CHI HA UCCISO SAMUELE?

Qualifiche dell'autore: 
scrittore, magistrato della Corte di Cassazione

In un tempo di luci e di ombre i frati e i monasteri costituivano un punto di riferimento anche culturale e, ancora una volta, dopo secoli e secoli di storia, in una città aperta come Bologna, si è stati quasi costretti a bussare al convento per fare qualcosa che vorrebbe dire solo cultura, per interrogarsi e per dare una qualche risposta su un delitto molto grave che ha attanagliato l’interesse degli italiani, facendoli riflettere sui misteri della mente umana, sul valore della libertà, sulla necessarietà di limiti alle esigenze processuali.

Per interrogarci ancora sul significato del processo, che non può essere il carro di Tespi, quel carrozzone sul quale il primo poeta tragico greco girovagava da un luogo all’altro dell’Attica a dare spettacoli e a fare teatro. Per riflettere sul concetto di giudizio di cognizione e sul suo naturale correlato che è una sentenza: il solo atto che dovrebbe farci giustificare l’incarcerazione di un imputato del quale siano state dimostrate le colpe e non di una persona che, benché indiziata, è comunque assistita da una forte presunzione d’innocenza su cui si radica l’idea stessa dell’eticità e dei limiti della giustizia. Riflettere ancora sugli oscuri fondali del nostro stupore esistenziale davanti a cose e a fatti di cui non riusciamo a capire la sapiente, la sacrale ritualità e il senso, specialmente quando ci vediamo concitatamente e intempestivamente feriti dentro di noi. E interrogarsi su queste cose in uno strano momento della nostra storia, in cui a volte non sappiamo più dove andare e come andarci e dove forse approviamo e condanniamo le stesse cose; dove, come diceva Seneca, non cerchiamo più quello che è bene fare, ma quello che normalmente e più frequentemente viene fatto dai più, e dalla maggioranza. Dove comunque il destino e le sofferenze degli altri non c’interessano più, come in quella notte concitata in cui in un silenzio intirizzito e smisurato, con imposte tappate e indifferenti e qualche sguardo furtivo tra le persiane chiuse, una nera larva di donna, sfuggente, vacillante, sparuta e dolente in una maschera di rassegnata e bieca pazienza, procedeva esitante tra gli uomini in divisa e in borghese che erano venuti a prelevarla.

E ora avverto la vostra impazienza e il vostro ragionevole, anche se arrogante, biasimo: ma cosa ci racconti? Cosa stai a dirci? Questa è una donna gravemente indiziata di avere ucciso barbaramente il suo bambino, non è un’eroina! Non si fa poesia sull’assassina di suo figlio! Mi rendo conto che non posso eludere ulteriormente questo appassionato grido di protesta, ma devo anche dirvi, e vi spiegherò poi le ragioni, che non ho affatto inteso scrivere un libello in difesa di questa persona, in difesa di una persona indiziata di reato. Persona indiziata di reato che, dobbiamo ricordarcelo sempre, non è ancora attinta da un giudizio di colpevolezza e – anche se un malinteso bisogno di interna rassicurazione e di ostentato efficientismo operativo e giudiziario si impongono contro le nostre stesse paure, un tronfio, disinvolto, quanto utile giustizialismo – non ci sono indizi o congetture al mondo che possono valere a farci legittimare una nostra definitiva deplorazione prima che sulle possibili e anche probabili colpe d’una persona indiziata sia stata scritta una sentenza.

Per questo bisogna dire qualcosa sul processo indiziario, che è niente di più di un marchingegno residuale volto a promuovere, sarebbe meglio dire ad assumere, un principio di prova là dove mancano le prove. Ci si affida agli indizi, agli indizi che non sono prove, quando mancano le prove. Perché per il legislatore possono esserci spazi di regolarità, per dir così, intermedi, ovvero d’indiretta concludenza ai fini dell’accusa, elementi del tutto accidentali che a certe condizioni possono essere processualmente utili. Ma quella degli indizi è una trovata molto discutibile, perché l’indizio è un’informazione casuale. Avrebbe detto Bruno Cournot che degli indizi si può solo dire che si tratti di un incontro imprevisto di una serie causale indipendente, senza connessione. Certo, a particolari condizioni questa informazione casuale può essere orientativa, ma non di quello che effettivamente è accaduto, ma eventualmente del disegno, del teorema degli investigatori.

Si dice: ma se è vero che la donna, quando rientrò in casa e scoprì il figlio in quelle condizioni, era con gli stivaletti – lo dicono i testimoni, per cui diamo per scontato che la donna era con gli stivaletti –, allora è tutto chiaro. A uccidere il figlio non poteva essere stata che lei. Perché? Ma perché se è vero che il bambino deve essere stato ucciso prima del suo rientro dall’accompagnamento dell’altro figlio, e su questo sono tutti d’accordo, prima delle otto e venti; se è vero che, tornando da fuori, scese come si trovava al piano di sotto e quindi era in camera da letto con gli stivaletti al momento della macabra scoperta; se è vero che al piano di sopra e nell’apposito stanzino furono rinvenute le ciabatte insanguinate chi se non la madre, si dice, può avercele messe dopo averle di consueto usate in camera da letto?

Questa è la situazione di fatto su cui è attestata l’accusa. Un discorso serio, in un certo senso persuasivo e direi genericamente accettabile. Ma questo discorso, che è discretamente ragionevole, non è logico, perché le conseguenze che si pensa derivino da questi elementi non sono necessariamente vere. Quando, cioè, da una certa combinazione di dati non scaturiscono risultati assiomaticamente veri e assolutamente inconfutabili, che sono i soli dati verificabili in una connessione logica, ma derivano soluzioni alternative e in un certo senso antinomiche, il discorso non è rigorosamente logico.

Si vuole dire che il fatto che la donna si fosse trovata con gli stivaletti nelle circostanze che abbiamo descritte, non implica di necessità che sia stata lei a uccidere il figlio solo perché le sue ciabatte insanguinate dovevano essere state da lei dismesse per cambiarsi le scarpe. Questa conclusione sarebbe vera e dimostrabile solo alla condizione che le ciabatte recassero macchie di sangue prima che la donna uscisse. Questo è il passaggio logico più importante, il solo passaggio mancante per spiegare tutti gli enunciati della supposta relazione inferenziale.  Diversamente, tutta la costruzione è viziata dal pregiudizio avvertito che, poiché la madre è l’assassina, non può essere stata che lei, tant’è che le ciabatte, ecc., ecc., ecc.

Già qualcuno che si chiamava Aristotele aveva detto che è possibile solo ciò che non è necessariamente falso e anche noi diciamo che è possibile che la donna abbia ucciso suo figlio per questo, questo e quest’altro, ma diciamo anche che quest’evenienza non è la sola ragionevolmente verificabile nell’ambito delle conseguenze possibili. Non si può infatti escludere che altra persona che avesse almanaccato quel delitto – persona che conosceva la casa, le pratiche, le abitudini degli abitanti, potesse essere entrata per la porta d’ingresso che era libera, non chiusa a chiave, avesse accortamente calzato le ciabatte della donna (che erano manifestamente visibili all’ingresso principale) per non lasciare sue impronte e per eventualmente predispore a suo carico eventuali indizi – avesse ucciso il bambino e fosse risalita al piano di sopra per rimettersi le sue scarpe, e uscire con destrezza indisturbata. È un’ipotesi non solo possibile, ma anche verosimile. In ogni caso la prova non è tutto ciò che può anche verosimilmente farci pensare che un certo fatto potrebbe essersi svolto con certe modalità e in una certa maniera, ma è quel ragionamento fondato su fatti secondo i quali un certo delitto non può essere stato commesso che in una sola maniera, che un certo delitto non può che essere accollato ad una sola persona. È questa la prova. Là dove vi sono riserve alternative, dove vi sono incertezze su questo enunciato logico, noi non siamo più in presenza di un fatto provato.

Più in generale, poi vorrei dirvi della mia riluttanza logica a pensare che un’arma non sia indispensabile a scoprire un delitto, com’è stato detto. Vorrei dirvi a questo proposito che un eccesso di zelo a certi livelli processuali (e mi riferisco alla fase delle indagini preliminari), l’infervorarsi eccessivamente del paradosso investigativo convincendosi di dover dire l’ultima parola, la parola definitiva sul delitto, può essere un pregiudizio sviante, perché la parola definitiva sul delitto è un giudizio che la legge demanda soltanto ai giudici di merito e dopo il dibattimento. E poi non è prudente nutrire un’esaltante fiducia nello strumento tecnologico, che è il pallino della modernità e che ci fa dimenticare come alla base di certe scelte tecniche ci sia l’uomo che deve orientare e impostare queste scelte.

Come uomo e come giudice ho molto rispetto per tutte le persone in attesa di giudizio, per tutte le persone sospettate, che non solo, come vuole la legge, hanno diritto al beneficio del dubbio, ma sono da considerare innocenti fino a quando non viene scritta una sentenza a loro carico. La moria suicidaria alla quale abbiamo assistito in questi ultimi tempi dipende dalla caduta di questo valore. Si è convinti, la gente percepisce che la presunzione d’innocenza non serve più e la spettacolarizzazione dell’indegnità di una persona può a volte significare, specialmente per i più indifesi e i più fragili, l’oscuro presentimento di un destino segnato.

Ecco perché capita che alcuni disperino e non accettino di confrontarsi nel processo: che ritengono, per molti versi, pregiudicato da quell’avvilente manifestazione di pubblica inimicizia.

Vorrei che si capisse bene una cosa. Non ho inteso scrivere una sentenza sul delitto di Cogne, mettendomi in arbitraria competizione dialettica con quelli che sono i giudici naturali di questa vicenda. Anche se sono stato costretto a parlare di certe cose per non deludere del tutto le attese e le aspettative pratiche di quest’incontro, la ragione del mio libro non è di natura pragmatica o specificamente giudiziaria; nonostante ho fatto anch’io qualche osservazione su aspetti processuali noti e notori, e sia chiaro, ai margini di un procedimento che non c’è ancora: perché ho scritto in costanza di indagini preliminari e quindi in relazione a un processo che non esisteva ancora, dicendo cose estranee al processo che verrà: processo in relazione al quale, come è giusto che sia, non è corretto impicciarsi e frapporsi.

Qual è, invece, il mio intendimento? Rappresentare nella finzione poetica, e per come ho potuto, la metafora sofferta della giustizia nella sua dimensione umana, esistenziale e mediaticamente emozionale, descrivendo una pagina di costume nei risvolti sociali di un’intensa e per certi aspetti eccessiva e singolare partecipazione dell’intero paese a un efferato delitto; raccontando le pene e l’innocente sbalordimento di un bambino che vide il volto dell’orco, il volto del male, il volto del nemico dell’infanzia; raccontando l’afflizione, il turbamento e lo sgomento di chi s’imbatte nel grande inquisitore che è poi lo spettro togato della coscienza sociale; del profondo e segreto rammarico ho voluto raccontare di ognuno di noi contro quel diavolo che ha ucciso il bambino che è dentro di noi, la sua innocenza primordiale, la sua limpidezza, la sua piccola verità.

Trascrizione della conferenza tenutasi al Centro San Domenico di Bologna, organizzata dall’associazione “Inedita”, in occasione della presentazione del libro dell’Autore, Chi ha ucciso Samuele? (Corbo editore).