OCCORRE AFFRONTARE I PROBLEMI

Qualifiche dell'autore: 
presidente della Commissione di Autocontrollo della Borsa di Milano, già presidente della Rai e della Corte Costituzionale

Sono particolarmente lieto di essere a Modena, in un’area del paese nota a tutti gli italiani e non solo per la grande capacità di creare ricchezza e prodotti, per la sua grande vitalità. Ho amici importanti in questa zona, primo fra tutti, il presidente della Ferrari, Montezemolo, quindi, oggi è rinnovato il piacere di trovarmi qui.

Colgo l’invito del presidente dell’Unione Industriali, Vittorio Fini, di lasciare un po’ da parte i temi classici della Costituzione e del diritto costituzionale e, invece, di fare una considerazione sulla situazione attuale e su ciò che si può fare, anche dal punto di vista istituzionale; perché è molto importante capire in quale momento si trova il nostro paese e quali possono essere le prospettive per l’avvenire. E credo di non rubare il mestiere a nessuno, perché, per fortuna, negli ultimi anni, siamo giunti alla consapevolezza che le istituzioni non sono qualcosa di esterno all’economia, qualcosa che ha una funzione neutra rispetto all’economia. Le istituzioni non solo comportano certi costi, a seconda di come funzionano e a seconda di come sono strutturate, ma il loro atteggiamento nei confronti dell’economia può essere molto importante ai fini del buon funzionamento dell’economia stessa. Pensate a quale aggravio di costi comportano per la comunità, in particolare per le imprese, istituzioni che sono malfunzionanti. Immaginate quali effetti può avere sull’efficacia e sull’effettività delle transazioni e degli scambi la durata dei processi italiani, per esempio, quante iniziative finiscono nel nulla perché si arenano di fronte a un giudice, perché si solleva una questione, perché si fa un ricorso. Già questo è un primo aspetto, ma l’aspetto più importante è ciò che le istituzioni possono fare per agevolare l’attività dei singoli, soprattutto in campo economico.

Venendo alla nostra situazione, non possiamo non partire da un dato di fatto: negli ultimi dieci anni l’Europa, tra le più importanti aree del mondo, insieme all’area americana e all’area asiatica, è quella che è cresciuta meno. E, in Europa, l’Italia è uno dei paesi che è cresciuto meno, se si esclude la Grecia. Quindi, siamo in una situazione in cui l’Europa soffre per la concorrenza americana e asiatica e, all’interno dell’Europa, l’Italia è quella che soffre per un dato di competitività più basso rispetto agli altri paesi. Un contributo negativo a questo lo dà sicuramente il funzionamento delle nostre istituzioni e anche il modo in cui le istituzioni sono organizzate e stabilite. Ma le cose si possono risolvere solo se ci sarà un impegno forte e soprattutto una consapevolezza chiara della situazione attuale.

Purtroppo, ho l’impressione che oggi, nel nostro paese, manchi sia una chiara consapevolezza dei problemi, sia un’azione effettiva, concreta ed efficace in una certa direzione.

Sono convinto che politica significhi prima di tutto cultura, perché la cultura, nel suo significato più essenziale, è semplicemente la comprensione della realtà. Quella che noi chiamiamo cultura è l’acquisizione degli strumenti per capire meglio i processi reali, per percepirli al loro inizio e non quando sono già conclusi, per cercare d’intuire qual è la direzione che stanno prendendo le cose e prendere i provvedimenti e le misure per evitare effetti dannosi di un processo appena iniziato. Purtroppo, nel nostro paese, da tanto, troppo tempo, la politica ha dimenticato il suo rapporto con la cultura. È drammatico vedere come i partiti nel nostro paese guardino ai rapporti che intercorrono fra loro, piuttosto che discutere i reali problemi del paese. Io pensavo che questo distacco della politica dai problemi del paese fosse stato chiuso con la fine della cosiddetta prima repubblica, nei primi anni novanta, mentre è drammatico vedere come si riproducono ancora oggi quegli stessi difetti e quelle stesse mancanze. Allora questo vuol dire che c’è un serio problema di preparazione e di formazione della nostra classe politica e della nostra classe dirigente, perché, se ancora oggi, dopo tutte le vicende che abbiamo avuto, dopo tutti i traumi che il nostro paese ha dovuto sopportare, non si comprende che la politica è conoscenza di problemi e tentativo di risolverli, questo mi preoccupa come cittadino e come persona che ha a cuore le sorti dei nostri figli e nipoti. Quando, però, affermo che la nostra classe dirigente non dimostra la prontezza necessaria a comprendere le cose e a affrontarle, non mi riferisco solo alla classe politica, ma anche all’alta amministrazione, ai professori universitari e a quella che dovrebbe essere l’elite culturale del paese, gli intellettuali. Mi piange il cuore a vedere che quelle che una volta nei giornali erano le gloriose terze pagine, le pagine della cultura, oggi sono la quarantacinquesima o quarantaduesima. E ancora di più mi piange il cuore nel vedere che nelle pagine culturali si fa pettegolezzo sulla letteratura e ci si domanda se è vero che Freud ha avuto un rapporto incestuoso con la figlia oppure no piuttosto che dire qual è l’importanza delle sue teorie. Questo rovina le coscienze e la televisione aggiunge il suo carico. Io credo però che gli intellettuali, la classe industriale, gli imprenditori, i manager, non possano tacere e assistere impotenti a questo declino, a questo svilimento e banalizzazione di tutte le cose importanti. E, tanto meno, dire che ormai tutto può andare come va, perché tanto alla fine si compone tutto, oppure che non importa avere principi o valori perché tanto poi le cose si risolvono. Non è affatto vero. L’assopimento delle coscienze e l’indebolimento della cultura recano danni di lungo periodo, nefasti, per un paese. Un paese o una società impiega lungo tempo per formare la propria cultura, ma pochissimo per distruggerla. Io credo che, proprio perché la politica in questo momento aiuta poco, ci sia bisogno, invece, di affrontare i problemi, di cercare di essere propositivi e di cercare di portare alla discussione i problemi. Credo che gli imprenditori possano farsi carico, come categoria, di proposte di più ampio raggio che non la singola proposta sindacale, come quella sulla detassazione. Credo che oggi gli industriali, proprio come categoria, dovrebbero affrontare problemi di contesto e prospettare qualcosa di più generale che riguardi la comunità, oltre che i singoli interessi sindacali. A maggior ragione gli intellettuali, chi ha la forza di farlo deve fare questo, deve dire qual è l’insieme degli eventi e dei processi che stanno realizzandosi e vedere quale può essere il ruolo delle forze che si dispiegano nella società nazionale per dare un significato e un vantaggio a questa comunità rispetto alle altre, a questa nostra società rispetto ad altre.

Ritengo che non sia un caso se l’Europa, da quindici anni, è la parte del mondo sviluppato che cresce meno, anzi va avanti lentissimamente. Se paragoniamo i tassi di sviluppo degli Stati Uniti e dell’Europa, tutto sommato due società comparabili, non c’è paragone, quello che per noi europei ci sembra un successo e viene accolto come tale, dagli americani è accolto come una sconfitta. Quando in America si preannuncia un aumento del reddito nazionale dell’1,5% o del 2% si parla quasi di recessione, il che vuol dire che c’è una percezione diversa, perché c’è una realtà diversa. Negli ultimi dieci anni c’è stata una grande perdita di tempo e di occasioni da parte dell’Europa, anche se le singole società nazionali al suo interno si sono comportate in maniera molto diversa fra loro. È vero che Francia e Germania hanno difficoltà, ma è anche vero che i deficit attuali di Francia e Germania sono rivolti a cercare di finanziare delle riforme. Riforme che potranno dare qualche risultato da qui a qualche anno. In Italia invece stiamo sul limite, o probabilmente oltre il 3%, ma non facciamo nessuna riforma significativa. In generale in Europa si è spesa la maggior parte del tempo a Bruxelles a fare provvedimenti tendenti all’armonizzazione, anche forzata, delle situazioni fra nazione e nazione, ma non si è utilizzato nemmeno un secondo a pensare quale dev’essere il ruolo dell’Europa in questo rinnovato mercato globale. Qual è la politica dell’Europa nel mondo globale? Io sinceramente non lo so e forse non lo sanno nemmeno a Bruxelles e a Francoforte. In un dibattito a cui ho partecipato su questo tema mi è stato risposto, da un importante esponente della BCE: “La nostra missione nel mondo è quella di rappresentare un potere gentile”, intendendo dire che siamo un potere che vuole la pace e non la guerra. Ma questa non è una strategia, perché tutti vogliono la pace, ci mancherebbe che volessimo la guerra. La strategia deve dire che cosa vuole fare l’Europa nel mondo con le sue industrie, quali sono i settori nei quali vuole primeggiare, quali sono i settori nei quali lascia il campo ad altri, perché nel mondo globale c’è anche specializzazione. Ho visto con quante lacrime e sangue hanno fatto la riconversione gli Stati Uniti, che hanno scelto chiarissimamente la via dell’innovazione tecnica e tecnologica, e quando l’hanno scelta, venti, venticinque anni fa, hanno fatto una riconversione sul piano industriale che è costata tantissimo in termini di minacce di licenziamento a chi, fra i dipendenti, non riconvertiva le proprie capacità. Io ho visto cinquantenni che quasi piangevano perché dovevano abituarsi alle nuove tecnologie, perché non si sentivano più nell’età per farlo. L’Europa, sullo stesso piano, che cosa ha scelto? Non so dare una risposta a questo interrogativo. È certo che questa situazione è stata, in qualche modo, peggiorata dal fatto che c’è stato un regresso della politica in Europa a vantaggio del potere della burocrazia. Non è mai bene perché la burocrazia è, per definizione, mancanza di idee. La burocrazia fa benissimo il suo lavoro, ma si limita a un fine. Non si può chiedere alla burocrazia di creare, d’indovinare qual è il fine, di sapere qual è il fine verso cui andare. Questo ha portato, soprattutto negli ultimi dieci anni, a una legislazione europea che è al limite del ridicolo e dell’oppressività, che regola tutto. Deve dirci persino di quanti centimetri deve essere una zucchina, e emana una direttiva comunitaria. Ci dice tante cose particolari, per cercare di adeguare, di armonizzare, i rapporti all’interno dei vari paesi per dare le stesse qualifiche. Ma non è questo che si chiede all’Europa. Si chiede anche una politica dell’Europa nel mondo, e questa sta mancando.

Ultima considerazione su questo punto. C’è un problema dell’Italia in Europa che non è secondario. A Bruxelles si percepisce notevolmente una debolezza dell’Italia nella Comunità, che non è solo recente, come si dice spesso propagandisticamente, ma da lungo tempo. Però la situazione non è stata migliorata, né ora né con il governo precedente. E questo è fortemente penalizzante. Se facciamo un confronto fra l’Italia e la Spagna, infatti, fermando l’immagine a cinque anni fa, prima che arrivasse Prodi a presiedere la Commissione, il presidente della Commissione era spagnolo, il presidente del Parlamento europeo era spagnolo e lo era altrettanto il presidente della Corte di Giustizia, che è un organo molto importante, perché non solo applica le norme, ma molte volte le fa, e può interpretare la Costituzione, tant’è vero che i trattati europei sono molti e in gran parte niente altro che scrittura di certe sentenze innovative della Corte.

I tre organi principali erano diretti contemporaneamente da tre spagnoli. Questo vuol dire che era un paese a cui veniva riconosciuto il proprio peso collettivo. Noi abbiamo avuto lo smacco che un commissario è stato bocciato dal Parlamento. E questo vuol dire essere un paese che non ha prestigio in Europa, c’è poco da fare. Possiamo prendercela con Buttiglione e le sue affermazioni incaute, però a un paese che ha prestigio questo non accade mai. L’Italia deve acquisire un potere maggiore in Europa, ma può acquisirlo soltanto presentandosi con governi efficaci che hanno chiarezza di vedute e saldezza di consensi.