LA FAMIGLIA, L’IMPRESA, LA PAROLA, L’ASCOLTO

Qualifiche dell'autore: 
socia della G. Mondini S.p.A.

Il titolo di questo numero della rivista, Il modo della parola, sembra pensato apposta per suo padre, Giovanni Mondini, fondatore della G. Mondini Spa, che non si fermava mai dinanzi alle difficoltà: dal 1972, ha inventato sempre nuove macchine per il packaging alimentare, e non solo, a partire dalle esigenze dei clienti. Se qualcuno gli diceva che qualcosa sarebbe stato impossibile, lui s’ingegnava finché non trovava il modo per riuscire, parlando con i tecnici, gli ingegneri, i fornitori e gli stessi clienti…

È vero, mio padre non si fermava di fronte agli ostacoli, l’esempio eclatante è stato quando, con il quarto figlio in arrivo, ha deciso insieme a mia madre di costruire quella che oggi è la G. Mondini S.p.A. E non l’ha fermato niente e nessuno, mentre tanti lo sconsigliavano, perché già non era facile mantenere quattro figli, con le difficoltà economiche della fine degli anni sessanta. Però lui, come ricordava spesso, con una cambiale ha avviato la sua impresa. L’hanno aiutato l’audacia e la fiducia nelle sue capacità, che non derivavano dalla presunzione di essere bravo, ma dalla sua grande fede: “I risultati che ottengo – diceva – non sono merito mio, ma del Signore, che mi ha donato i talenti necessari. Il mio compito è metterli a frutto”. È questo l’insegnamento ciò con cui ha cresciuto i suoi figli e ciò che ha detto ai nipoti, cosa che tuttora ripeto ai miei figli, perché fa parte della sua lezione di vita. “Non importa quanto hai – diceva –, che tu abbia 5, 10 o 20, è tuo dovere dare il massimo, valorizzare ciò che ti è stato donato, senza fermarti mai di fronte alle difficoltà, perché di fronte a ciascun problema si trova sempre un modo: bisogna riflettere, pensare, parlare e ascoltare tutte le persone intorno a te”. Per questo, anche se la decisione finale spettava a lui, ha sempre ascoltato e ci ha insegnato ad ascoltare chi ci sta vicino, perché ciascuno può darci un consiglio valido. Poi, una volta che si era confrontato con ciascuno, pregava il Signore, prendeva la decisione e nessuno lo fermava più.

Lei ha avuto modo di collaborare con suo padre a livello operativo?

Certo, l’ho affiancato da quando avevo diciotto anni. Mentre frequentavo la facoltà di Lingue e letterature straniere all’Università Cattolica di Milano, dove mi sono laureata, eseguivo le traduzioni delle offerte che arrivavano in inglese e in tedesco e lo accompagnavo nei viaggi di lavoro e nelle prime fiere. Lì, vedevo il genio all’opera e, a volte, nella mia ingenuità di ragazza, avevo un po’ paura nel dover tradurre ciò che diceva in un momento d’illuminazione, perché vendeva impianti che non avevamo mai realizzato. “Ma, papà, questa macchina non l’abbiamo ancora costruita”, gli sussurravo. “Non preoccuparti – mi rispondeva –, tu traduci perché io l’ho già in mente”. E così è sempre stato, vendeva impianti che non aveva ancora realizzato perché, parlando, discutendo con il cliente, il suo cervello lavorava, lui aveva già l’idea e, al ritorno, la macchina la costruiva. Non ha mai mancato un colpo.

Era la prova vivente che le idee operano alla riuscita delle cose che si fanno, senza bisogno di mediazione, perché lui capiva il problema e trovava la risposta in modo immediato…

Questa sua capacità, questa sua intuizione geniale era una dote che ha coltivato, ma sempre nell’umiltà. E credo che anche questo sia stato vincente: la sua umiltà di uomo e di imprenditore, che puntava alla riuscita, ma non a livello soggettivo, bensì per la sua azienda e per le persone che lavoravano nella sua azienda.

Io sono stata molto fortunata ad affiancarlo per tanti anni, perché ho imparato molto da lui, sia come uomo sia come padre e sia come imprenditore. Abbiamo vissuto tanti bei momenti insieme. Quando gli facevo da interprete, per esempio, non bastava tradurre le parole che pronunciava, dovevo intendere anche ciò che era nel suo cuore e trasmetterlo all’interlocutore. Man mano, ero diventata il riferimento dell’azienda in ambito commerciale, non seguivo soltanto le fiere, ma tutti gli aspetti: dalle offerte alle vendite alle cene con i clienti e alle visite in Italia e all’estero. Poi, nel 1994, a trentatré anni, mi sono sposata e in seguito ho avuto tre figli. Così, mi sono trovata di fronte a una scelta: o continuare a fare questo tipo di vita, senza orari e spesso fuori casa, oppure dare il mio contributo all’azienda con un’altra funzione, che mi permettesse di dedicare più attenzione alla famiglia. Ho seguito l’esempio di mia madre, che, pur lavorando in azienda fin dall’inizio, non ha mai fatto mancare niente ai suoi quattro figli. Spesso la sentivo di notte che batteva i tasti della calcolatrice per completare il lavoro di contabilità della giornata. Quindi, sono passata da un lavoro di front-office a uno back-office: ho incominciato ad assumere responsabilità differenti, a occuparmi del personale, poi di aspetti legali e di supervisione commerciale, nonostante non sia stato facile rinunciare alla mia militanza sul mercato estero, dove ricevevo tante soddisfazioni da parte di clienti e rappresentanti. Per fortuna, nel frattempo, è arrivato anche mio fratello Paolo, di dieci anni più giovane di me, che si è occupato dello sviluppo commerciale, con la differenza che lui ha anche competenze tecniche e tecnologiche, quindi ha assunto una funzione più simile a quella di nostro padre. Allora, ho rinunciato a tutte quelle attività che mi avrebbero portato a rimanere per troppo tempo lontana dalla famiglia. Tuttavia, non ho perso il contatto con il papà, perché intanto anche lui ha rallentato i suoi viaggi e ha incominciato a interessarsi di alcune attività interne, del coordinamento del personale e di alcune difficoltà che sorgevano fra i reparti, tutti aspetti in cui ho continuato ad affiancarlo.

Volendo fare il meglio, sia a casa sia al lavoro, ho vissuto anni veramente impegnativi, ma sono soddi[1]sfatta perché era quello che volevo e sento di avere dato il massimo; l’ho fatto volentieri, perché amo la mia famiglia allo stesso modo in cui amo l’azienda.

È un bellissimo esempio d’integrazione, in cui ciò che si aggiunge, la famiglia, non toglie nulla al lavoro, anzi, ciascun ambito della vita si avvale dell’altro…

I primi anni mi sentivo un po’ in colpa, da un lato, nei confronti dell’ufficio e, dall’altro, nei confronti dei figli, perché non ero la mamma che li aspetta a casa. Allora, mia madre mi diceva: “Non è la quantità, ma la qualità che fa la differenza”. Infatti, così è stato, quando tornavo a casa, mi dedicavo completamente alla famiglia, magari sacrificando qualche mio desiderio – il teatro, i viaggi e tante cose che amavo –, però l’ho fatto perché la famiglia per me era ed è una priorità assoluta, insieme all’azienda.

Anche mio padre ha tenuto molto alla famiglia, non ci ha mai fatto mancare nulla, ha lavorato tantissimo, ma noi non abbiamo mai sofferto la sua mancanza, perché quando era con noi era accogliente, con la sua dolcezza e la sua generosità. I nostri genitori ci hanno raccontato dei periodi di grande difficoltà che hanno vissuto, ma noi non li abbiamo percepiti, vedevamo i genitori sempre molto sereni.

Mia madre mi ha chiesto di recente che cosa mi abbia lasciato mio padre, un uomo che ha lavorato tanto, ha inventato tante macchine che portano il made in Italy nel mondo e ci ha regalato un’azienda che è il nostro stesso sangue. Eppure, se devo dire qual è la cosa più bella che mi ha lasciato, è l’amore, la generosità, la gentilezza e la sua grande fede. Quando se n’è andato, tante persone sono venute a ringraziarci per quello che ha fatto, cose di cui non sapevamo assolutamente niente, perché lui faceva del bene in silenzio, ed è questo che noi vorremmo portare avanti. Oltre all’azienda, chiaramente, perché, per mantenerci sempre all’avanguardia, ci stiamo impegnando in un programma di crescita e di sviluppo tecnologico molto importante. Per questo abbiamo assunto e assumeremo nuove risorse. E preghiamo nostro padre che ci mandi la sua luce nelle scelte strategiche, quella luce che faceva chiarezza in tutti i nostri dubbi, nel lavoro come nella vita.

Suo padre era interlocutore di tante persone, ma anche lei era interlocutrice di suo padre…

Le nostre conversazioni non erano limitate al lavoro, anzi, parlavamo di filosofia e di religione e riflettevamo su vari argomenti. Ogni tanto ci ritiravamo nel suo ufficio, oppure anche a casa ultimamente, il mercoledì pomeriggio, e parlavamo di tante cose. Ho ricordi bellissimi dei nostri viaggi in Europa e in America. Poi, quando mi sono sposata, oltre a Paolo, ha incominciato mia mamma a viaggiare con lui.

Lei è la primogenita?

Sì, il secondo è Nazareno, la terza è Melisenda e l’ultimo è Paolo. Nazareno ha sempre seguito la produzione e l’ufficio tecnico e ha gestito anche una nuova azienda, l’Antea Srl, che è a un chilometro da qui e costruisce gli stampi e i componenti che vengono montati sulle macchine.

Lei adesso è interlocutrice anche dei collaboratori?

Quando faccio i colloqui di assunzione cerco sempre di carpire, oltre alle competenze, la passione per il lavoro e non dico che i collaboratori debbano sposare questa azienda ma vorrei che cogliessero che, nonostante ormai siamo in 240, non vogliamo perdere la natura della nostra azienda, quella di una famiglia in cui è essenziale parlare e ascoltare. Mio padre mi raccomandava sempre: “Ricordati che hai di fronte una persona, che non è qui soltanto con il suo ruolo, ma con la sua famiglia e le sue questioni”. Però, mi diceva anche: “Ma stai attenta ai lazzaroni, non bisogna averne paura, ma stare attenti”, ovvero, come dice il Vangelo, essere semplici come colombe, ma prudenti come serpenti. “Dolcezza e fermezza” era il suo motto.