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NON C’È ALTERNATIVA ALLA CULTURA | La città del secondo rinascimento

NON C’È ALTERNATIVA ALLA CULTURA

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Qualifiche dell'autore: 
imprenditore, docente di Disegno industriale al Politecnico di Milano

Da milioni di anni l’animale “inventa” protesi per aumentare la sua potenza: scimmie che escogitano spugne fatte di foglie strizzate per raccogliere acqua con le mani da fonti irraggiungibili con la bocca, corvi che usano bacchette sottili per snidare insetti dai tronchi, macachi che allestiscono setacci per raccogliere semi immersi nella sabbia, e così via.
La tecnologia come estensione del corpo è antica, e l’etimo della parola “macchina” ne rivela bene la sua storia: dalla radice etimologica sanscrita mah- (crescere, aumentare) ai più recenti magnus, magus, o al tedesco Macht (sostantivo che indica forza, potenza), via via si rivela la storia della macchina come ricerca di strumenti che determinino l’aumento della propria potenza. La macchina non è stata solo strumento di aumento della potenza dell’uomo, ma ne ha deciso la storia: la sua progressiva evoluzione ha permesso fin dall’antichità di migliorare le capacità di costruzione, di protezione e di crescita economica. Basti pensare all’apporto che nel medioevo ha dato l’aratro pesante alla produttività agricola in Europa e al conseguente aumento della capacità nutritiva, e quindi della popolazione.
Con la rivoluzione industriale e la progressiva sostituzione della forza muscolare (animale o umana) con quella meccanica, la macchina ha cambiato i processi produttivi, spostando dall’artigiano all’industria le competenze di realizzazione di artefatti: l’uomo azionava la macchina per produrre e le caratteristiche del prodotto dipendevano sempre più da com’era fatta la macchina e sempre meno dalle competenze di chi l’azionava, togliendo a quest’ultimo non solo la conoscenza del fare, ma anche il potere contrattuale legato allo stesso, essendo l’“azionatore” facilmente sostituibile.
Da questo momento, la macchina s’integra sempre di più con fattori economici, fino a diventare elemento propulsore del capitalismo: la macchina diventa sempre più complessa e costosa, richiede capitali per averne la proprietà; la produzione con la macchina diventa sempre maggiore e indipendente dalla perizia dell’“ azionatore”, aumentando quindi le ricchezze di chi ne detiene la proprietà.
Di più: la macchina ha innescato processi evolutivi su se stessa, che hanno portato alla realizzazione di macchine informatiche (i calcolatori elettronici), portando alla progressiva smaterializzazione dei beni di produzione e dei beni prodotti. Si pensi, a titolo paradigmatico, al fatto che oggi la più grande azienda alberghiera (misurata in numero di pernottamenti annui) è Airbnb, che non possiede alcun albergo, o che la più grande compagnia mondiale di taxi (Uber) non possiede una sola automobile.
Ormai siamo arrivati al punto in cui il concetto di macchina non richiede una concezione fisica: un computer è un “esecutore” universale di “macchine” fatte di programmi software assiemati, che “mangiano” informazioni e le trasformano, producendo risultati informativi, ma anche che agiscono sul mondo reale, attuando altre macchine, ben più fisiche (dagli scambi ferroviari, ai motori degli aerei, o anche semplicemente ai programmi di lavaggio di una lavatrice). Una macchina oggi è meglio rappresentata da un modello astratto di “scatola nera” che trasforma: ove “ingressi” può indicare materie prime, forza lavoro, mezzi finanziari, ma anche semplicemente pura informazione, e “uscite” può indicare beni, servizi, effetti sull’ambiente o sulla società, risultati economici, e, ancora, informazioni.
Proprio queste duttilità, velocità evolutiva e pervasività della macchina hanno contribuito alla globalizzazione: la macchina, in senso lato, ha determinato i progressi della medicina, delle costruzioni, della capacità di sostentamento nutritivo, e così via, fino a far crescere la popolazione mondiale ai livelli odierni, e ad aumentare la ricchezza complessiva a livelli mai visti nella storia.
Ancora, la macchina ha inglobato territori nuovi, facendo sì che ciò che era esterno a essa tendesse sempre più a diventarne parte: oggi, molte applicazioni della cosiddetta IoT (Internet of Things) hanno determinato un’aggregazione di oggetti fisici solo sulla base di una capacità di comunicazione tra loro e con una “macchina” esterna, costituita da un’applicazione software che ne definisce i comportamenti collettivi.
Insomma, la macchina sembra comportarsi come una specie vivente, che tende a riprodursi e a occupare territori sempre crescenti.
E gli ultimi sviluppi di questa sua evoluzione sono internet e l’Intelligenza Artificiale. La prima ha la responsabilità di una globalizzazione in senso lato, la seconda di un aumento di capacità d’interazione con il mondo.
Tale evoluzione non sembra conoscere limiti, e accelera continuamente. Internet diventa sempre più pervasiva e più veloce. L’Intelligenza Artificiale sta determinando comportamenti “autonomi” da parte di molte macchine, e c’è chi sostiene che entro pochissimi anni (meno di una decina) ci saranno elaboratori capaci quanto il cervello dell’uomo, e che entro pochissimi decenni gli stessi assommeranno le capacità di tutti i cervelli umani presenti sul pianeta.
Da Prometeo a Kurzweil, l’uomo ha sempre immaginato mondi in cui le macchine al suo servizio lo liberassero dalla fatica e dai problemi di sopravvivenza.
Ma la macchina, come abbiamo visto, non è oggetto neutro: partecipa alla costruzione della società, contribuendo a determinarla.
Dalla rivoluzione industriale, con la separazione della capacità produttiva dal saper fare, la macchina ha aumentato progressivamente la sperequazione nelle società: nel medioevo, chi possedeva una spada era più potente di chi non l’aveva; con la rivoluzione industriale, chi possedeva le macchine era più potente di chi le azionava; oggi, chi governa i contenuti del web è più potente di chi li subisce.
La macchina è un pezzo della storia economica dell’umanità, fatta ormai da uomini e macchine in una simbiosi inestricabile, seguendo sempre alcuni comportamenti che sembrano vere e proprie leggi naturali, prime tra tutte la maggior capacità di produrre ricchezze da parte del capitale piuttosto che del reddito da lavoro. Così, un’altra macchina, il denaro, si muove liberamente cercando di occupare tutti gli spazi possibili, di riprodursi, facilitata dalla globalizzazione e dalla potenza di internet e dell’Intelligenza Artificiale.
Abbiamo assistito a un progressivo aumento della ricchezza globale, accompagnata sempre da un aumento della sperequazione nella sua distribuzione, fino ad arrivare ai nostri giorni, in cui una ventina di individui nel mondo possiedono ricchezze quanto i tre miliardi e mezzo di individui più poveri.
Inoltre, la macchina, consentendo di aumentare la produzione di beni riducendone i costi, giunge a saturare i fabbisogni del mercato che, per autosostenersi, deve inventare nuovi bisogni fittizi, creando il consumatore, nuovo schiavo della macchina. In questo gioco perverso, le macchine più “intelligenti” sono quelle capaci di captare i pensieri, i desideri e le azioni degli individui per sfruttarle ai fini dei consumi: si pensi ai big data, a Google che orienta i risultati delle ricerche all’utente, al ruolo dei social network nell’influenzare risultati elettorali, e così via.
Dobbiamo allora rassegnarci a vivere in un contesto in cui i ricchi diventeranno sempre più ricchi e sempre meno, mentre i poveri aumenteranno di numero e di povertà? Un contesto in cui pochi avranno diritti e molti avranno solo doveri? In cui pochi saranno liberi e molti “schiavi” (in modo mediato) delle macchine? Questo potrebbe essere evitato se le azioni economiche fossero orientate al benessere collettivo, e quindi alla riduzione della sperequazione, alla redistribuzione delle ricchezze; questo sarebbe possibile se l’aumento progressivo delle ricchezze al mondo, anno su anno, avesse destinazioni che non fossero solamente le tasche di pochi; questo sarebbe possibile se gli stati avessero accordi di cooperazione su meccanismi di scambio, di tassazione, di diritti, e non fossero governati da atteggiamenti competitivi; questo sarebbe possibile se la politica disponesse di leader illuminati e competenti, se l’imprenditoria presentasse una classe dirigente consapevole e lungimirante, se la cultura avesse più capacità di pensiero ampio e non solo iperspecializzazione; questo sarebbe possibile se la gente comune, quella che non ha a disposizione le leve del comando, avesse un’adeguata preparazione culturale per poter operare le scelte giuste, anche politicamente ed elettoralmente. La sperequazione peggiore, e in continuo aumento, è quella culturale, quella di avere o non avere la conoscenza della storia, della filosofia, delle scienze, la capacità di pensiero, la capacità critica per valutare cosa conta e cosa vale. Questa è l’unica strada possibile: la redistribuzione culturale.
Un esempio tipico di quello che osservo è costituito dagli Stati Uniti, un paese dove emergono eccellenze di pensiero straordinarie, scuole tra le migliori del mondo, ma dove emerge una politica che insegue l’ignoranza di una massa enorme, povera in termini economici e indigente in termini culturali.
Non voglio ricominciare con l’elogio dell’Italia rinascimentale, ma non posso dimenticare che, nel breve scorcio di storia che ho vissuto, ho assistito al passaggio da un’imprenditoria come quella di Adriano Olivetti e da una politica come quella di Alcide De Gasperi a un’imprenditoria arraffona e arruffona e a una politica di ignoranza e populismo. Anche la scuola, un tempo base di una solida formazione culturale, è diventata una specializzazione professionalizzante in cui le tre “i” di berlusconiana memoria fanno eco alla riforma universitaria in cui si creano “operai” nei primi tre anni, e poi, per qualcuno, si danno le basi del sapere nei due anni successivi.
Persino i diciassette obiettivi ONU per un mondo sostenibile omettono la cultura, che dovrebbe essere invece il pilastro fondante! E uno stato che non si occupa della cultura genera cittadini senza cultura, che eleggeranno rappresentanti della non-cultura: verso la morte della civiltà, così come l’abbiamo conosciuta.
Non solo non c’è alternativa alla perequazione e alla crescita culturale, ma c’è anche urgenza, perché soltanto in un mondo dotato di cultura passeremo da una situazione in cui la macchina è soggetto attivo determinante a una in cui diventerà oggetto passivo al nostro servizio, al servizio del nostro sviluppo di benessere economico e intellettuale.


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