TROPPO POCHE LE DONNE NELLE POSIZIONI DIRIGENZIALI

Qualifiche dell'autore: 
imprenditrice, presidente dell’AIDDA Emilia Romagna

intervista di Anna Spadafora

Lei ritiene che ci siano differenze in un’azienda, a seconda che sia gestita e diretta da una donna o da un uomo? 

Basandomi sulle donne imprenditrici che conosco, anche come presidente dell’AIDDA, che ha ottanta socie, devo constatare che le donne sono molto più razionali, lavorano con più costanza, decisione e continuità degli uomini, avendo ben chiari i punti essenziali delle loro attività. Sicuramente, la famiglia porta via molto tempo, ma, proprio per questo, la donna impara a integrare più cose nella sua giornata, e forse questo è nel suo DNA, perché sia noi imprenditrici sia le nostre collaboratrici -– che magari non hanno gli aiuti che abbiamo noi – di fatto, lavorano a tempo pieno e in più mandano avanti una famiglia. Io non sono per le divisioni, ma per la collaborazione tra uomini e donne, però credo che nell’integrazione le donne siano molto brave. Certo, c’è da augurarsi che gli uomini le aiutino, ma non sempre avviene. 

Sono rari gli uomini che valorizzano l’operato di una donna…

Basti pensare che nelle posizioni dirigenziali, nelle banche, negli enti pubblici, nella stessa politica, la percentuale delle donne è sempre abbastanza bassa. Mi sono chiesta a che cosa fosse dovuto, ma non ho trovato risposte certe. Forse la maternità, soprattutto nei primi anni del bambino, penalizza la carriera delle donne, perché quello dedicato ai figli viene considerato comunque come tempo sottratto al lavoro. Proprio per questo io credo che le donne che fanno politica, quelle che hanno potere d’influire sulla legislazione e sulle scelte amministrative a vari livelli, provinciale, regionale e nazionale, dovrebbero battersi, non tanto per il femminismo, quanto per aumentare le strutture in grado di aiutare le donne durante la maternità. Ad esempio, negli altri paesi ci sono molti più asili nido e in prossimità dei luoghi di lavoro, mentre in Italia questo è un problema abbastanza grande. Ma, oltre al problema della maternità, noto la persistenza di una mentalità che conserva un pregiudizio: troppo spesso, ancora oggi, a parità di competenze viene scelto l’uomo, la donna deve sempre dimostrare qualcosa di più. Poi, una volta iniziati i rapporti, per esempio, con gli istituti di credito con cui l’azienda deve lavorare, con i fornitori, con i dipendenti stessi, subentra la fiducia nella persona, indipendentemente dal genere maschile o femminile, ma all’inizio c’è un po’ di diffidenza verso le donne, nonostante siamo nel 2005. 

Forse, tutto ciò risente di un luogo comune, di un pregiudizio arcaico, che risale ai tempi di Aristotele, quando le donne erano considerate poco più degli animali e solo di un gradino superiore agli schiavi.

Purtroppo, ancora oggi, se all’interno di una famiglia ci sono un maschio e una femmina e c’è la possibilità di far studiare una persona sola, ci sono casi in cui la precedenza viene data al maschio, senza tenere conto delle qualità e delle capacità.

Come se il cervello, il cervello dell’impresa, il cervello della politica, potesse essere maschile o femminile.

Assolutamente. Mentre io posso dire della qualità delle nostre imprese gestite da donne, che magari si sono trovate più o meno improvvisamente a doverle gestire, o perché il padre non aveva altri figli o perché il marito è mancato, e devo dire che ho esempi di donne molto in gamba. All’interno della mia Associazione ci sono donne molto in gamba e non so se questo mette paura a qualcuno. Mi sono sempre chiesta perché, a parole, tutti i politici dicono che la quota delle donne è del 20-25% e poi alla fine nei collegi difficilmente ci sono delle donne. 

Nell’era della comunicazione, una donna in maternità non ha bisogno di essere presente fisicamente, il cervello dell’impresa non si ferma perché l’imprenditrice è andata in maternità, anche perché oggi si può lavorare via e-mail anche nei ritagli. Quindi forse alcuni pregiudizi appartenenti a un’epoca ormai tramontata dovrebbero essere caduti.

Dovrebbero. Il fatto stesso che adesso molte donne abbiano la maternità più avanti con gli anni, dopo i trentacinque anni, ci dice che il problema esiste e le strutture in grado di offrire qualche soluzione pratica tardano a nascere. Eppure, basterebbe che le istituzioni pensassero che le donne, occupandosi della famiglia, senza rinunciare al lavoro o all’impresa a cui oggi nessuno vuole né deve rinunciare, hanno la responsabilità del futuro del nostro paese.

Nel momento in cui la denatalità è fortissima, credo che, se il legislatore si soffermasse a pensare ai problemi di una donna che lavora, forse non ci metterebbe molto a capire dove sono le ragioni per cui una donna che ha impegni importanti decide di avere i figli tardi o addirittura di non averne. Capisco che una donna che lavora come dipendente oggi può rimanere a casa due anni senza perdere il posto di lavoro, però, coi tempi che corrono, in qualunque azienda, due anni sono tantissimi e le trasformazioni che avvengono sono irrecuperabili. Inoltre, stando dalla parte di chi deve assumere, finché i costi di una maternità sono quasi tutti a carico dell’azienda, è chiaro che si tende a dare la precedenza agli uomini che non hanno questi problemi. Adesso sembra che la legge Biagi aiuti molto, sembra che vada abbastanza incontro alle donne. È già un primo passo. Tante cose sono state fatte, però non c’interessa il femminismo del poter dire “siamo pari”, bensì avere le stesse condizioni di partenza degli uomini. Io inviterei le donne che fanno politica e che sono vicine al legislatore a occuparsi soprattutto di questo e di fare leva sul fatto che chi si occupa della famiglia si occupa dell’avvenire di una società.

Quali sono le attività della sua Associazione in questa direzione? 

Le attività dell’AIDDA sono finalizzate a mantenere informate le socie sul mondo del lavoro, attraverso seminari e incontri che approfondiscono queste tematiche per poi proporle alla nostra sede nazionale, che a sua volta le propone a chi ci governa.

Il nostro scopo è di essere rappresentate nelle istituzioni anche come uditrici e in tante lo siamo già. Bisognerebbe che la Camera di Commercio, il Comune, la Provincia e la Regione avessero un occhio di riguardo verso le associazioni che rappresentano un mondo del lavoro molto importante e che potrebbero, indipendentemente da ogni appartenenza politica, peraltro legittima, dare suggerimenti sul mondo del lavoro.