ROBERT SCHUMANN, CLARA E GLI ERRORI MEDICI

Qualifiche dell'autore: 
musicologo, docente di Storia della Musica al Conservatorio di Bologna

La popolarità di Schumann nelle sale da concerto è fuori discussione, ma non altrettanto si può dire della sua bibliografia. In Italia, il vecchio volume di Valabrega è stato a lungo il massimo punto di riferimento. In seguito, Ricordi ha pubblicato un volumetto che accomuna Schumann a Mendelssohn e a Liszt, poi Mursia ha dedicato al maestro una buona monografia e, non più di due anni fa, L’epos di Palermo ha pubblicato un’esegesi di Kreisleriana. Dunque, possiamo dire che Robert Schumann e i tredici giorni prima del manicomio era un libro necessario, anche se un po’ insolito, e con una doppia valenza, perché interessante anche per chi si occupa di psicologia.

Nella bibliografia citata si legge che Schumann morì nel 1856, dopo due anni d’internamento in ospedale, assiduamente assistito dalla fedelissima Clara e dai fedelissimi Joachim e Brahms. Sull’assiduità di questa fedeltà e sulla presenza di Clara Wieck Schumann in manicomio durante questi due anni il libro di Peters dimostra proprio il contrario: si diceva per esempio che le era impedito di andare a trovare il marito, ma in realtà pare proprio che fosse lei a non andarci (a parte gli ultimissimi giorni).

Il rapporto tra i due personaggi è sempre stato considerato all’insegna dell’amore più assoluto. Io credo veramente che l’amore ci sia stato, come anche la passione dei sensi. A questo proposito vorrei ricordare anche la versione italiana dei diari (EDT), che sono molto significativi ma vanno dal 1840, anno del matrimonio, al 1844; ma la malattia terribile ha luogo nel febbraio del 1854, per cui non si può applicare al 1854 quello che si sapeva del 1844. Molte cose, infatti, erano cambiate. Nel 1850 Schumann era stato nominato direttore della musica di Düsseldorf: chi conosce la terza sinfonia, la famosa Renana, sa che non solo è di enorme bellezza ma è anche molto serena, molto quieta, molto tranquilla, per cui sembra quasi impossibile che nel giro di poco tempo quest’uomo abbia incominciato a dare segni di squilibrio. Eppure a un certo punto sopravvenne il tinnitus aurium, un rimbombo, una musica che Schumann sentiva con un’insistenza fastidiosissima: si usa dire che non dovesse necessariamente confluire nella follia.

E non si è mai insistito abbastanza sull’altra passione di Schumann: la birra. Credo che gli eccessi dell’alcool possano avere portato quel delirium tremens che Peters dimostra essere stato un fatto reale, anche se circoscritto nel tempo e destinato a finire malamente, a causa dell’incapacità e dell’inefficienza di diversi medici.

Una delle grandi qualità del libro è la capacità di collegare tutti questi fenomeni con la trattatistica medica dell’epoca; e di rivelare che i medici che si trovarono a curare Schumann sbagliarono la diagnosi, non capirono a fondo di cosa si trattava. In più di un caso chiamarono un medico che abitava nelle vicinanze, anziché uno specialista.

Tra l’altro, già molto tempo prima del matrimonio, Clara esortava Robert a bere meno; ma se Clara, prima di sposare Robert, metteva l’accento su questo fatto, anche lui aveva qualcosa da chiedere: c’è una lettera in cui le dice che l’ama molto, che si sarebbero sposati a breve, che per una donna sarebbe stato più importante svolgere le funzioni di sposa piuttosto che quelle di musicista. Conoscendo le sue inclinazioni come compositrice e le sue straordinarie doti di pianista, possiamo immaginare quanto queste parole potessero risultarle sgradevoli e odiose.

Anche il famoso tuffo nel Reno che Robert fece nel febbraio 1854 non è sufficientemente documentato. La stessa Clara avrebbe detto in seguito che si sarebbe buttato quasi apposta, sapendo che nei paraggi c’era una barca pronta a ripescarlo. I pescatori lo avrebbero riportato a casa e da quel momento le cose si aggravarono. Arrivò un medico che non parlò con lui, ma con Clara: i due confabularono in un’altra stanza e poco dopo Robert fu trasportato al manicomio di Endenich, da dove non uscì mai più.

Inoltre c’era un altro elemento che fece traboccare il vaso della follia di Schumann: che cosa era seguito alla sua nomina a direttore della musica di Düsseldorf nel 1850? Grande soddisfazione, molte musiche composte tra il 1851 e il 1853, con un particolare: il suo incarico prevedeva che lui componesse musica, ma soprattutto che la organizzasse, la ideasse e la dirigesse. Il libro di Peters documenta quanto poco bravo fosse Schumann a organizzare e a dirigere l’orchestra e il coro, e quanto spesso il coro polemizzasse contro di lui: era un grande musicista ma era troppo silenzioso per fare il maestro di coro e, soprattutto, fermava l’orchestra quando individuava un errore, ma non era in grado di dire come rimediarvi.

Insomma Schumann, che avrebbe voluto solo comporre, a quarant’anni dovette prendere un’altra decisione, che lo portò a queste censure di carattere organizzativo, artistico e umano; e pare che Clara abbia insistito perché Robert accettasse questo incarico. Ebbene, consultando il catalogo delle sue opere, vediamo che dal 1850 al 1853 il maestro compose molto, in tutti i generi, tranne che per coro a cappella. Schumann era così sicuro di avere davanti a sé un coro di dilettanti che non volle cimentarsi in questo senso per evitare che il coro facesse ancora peggio. E veramente questo basta a dare l’idea della singolarità della fine di Schumann e del valore del libro di Peters.