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È LIBERO CHI NON RINUNCIA ALLA PROPRIA INTELLIGENZA | La città del secondo rinascimento

È LIBERO CHI NON RINUNCIA ALLA PROPRIA INTELLIGENZA

Qualifiche dell'autore: 
già assistente sanitaria presso USL di Imola, cugina di Libero Curti, fondatore di Curti Costruzioni Meccaniche

Lei ha trascorso la sua infanzia con suo cugino, Libero Curti, da quando lui e i fratelli sono stati accolti nella vostra casa in seguito alla scomparsa del papà, Alfeo Curti, probabilmente avvelenamento per le sue idee antifasciste. Ma lei gli è stata a fianco anche quando ha incominciato la sua avventura imprenditoriale nella F.A.M.P.I., Fabbricazione Accessori Metallici Pelletteria Imola, nel 1953, licenziandosi dalla Cogne. Come ha trascorso i primi anni in azienda?

Ho incominciato a frequentare la piccola industria di Libero, perché il babbo m’iscrisse a un corso per scrivere a macchina, per cui potevo esercitarmi alla macchina da scrivere che mio cugino aveva nella sua azienda. Ma poi gli davo una mano anche quando occorreva incartare le fibbie delle cinture che produceva. Libero aveva una forza straordinaria: per anni ha attraversato tutta l’Italia settentrionale in sella alla sua Lambretta per promuovere i suoi prodotti. Spesso terminavo il mio compito in azienda intorno alle dieci di sera e, quando la mattina dopo vi rientravo, lo trovavo ancora intento a lavorare alla sua macchina. La zia talvolta gli portava delle uova per cena, ma il giorno seguente erano tutte coperte di polvere nera delle lavorazioni in officina, ancora riposte dove la zia le aveva lasciate la sera prima.

Un giorno d’inverno, fuori casa c’era soltanto neve e ghiaccio. Erano le quattro del mattino quando sentimmo bussare alla porta. Era Libero che aveva il cappotto ghiacciato, perché era andato in Lambretta fino a Torino per vendere i suoi prodotti. Venimmo tutti giù dal letto, noi e il babbo. Lui chiedeva un po’ di latte, perché diceva che non sarebbe riuscito a fare pochi metri in più fino alla sua casa.

Lei è nata intorno agli anni Trenta, quando Imola aveva un’economia prettamente agricola, poi diventata industriale a partire dagli anni Cinquanta. Che cosa ha rappresentato per lei passare dal contesto sociale agricolo a quello industriale?

L’industria è sempre sinonimo di progresso, però politicamente sono stati commessi errori madornali. Dico questo perché ho lavorato per quarantatré anni in ambito sanitario. Nei primi ventisei ho lavorato nel sanatorio di Montecatone come infermiera professionale. Fra gli anni Settanta e gli Ottanta ho vissuto sulla mia pelle lo stravolgimento di tutto il sistema sanitario, che doveva essere modificato secondo l’ideale di industria di Stato. L’INPS, all’epoca, considerava l’assistente sanitaria – avente funzione ispettiva negli ambienti aperti al pubblico – alla stregua dell’assistente sociale. Ci pensò poi la politica a dare valore preponderante all’assistente sociale. Subito dopo la Legge 194 sull’aborto, in Italia: un’intera generazione è stata letteralmente gettata via dallo scarico del water.

Quando la gestione dei sanatori passò dall’INPS all’ente ospedaliero ho dovuto sostenere, vincendolo, il concorso per lavorare in ospedale. Poi la gestione sanitaria è passata alla competenza delle USL e anche in questo caso ho dovuto fare un nuovo concorso, che vinsi anche stavolta. In quegli anni l’industria faceva passi da gigante, nel pubblico invece le cose andavano diversamente, perché tutto era deciso a tavolino dalla politica: l’incontro tra il medico e l’ammalato non contava più nulla e il paziente diventava un numero. I medici lamentavano di avere poco tempo per visitare l’ammalato, rischiando di metterlo fuori dall’ambulatorio senza dargli nemmeno il tempo di rivestirsi. Lavorare in un clima in cui le categorie lavorative erano messe una contro l’altra è stato un trauma per me.

Adesso si torna a parlare di aziende di Stato, ma c’è differenza di mentalità tra questo tipo di aziende e quelle gestite da privati. Finché non è intervenuto il sindacato, l’industria privata funzionava. Questo passaggio io l’ho vissuto proprio attraverso mio cugino Libero, che si era licenziato dalla Cogne a causa delle feroci lotte sindacali che portavano la politica nelle aziende.

Quale consiglio darebbe al giovane che legge la sua testimonianza?

Le nuove generazioni devono assolutamente andare oltre gli stereotipi della politica, che sono sempre frutto di idealità. Oggi dico a loro: è libero chi fa e non rinuncia alla propria intelligenza, idealizzando la vita. Chi vive di idealità non raccoglie frutti e s’impedisce di costruire in nome dell’ideale, che diventa la propria dittatura.


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