MACCHINE PER ABITARE

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titolare di Bertuccia Srl, Montale (MO), ideatrice dell’Ecovillaggio di Montale

Il mio intervento a un forum intitolato La macchina e la tecnica. L’invenzione, l’arte, la libertà d’impresa (Modena, 10 settembre 2020) può sembrare strano, considerando che porto la mia esperienza di costruzione di un ecoquartiere, quindi di case, non di macchine. Tuttavia, ricordo che già negli anni Venti Le Corbusier diceva che la casa è una “machine à habiter”, una macchina per abitare. E cercherò d’illustrare in che senso le case dell’Ecovillaggio di Montale – 200 abitazioni, fra cui ville, attici, appartamenti e mini appartamenti, tutte in classe A4 Nzeb (Nearly Zero Energy Building) –, che ho ideato insieme a un pool di tecnici e professionisti, funzionano come vere e proprie macchine, in assoluta sintonia con l’ambiente circostante, senza sprecare risorse preziose e abbattendo completamente le emissioni di CO2.
Premetto che siamo una piccola realtà imprenditoriale, nata dall’amore per la nostra terra. Il suolo su cui sorge l’Ecovillaggio è frutto dell’investimento di mio nonno, un contadino prestato al commercio, per sfamare i tanti figli che aveva messo al mondo. Il suo amore per la terra lo portò a investire qui i suoi guadagni, a costruirvi una fattoria, dove visse poi mio padre, sfollato durante gli anni della guerra, e dove ha trasmesso a me e ai miei fratelli la felicità di vivere in campagna. Quando, negli anni Ottanta, l’amministrazione comunale decise di rendere edificabile il nostro terreno, avevamo l’opportunità di venderlo, lucrando molto, soprattutto negli anni successivi in cui era in atto la bolla immobiliare.
Tuttavia, decidemmo di fare una più audace scelta di amore, costruendo qualcosa che avrebbe trasmesso ad altri quegli elementi che ci avevano resi felici nella vita in campagna, coniugando però la tradizione con l’innovazione, ovvero introducendo quelle tecnologie che consentono alla scienza e all’intelligenza dell’uomo di assecondare la natura, anziché contrastarla.
Quindi, avendo carta bianca, decisi di cambiare rotta e di dare il mio contributo al patto intergenerazionale, cercando di lasciare qualcosa alle generazioni future, anziché sottrarre risorse, in un settore, quello edile, che ha un grande ruolo nella riduzione dell’impatto ambientale, soprattutto se pensiamo che un terzo delle emissioni di CO2 proviene dagli edifici.
Tre sono i pilastri sui quali agire per cambiare rotta: la transizione energetica, la riforestazione e l’utilizzo di materiale riciclato o riciclabile.
Per realizzare la transizione energetica, che comporta l’abbandono dei combustibili fossili, è inevitabile passare attraverso l’efficientamento energetico. Per questo abbiamo incaricato un team interdisciplinare di professionisti di comprovata esperienza e ci siamo confrontati con altre realtà a livello europeo, per declinare il nostro progetto in un’area con caratteristiche specifiche, a sei chilometri a sud di Modena. In questo contesto, è stato fondamentale studiare la fisica edile, analizzare i movimenti dei materiali con l’alternarsi delle stagioni e delle temperature, insieme agli elevati tassi di umidità che caratterizzano la nostra pianura, con condizioni climatiche molto difficili e un tasso d’inquinamento fra i più alti d’Europa. Di conseguenza, abbiamo provveduto a utilizzare ciò che la natura ci offre gratuitamente.
Per esempio, abbiamo orientato gli edifici alla luce del sole, situando a sud, a est e a ovest le zone giorno e riservando al nord le zone notte.
Abbiamo studiato le assonometrie solari, individuato un passo modulare tra un fabbricato e l’altro che permettesse la visuale libera ma allo stesso tempo la privacy. In questo modo abbiamo potuto ridurre al minimo il fabbisogno energetico per climatizzare gli ambienti, rendendo efficace ed efficiente l’autoproduzione di energia tramite il solare fotovoltaico.
Siamo invece intervenuti in modo massiccio sull’urbanistica con la riforestazione. Anche da questo è nata cultura, perché abbiamo collaborato con la Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, con agronomi paesaggisti e con studenti che hanno illustrato la nostra esperienza nelle loro tesi di laurea.
Le piante hanno bisogno di vivere e i fenomeni metereologici violenti e acuti provocati dal cambiamento climatico richiedono una gestione del ciclo dell’acqua. Consideriamo che i nostri sei ettari di terreno sono situati sulla falda che residua dalle paludi della Terramara di Montale, civiltà vissuta circa quattromila anni fa, e oggi conserviamo nel sottosuolo questa cisterna naturale che è la falda acquifera. In questo luogo, chiudere il ciclo dell’acqua significa non perderne neanche una goccia: quando arrivano le piogge come pure le cosiddette bombe d’acqua captiamo l’acqua dai tetti, la mandiamo in tubi drenanti e pozzi perdenti, nei fossi che abbiamo ricostruito e nei prati a parcheggio dove scola l’acqua proveniente dalle ciclopedonali.
Il parco, poi, che è stato posizionato in modo baricentrico a tutte le residenze, assorbe la luce nel momento in cui essa aumenta per il maggior caldo, ma allo stesso tempo è composto di graminacee, quindi assorbe CO2. Quando nel mese di novembre 2019 una bomba d’acqua aveva allagato il parco, il giorno dopo il lago non c’era più, grazie a piante e arbusti, come i pioppi, deputati a raccogliere tutta l’acqua e a restituircela sotto forma di raffrescamento.
Un pioppo, essendo a fusto alto, permette la traspirazione del caldo e raffresca come cinque condizionatori che funzionano venti ore al giorno.
Non c’è spazio per illustrare i tanti altri elementi che hanno contribuito a predisporre l’ecoquartiere in modo da far vivere meglio i suoi residenti: dalla mobilità elettrica all’utilizzo di materiali riciclati, come il blocco cassero costruito con i legni di scarto delle segherie, che permette di stabilizzare a tempo indeterminato il potere isolante dell’abitazione.
Ma sono tutti elementi che provano come la natura sia meravigliosa: occorre soltanto assecondarla.