LA SALUTE PERFETTA. CRITICA DI UNA NUOVA UTOPIA

Qualifiche dell'autore: 
docente all'Università Parigi 1 (Pantheon-Sorbona), direttore del dottorato Comunicazione, tecnologie e potere

Da molti anni mi sto interessando alle ideologie e alle utopie della post-modernità. Negli anni Settanta mi sono occupato dell’utopia più importante di quel periodo: l’utopia di un processo di decisione ideale, completamente razionale. Era l’epoca di Mao, della guerra del Vietnam, c’era l’idea che con un buon computer, con una buona matematizzazione delle cose si potessero vincere le guerre: quella contro Cuba, con il successo che si è visto, e quella contro il Vietnam, altro successo della matematizzazione della guerra! Dieci anni dopo, ho deciso di lavorare sulla comunicazione, perché era la nuova ideologia, più che utopia. E quando ho visto che la comunicazione era in declino, allora mi sono chiesto di che cosa si tratta oggi, quali sono le nuove strutture che siano capaci di trasformare lo spirito umano. Nel caso della comunicazione, si tratta di tecnologie che, attraverso internet, attraverso le connessioni internazionali, pretendono di trasformare il mondo, di mettere in comune il mondo e di salvare l’umanità. Allo stesso modo, oggi sono le tecnologie della biologia che vogliono risolvere i problemi dell’uomo, in modo molto più efficace delle tecnologie della comunicazione, perché si tratta del corpo umano e, dunque, sarebbe tutto il nostro apparato di azione e di vita a poter essere trasformato dalle biotecnologie.
Grazie a un incarico del Ministero degli Affari esteri, ho avuto l’opportunità di fare vari viaggi, in particolare negli Stati Uniti e in Giappone. E che cosa ho trovato negli Stati Uniti di estremamente sorprendente? A Boston, vengo ricevuto da alcuni premi Nobel, i quali mi spiegano che il lavoro sul genoma trasformerà l’umanità. Si utilizzano metafore come: “Questo è il dizionario dell’umanità”, “Questo è il Santo Graal dell’umanità”. Il premio Nobel Gilbert mi dice: “Datemi il genoma di un uomo e io vi dico chi è”. Leggo nelle riviste americane altre cose straordinarie: per esempio, che alcuni studiosi sono alla ricerca del gene della violenza, del banditismo, dell’omosessualità, dell’alcolismo e, addirittura, della disoccupazione. C’era scritto proprio così, una cosa impensabile per la cultura europea, ma bisogna tenere conto del tipico riduzionismo americano al biologismo, dovuto anche all’influenza di Darwin e ad alcune caratteristiche della destra americana, impensabili per una destra europea. 
Continuando il mio viaggio, ho incontrato una mia amica di Berkeley, psicoterapeuta, che mi ha raccontato di essersi fatta togliere le ovaie per prevenire un possibile tumore. Quando ho manifestato la mia sorpresa, mi ha detto: “Sei proprio un arretrato, non sai che qui, nella costa occidentale, tutte le classi agiate ormai fanno queste cose?”. “Questa è un’utopia in atto”, ho pensato e, per la prima volta, ho fatto un collegamento fra l’utopia di cambiamento genetico e l’idea di purificazione organica. Purificazione genetica e purificazione organica sono la stessa cosa. Ho capito che queste cose, prima o poi, sarebbero arrivate anche in Francia o in Europa, ma non avrei mai pensato che potessero arrivare così presto. Il mio libro La salute perfetta in Francia è uscito nel ‘95, parlavo di queste cose con il pubblico, ma non mi credevano. Fino al giorno in cui, il 21 dicembre 1995, il giornale “Le monde”, in prima pagina, riportava un atto del Congresso internazionale di cancerologia che diceva: “Se ci sono problemi di carattere ereditario, bisogna farsi asportare il seno e le ovaie”. Che sia stato detto questo non vuol dire che sia praticato da tutti, ci sono delle resistenze sia tra gli utenti della medicina, sia tra alcuni medici, ma queste sono le tesi ufficiali della medicina. Siamo in presenza di una vera e propria utopia in atto.
Poi, quando ho incominciato a parlare di sesso, mi sono sentito dire: “Ma quale sesso, il sesso è una cosa da bestie, da scimmie. Solo le scimmie fanno sesso, gli umani possono trovare qualcosa di più raffinato per mettersi in relazione”. Questo modo di pensare dipenderà dal puritanesimo tipico americano e poi anche dalla problematica lanciata dall’Aids, comunque rientra in una logica dell’utopia della purificazione. 
Un altro aspetto di cui parlo nel libro è Biosfera, una specie di grande serra di cristallo che si trova nel deserto dell’Arizona, in un posto che si chiama Oracolo. È un posto chiuso, in cui l’unico legame con l’esterno è dato dal vetro attraverso cui passa la luce del sole. Qui si possono sviluppare tremilaquattrocento specie vegetali, animali e otto umani (quattro donne e quattro uomini). E qui la questione è ancora più interessante perché con una struttura così si è voluto isolare le specie da ogni inquinamento, da ogni possibile elemento esterno. Gli umani mangiano quello che coltivano, respirano l’aria prodotta dalle piante che loro stessi fanno crescere, bevono il latte degli animali e mangiano gli animali che loro stessi allevano. Sono lì dentro da due anni. Io li ho visti due volte: una volta ero all’esterno, li vedevo attraverso il vetro, e un’altra due giorni dopo la loro uscita. È stato molto interessante perché, parlando con loro, mi sono reso conto che erano in uno stato di eccitazione febbrile. I giornali dicevano: “Ecco la salute migliore del mondo, con un nutrimento assolutamente purificato, con un’aria assolutamente pura”. In realtà, erano morti di fame; inoltre, neanche l’aria da respirare era abbastanza, perché questa cupola era stata fatta nel deserto in Arizona, dove c’è sempre il sole, e invece in quei due anni è quasi sempre piovuto, per cui l’assenza di sole aveva comportato che le piante non si sviluppassero. Inoltre, sono accadute cose strane tra gli animali: per esempio, i maiali sono un po’ impazziti e hanno cominciato a mangiare i polli. Allora gli uomini sono stati costretti a uccidere i maiali e mangiarli, e poi sono rimasti senza cibo. Allora, dire che quella fosse la salute migliore del mondo significava soltanto che c’era un tasso di colesterolo bassissimo, e questo è un bel criterio valido per le popolazioni sottosviluppate. Anche le persone uscite vive dai campi di concentramento nazisti dovevano avere un tasso di colesterolo molto basso, ma era la salute migliore del mondo.
Ho potuto esplorare una terza cosa, in una zona non molto distante da dov’ero prima, nel New Mexico, al Santa Fe Institute: il progetto della vita artificiale. È un progetto che può essere interessante dal punto di vista scientifico, perché può consentirci di elaborare processi statistici importanti. Se pensiamo che tutta la regione di Los Angeles è coperta di zanzare, perché c’è un numero tale di piscine che il clima stesso ne viene modificato, solo l’uso di modelli matematici poteva aiutare la città di Los Angeles a far fronte alla situazione. Ma un conto è il modello matematico, un altro è il Progetto Genoma o la vita artificiale. Quello che non va in questi discorsi è l’idea che sia possibile creare la vita, l’idea che siamo degli dei. Fa riflettere la nascita di quegli esseri elettronici che noi creiamo nei computer, che vivono, mangiano, possono avere un sesso e fare bambini: sono i nostri successori. “Questo è assurdo”, mi dicevo, ma un insigne professore mi ha detto che mi ingannavo, che tra dieci anni saranno assolutamente i nostri successori, al punto che dovremo elaborare, accanto ai diritti dell’uomo, quelli dei robot.
In tutti questi progetti trovo un’influenza molto forte della fantascienza. La tematica dei diritti dei robot è direttamente presa da Asimov. In effetti, per gli americani sembra non esserci nessuna differenza tra ciò che leggono nei romanzi e ciò che fanno.
Quando sono tornato a Parigi, ho cominciato a lavorare seriamente attorno al tema dell’utopia. L’ideologia è un sistema di pensiero per giustificare l’esistente e, dunque, per nascondere un certo numero di contraddizioni sociali, politiche, ecc. L’utopia è differente. Lungo questa mia ricerca, sono riuscito a trovare i cinque indicatori (come dicono i biologi) dell’utopia, indicatori oggettivi e strutturali del testo. 1) Il luogo isolato del racconto. Le utopie si svolgono sempre in contesti molto isolati. 2) L’onnipotenza del narratore. Nelle utopie non importano le contraddizioni, l’autore può bellamente disinteressarsi di ciò che in un testo normale, romanzo o saggio, deve essere assolutamente evitato, cioè la contraddizione. 3) Alcune regole igieniche di vita. Nelle utopie bisogna regolamentare i rapporti tra i sessi e il consumo di alcuni cibi. 4) L’immaginario tecnologico. Come un deus ex machina, passando sopra ai problemi sociali e simbolici e ai conflitti, nelle utopie la tecnologia risolve tutti i problemi. 5) Il ritorno all’origine. L’utopia permette di tornare all’origine, grazie al grande rinnovamento tecnologico e alla purificazione che si compie nell’isola, sotto l’egida del narratore. Da notare che questi criteri sono stati applicati nell’America del Sud dai gesuiti, che erano grandi lettori dell’utopia, grandi rivoluzionari a modo loro: quando hanno visto gli indiani, per esempio, hanno voluto dare loro un nuovo nome, come se non l’avessero già. Certo, non avevano un nome cristiano. Inoltre, hanno voluto rieducarli totalmente, cioè sopprimere i loro rapporti di amicizia e sessuali, hanno distrutto le loro case per costruire delle case cristiane. Tutto questo è ritorno all’origine, anche se l’origine, per i gesuiti, è ritorno all’uomo bianco, adulto, cristiano, civilizzato. Il ritorno all’origine è già una ricostruzione.
Ma vediamo questi indicatori nei due progetti di cui parlo nel libro: Progetto Genoma e Biosfera.
1) Il luogo isolato del racconto. È evidente che Biosfera II è un luogo del tutto isolato; quanto al Progetto Genoma, non è certo sulla pubblica piazza; nella ricerca, magari in un secondo momento interviene la comunità scientifica, ma all’inizio le cose avvengono in laboratori completamente isolati. Negli Stati Uniti, entrare in un laboratorio di biologia è come entrare in una sede dell’FBI. Inoltre, l’isolamento si fa sentire nel fatto che gli studiosi non comunicano tra loro, sia perché ci sono ingenti interessi economici in gioco, sia perché si pone il problema dei brevetti. Gli americani continuano a depositare brevetti sulle scoperte concernenti il genoma. Ho detto scoperte non a caso, perché non si tratta di invenzioni; ogni giorno qualcuno scopre un pezzettino in più della sequenza dei geni e gli dà il suo nome. Il problema è che il brevetto dovrebbe essere messo sulle invenzioni, non sulle scoperte. 
2) L’onnipotenza del narratore sul racconto. Non un narratore individuale, ma una sorta di narratore collettivo, la comunità scientifica, in questo caso, è al corrente di ciò che accade e ha un peso considerevole. Facciamo un esempio: quando una parte di questa comunità dice che il cosiddetto virus della “mucca pazza” può venire da spore e questa asserzione passa sui media, più di metà della popolazione europea smette di mangiare carne bovina. E questa non è piena utopia? Noi ubbidiamo a esperti nominati dai media, mentre io posso assicurare che ho verificato, interpellando medici ed esperti, che non c’è alcuna prova di questo passaggio dall’animale all’uomo. Non è una prima utopia, una sorta di stato di schiavitù, questo pieno controllo di un narratore su un racconto che passa grazie ai media?
3) Alcune regole igieniche di vita. È evidente che il Progetto Genoma e Biosfera sono altamente igieniche, di un igienismo molto sofisticato, molto tecnologico, in cui si tratta non soltanto di un lavaggio esterno, ma addirittura di un lavaggio interno.
4) L’immaginario tecnologico. In questi casi da me descritti, proprio alla tecnologia è affidata la restaurazione dell’uomo nella sua purezza.
5) Il ritorno all’origine. In fondo, questo uomo che bisogna restaurare attraverso la tecnologia e la purificazione è l’uomo dell’origine. È quello che dicono, non l’ho inventato io, dicono che si tratta di tornare ad Adamo, quello di prima della caduta. Come si può tornare a prima della caduta? Con la tecnologia possiamo tornare alla purezza, quella antecedente al peccato originale. Questo vale per il corpo umano, ma anche per il pianeta. E tutto funziona perfettamente.
Ma mi sono chiesto: “Perché funziona perfettamente?”. Alcuni colleghi americani di Princeton mi hanno dato la risposta: dovevo leggere il libro di Howard Segal, per capire che, dopo avere terminato la conquista dell’occidente, agli americani non restava che conquistare se stessi, il loro interno, con la tecnologia. Per tale motivo, hanno adattato i testi europei a scopi pratici e operativi. In una cinquantina d’anni, dal 1880 al 1930, sono stati prodotti oltre ottanta testi sull’utopia, molto venduti, molto letti e con tirature di un migliaio di copie. Questi testi avevano una caratteristica precisa: non erano scritti da filosofi, come da noi in Europa, e neanche da scrittori, ma da uomini d’azione, manager, responsabili d’industria, medici, avvocati, che volevano ottenere un risultato immediato. Per citare un nome a caso, Kellogg’s, quello dei cereali del mattino, era un medico e diceva che voleva cambiare tutta la razza americana, tutta la gioventù americana e anche la gioventù del mondo intero, cambiarla con i cereali Kellogg. Questo è un esempio del passaggio dall’utopia filosofica e narrativa, che troviamo nella nostra storia, all’utopia in atto negli Stati Uniti.
Credo che la mia teoria dei cinque indicatori funzioni bene anche nei project. E non dimentichiamo che progetto per noi è qualcosa che “si farà”, ma per un americano è qualcosa che “si fa”, immediatamente. Il fatto che ci sia questa utopia non vuol dire che non ci sia più ideologia, c’è una combinazione, con molta utopia e solo poca ideologia, ma l’ideologia c’è ancora. Per esempio, cercare i geni della disoccupazione è un modo per voler cancellare le contraddizioni sociali americane che è tipico del ragionamento ideologico. Ma soprattutto è un’impresa utopica.