SCIENZE UMANE, UMANITÀ E GUERRA DI GAZA

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docente di storia del movimento sionista, Università Ben-Gurion del Neghev, Israele

Questa settimana, un articolo del “New York Times” si chiedeva se le discipline umanistiche potesse ro sopravvivere. La preoccupazione in sé non è certo nuova: articoli che pongono domande simili compaio no abbastanza frequentemente or mai da alcuni anni. Il focus di questo particolare pezzo riguardava la minaccia dei tagli di bilancio in corso nei campus nordamericani imposti alle discipline umanistiche. Ma anche se l’articolo non lo spiegava del tutto, era chiaro che in questo caso – e in altri, in generale – questi tagli sono solo un sintomo di cambiamenti molto più profondi nel modo in cui intendiamo lo scopo e la ragion d’essere dell’istruzione universitaria, il rapporto tra tale istruzione e il mercato del lavoro e, cosa più fondamentale, di profondi cambiamenti nei valori e nelle priorità culturali.

In altri tempi, questo tipo di tagli al budget e di chiusura dei corsi di discipline umanistiche difficilmente sarebbero venuti in mente alle università e ai loro amministratori, dal momento che le discipline umanisti che erano in generale viste come il nucleo e l’essenza stessa di ciò che erano un’università e un’istruzione universitaria. Piuttosto che produrre profitti (secondo il “modello aziendale”) o truppe per un mercato (del lavoro), almeno uno dei principali obiettivi di un’università era quello di trasformare gli studenti in direzione di ciò che in tedesco si chiama Bildung, per contribuire a creare una formazione più completa e ricca (non in senso materiale), più persone pensanti. In una parola, le discipline umanistiche, e con esse le università, cercavano di arricchire l’umanità, di formare l’essere umano.

Ma i cambiamenti avvenuti nelle nostre priorità culturali e nel modo in cui anche mol ti amministratori universitari comprendono le istituzioni che amministrano devono molto, purtroppo, ai processi che hanno avuto luogo nelle stesse discipline umanistiche. E nulla lo ha reso più chiaro di ciò che è accaduto nei campus universitari dal 7 ottobre. Ormai da anni, gran parte del “di scorso” nelle discipline umanistiche è stato un discorso anti-umanistico, un discorso che, invece di celebrare e promuovere nozioni umanistiche fondamentali, di fatto le mina, pur mantenendo l’involucro esteriore delle stesse terminologie di diritti umani, giustizia sociale e uguaglianza, che sono tra i principi centrali del tipo di visione di umanità che fu anche la base delle scienze umane, almeno a partire dall’Illuminismo.

Nel corso di molti decenni, il pensiero umanistico è stato in grado di compiere grandi passi avanti verso l’inclusività in una sinfonia umana sempre più multivocale, basata sul le proprie nozioni fondamentali di uguaglianza degli esseri umani, di dignità umana, di diritti umani. Vari campi di studio, in particolare quel li umanistici, hanno cercato di ampliare la gamma delle voci ascoltate, riconosciute, legittimate. Decenni di lavoro hanno aperto le nostre orecchie alle voci dei “subalterni”, coloro alle cui voci non è stato concesso un posto adeguato, o alcun posto, nel coro complessivo della cultura umana.

A un certo punto, però, qualcosa in questo progetto è andato storto. L’ascolto dei subalterni ha finito per essere confuso con il disprezzo, la negazione e la delegittimazione del le voci di coloro che erano considerati (a torto o a ragione) “egemoni”. Invece di espandere la gamma del la nostra sensibilità uditiva, alcuni tabù – o riduzioni al silenzio – sono stati imposti e accettati. Il risultato, in realtà, non è solo una chiusura del discorso, ma una chiusura mirata, austera e autoritaria delle prospetti ve reali – prospettive legittime – sul le realtà umane, sulle culture, sulla storia: un progetto diametralmente opposto a ciò che le scienze umane cercavano di essere e di fare.

Ciò è evidente da anni nel mio campo e ha acquisito un’espressione rumorosa e violenta nell’ultimo mese. Siamo così accomodanti verso ogni possibile visione del mondo, ogni articolazione di qualsiasi identità, eppure, proprio in nome di tale adattamento, c’è una versione di una visione del mondo, un’articolazione dell’identità la cui legittimità è negata: l’idea che gli ebrei sono un popolo e tutto ciò che implica (come il diritto all’autodeterminazione). È stato prodotto un intero corpus di lavori apparentemente accademici il cui scopo principale è mostrare che questa percezione di sé con divisa da molti, se non dalla stragrande maggioranza degli ebrei in tutto il mondo – la loro identità, il modo in cui comprendono chi sono –, è illegittima. Siamo infinitamente intelligenti e costruttivi riguardo a ogni altra articolazione dell’identità: genere, sessualità, nazionalità, etnicità, indigenità, tutte cose oggi intese come costrutti sociali, “comunità immaginate”, che richiedono un atto di immaginazione, di mentalità, di costruzione, per avere un’esistenza. Negare la legittimità di qualsiasi costrutto del genere è considerato un atto di oppressione, d’imperialismo culturale. Tranne nel caso degli ebrei.

Dibattere, per esempio, se gli ebrei fossero una nazione nel senso moderno prima dell’avvento del nazionalismo moderno è come discutere se io ero genitore prima di avere un figlio. Ovviamente no. Ma diventare genitore non ha cambiato ciò che ero prima; è stata, certo, una trasformazione importante nella mia identità, ma non ha sostituito o scartato tutto ciò che ero stato prima o i vari modi in cui avevo modellato la mia identità in precedenza. Naturalmente, la mia nuova identità di genitore si è basata su tutto ciò (nel bene e nel male) e l’ho adattata – insieme alla narrazione che ho costruito su di me – alle nuove realtà e alle nuove prospettive emerse dopo la nascita di mio figlio.

Credo che sia evidente e ampiamente accettato come le identità (individuali e collettive) si costruiscono, si modellano e si evolvono. Ma, ancora una volta, questo non vale per gli ebrei, la cui percezione di se stessi è l’unica identità considerata – dai cosiddetti progressisti nei campus universitari – un terreno fertile per la delegittimazione. E questo non avviene solo nel linguaggio violento delle manifestazioni, dove gli appelli alla distruzione di Israele, e di fatto all’annientamento dei suoi ebrei, sono ormai legittimi, come si manifesta nel velato slogan “Dal fiume al mare”, che è proprio uno slogan annichilizionista e ora ha persino guadagnato la legittimazione da parte di un membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.

Nel linguaggio più sofisticato del sedicente discorso accademico, tali appelli vengono espressi in scritti accademici rispettabili, apparentemente rigorosi, dove l’indigenità palestinese, per esempio, viene considerata come una sorta di “passato com’era in realtà”(secondo la formulazione di Leopold von Ranke), un’inflessi bile realtà oggettiva, mentre quando si tratta di rivendicazioni ebraiche ci ricordiamo improvvisamente che non accettiamo più quel tipo di positivismo rankiano e sosteniamo che il senso d’identità condiviso da così tanti ebrei del mondo è un costrutto, e per di più illegittimo, ovviamente. Se conviene, siamo positivisti del diciannovesimo secolo (nazionalità palestinese e indigenità); se conviene meno, siamo postmodernisti sofisticati, che insistono sul fatto che tutto ciò che abbiamo sono narrazioni, che non possiamo fare “affermazioni di verità”, certamente non con qualunque identità si adotti, tranne ovviamente “l’affermazione di verità” che qualsiasi cosa la maggior parte degli ebrei dica su come capiscono chi sono è illegittima e una fabbricazione falsa, malvagia. Si parla di “regimi di verità” e dei vincoli limi tanti del discorso egemonico. Ecco il punto d’incontro tra questo discorso e questo modo di pensare “postmodernista” – o, in realtà, questo modo di costringere e soffocare il pensiero – da un lato, e il MAGA (Make America Great Again), la cultura Bibi (Netanyahu) della post-verità e della relativizzazione di ogni valore che ha aiutato a condurre Israele proprio in questa crisi. Naturalmente le scienze umane sono in crisi.

Naturalmente gli studenti non s’iscrivono più ai corsi e alle specializzazioni di discipline umanistiche. Dove regna questo tipo di discorso, le scienze umane hanno tradito se stesse e la loro stessa essenza. Le scienze umane posso no sopravvivere e apparire valide solo se rimangono fedeli alla visione umanistica che è il loro fondamento e la loro stessa essenza. Laddove sono diventate un’impresa anti umanistica hanno intrinsecamente fallito e hanno perso la loro ragion d’essere, non esistono più, indipendentemente dal fatto che le università chiudano o meno i programmi denominati “scienze umane”.