a Lampedusa, gli ucraini non siano la peggiore variante di manodopera a basso costo. Un’altra cosa mi preoccupa. In prevalenza i nostri connazionali (stando al calcolo degli esperti, non meno di centomila ucraini lavorano in Italia) sono approdati nel vostro paese solo per un certo tempo, per farsi un gruzzolo per la vecchiaia, per l’educazione dei figli. Ma quanti sono tornati? Pochissimi. Già dieci, quindici anni fa, incontrando i miei connazionali durante le mie brevi visite in Italia, avevo capito che non sarebbero mai tornati in Ucraina. E non si tratta di soldi, adesso anche da noi si può guadagnare non male. Si tratta di qualità della vita. Di ciò che chiamiamo sicurezza sociale, trionfo della legalità, prospettive stabili. Niente di più facile! Datevi da fare, create in casa vostra una simile società, e venite a Milano come ospiti, a frequentare musei e teatri. Macché! Costruire una società civile è più difficile che edificare il Colosseo o scavare il canale di Panama, ma ciò che conta è che da noi a costruire saranno in tre, mentre trenta daranno cattivi consigli, osservando dal di fuori. Meglio arrivare dove tutto è bell'e fatto, cercare di mettervi radici e integrarsi.
Ed è qui che deve iniziare l’assolo del governo ucraino che ha recentemente ricevuto dal popolo un mandato di fiducia. Se in tempi brevissimi non verranno fatte le riforme, non si cacceranno in prigione i concussori, non saranno create le condizioni per la piccola e media impresa, la gente può scendere nuovamente in piazza. Il paese è pieno di gente armata e i morti a Majdan si conteranno a centinaia, senza scampo. Il governo ha il tempo contato. Anzi, è già scaduto.
L’Europa aiuterà l’Ucraina a imboccare questa via? Milioni di ucraini se lo chiedono ogni giorno, ogni ora. È molto difficile che ciò avvenga mentre è in corso una vera e propria guerra nell'Est del paese, dove l’esercito ucraino, nudo e affamato, fronteggia una potenza nucleare restia a capire che uccidere uomini liberi si può, ma metterli in ginocchio è molto più difficile. Tanto più che il resto del mondo non ha alcuna urgenza di accorrere in aiuto. Forse in Europa ragionano in questo modo: che c’entrano i fatti di Doneck con un agricoltore di Bordeaux o un ingegnere di Liverpool? A questa domanda potrebbero rispondere i trecento passeggeri del Boeing malesiano abbattuto da un razzo dei separatisti russi sotto Doneck. Ma quelli ormai non diranno nulla. 
Come drammaturgo, mi sembra di avere una ricetta. Perché amiamo il teatro? Perché talvolta mette in scena vecchie pièce che ci fanno emozionare: ah, com'è moderno, com'è attuale, come abbiamo potuto dimenticare un tale capolavoro? Ho anche cercato di scrivere una pièce del genere, ma mi sono limitato a collocarla nello spazio e nel tempo: Monaco 1938. Personaggi principali: Hitler e Chamberlain. Al resto avrebbe provveduto la memoria degli spettatori. Questo a proposito del fatto che a mio avviso gli europei non sospettano quanto il Donbass sia vicino a Varsavia, a Berlino e perfino a Capri. I difensori del “mondo russo” si ricorderanno che in quella splendida isola si trova la villa di Maksim Gor'kij, che ci hanno soggiornato Lenin e parecchi altri russi, e faranno sbarcare le truppe a Capri, per ogni eventualità. Un bel giorno gli italiani decideranno di demolire o di ristrutturare la villa. Mosca non ve lo permetterà. Non dubitatene. Nella mentalità russa Capri fa parte della storia russa, del “mondo russo”. Provatevi a dimostrare il contrario.


(Traduzione di Elena Gori Corti)