I LAOGAI, GULAG CINESI

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geologo, dissidente cinese

Rispetto ai regimi comunisti, lei ha introdotto il termine classicidio, ritenendolo più adeguato di quello di genocidio. Perché?

Il termine genocidio è impiegato correttamente quando ci si riferisce a quanto è avvenuto in Rwanda o nella ex Jugoslavia, ma non quando ci si riferisce, per esempio, allo sterminio in Cambogia. Nei killing fields cambogiani si ammazzano fra loro persone della stessa nazionalità, che sono divise soltanto da differenze di classe. In questi casi, in tutto il mondo si dovrebbe impiegare il termine classicidio, che dovrebbe essere inserito nel dizionario. Dall’Unione Sovietica alla Cina, con l’istituzione dei regimi, s’intendeva dividere il popolo in classi: da un lato la classe degli sfruttatori, comprendente i borghesi e i proprietari terrieri, dall’altro la classe degli sfruttati. Sebbene in ciascuna nazione ci siano regole diverse, l’ideologia e le finalità sono le stesse: eliminare i nemici del regime per mantenere il potere. 

A vent’anni, alla fine degli anni cinquanta, provenendo dalla borghesia ed essendo un fedele cattolico, l’etichetta di esponente della destra controrivoluzionaria mi qualificava a tutti gli effetti come nemico del partito comunista cinese. Ero sotto costante sorveglianza. I compagni di università, membri del partito dei giovani comunisti, controllavano la mia posta, il mio telefono, il mio diario. Non potevo parlare con nessuno. Mi costrinsero a fare una confessione e a scrivere autocritiche. Tutti, compresa la mia famiglia, furono costretti a condannarmi in pubblico. Diventai una nullità. Soltanto mia madre, con il suo silenzio, non mi condannò mai. Scelse però un’altra via d’uscita: il suicidio. 

Essendo ancora giovane, decisi allora di fuggire dalla Cina per trovare un altro posto in cui vivere da uomo libero. Ma fui scoperto. La fuga dalla Cina comunista è sempre stato un reato molto grave. Fui arrestato e mandato in un laogai nell’aprile del 1960, senza nessun processo formale in tribunale.

Che cosa sono i laogai?

I laogai sono i gulag cinesi. Negli anni cinquanta i cinesi che entravano nei laogai in maggior parte provenivano dalla classe borghese ed erano definiti nemici di classe. Nel laogai il primo compito dei funzionari era il lavaggio del cervello ai prigionieri. Le chiamano rieducazioni attraverso il lavoro forzato. Ogni prigioniero doveva “confessare” il proprio crimine, scrivendo di proprio pugno una confessione che poi doveva essere approvata dalla polizia. Le confessioni venivano riviste e riapprovate ogni tre mesi. Negli archivi della polizia cinese ci sono ancora molte delle mie confessioni.

Ero torturato, picchiato, privato del cibo. Mi dicevano che non valevo nulla, che non ero niente e che persino da morto non avrei fatto altro che inquinare un pezzo di terra. Per molti anni non ho potuto sognare. Non erano soltanto le autorità a impedirmi di farlo, io stesso non lo volevo. Sognare è bello, è meraviglioso. Ma il sogno provoca anche sofferenza, dolore. E io pensavo che non avrei mai potuto essere un uomo libero. Nell’oppressione i sogni sono una tortura. È meglio dimenticare il sogno e vivere come una bestia. Purtroppo, soltanto così sono riuscito a sopravvivere. 

Come sono organizzati i laogai?

Il sistema dei campi di prigionia cinesi è un sistema imprenditoriale, parte integrante dell’economia cinese. Prendiamo per esempio la Jiangsu Yangzhou Wulin Machinery: si chiama così, sembra una fabbrica, di fatto è un’azienda molto moderna dove si producono autobus. Ma è un’azienda speciale. Sul retro c’è un altro nome: si chiama prigione n. 1 della provincia di Jiangsu. Nei laogai la produzione è varia (macchinari, chimica, tessuti), ma si tratta sempre di lavoro forzato, manuale, quasi di tipo schiavistico. In ogni provincia ci sono grandi aziende che contengono diverse prigioni, da sei a dieci, in una sola location. In alcuni casi vi si trovano addirittura fino a ottantamila prigionieri, una popolazione superiore a quella di una provincia. Tuttavia, la popolazione media è di quarantamila prigionieri. E in Cina esistono più di mille campi di lavoro forzato, nei quali sono rinchiusi milioni di prigionieri.

Il campo di prigionia n. 1 di Sunjiang è la più grande fabbrica di stivali di gomma cinese. Quarantamila prigionieri riescono a produrre dagli otto ai dieci milioni di stivali all’anno. Alcuni li abbiamo trovati, per esempio, da Wal-Mart, negli Stati Uniti. 

La Cina è il primo paese esportatore di tè. Sulla base di informazioni governative, un terzo della produzione mondiale di tè proviene dai campi di prigionia cinesi. Una volta ho bevuto del tè a Londra: non è difficile pensare che quelle foglie di tè contenute in bustine siano lavorate in quei campi.

La crescita economica della Cina può portare a un maggior rispetto dei diritti umani?

Finora è accaduto il contrario, la repressione e le persecuzioni continuano e il sistema dei laogai è in pieno sviluppo. Dal 1933 al 1937, sotto il regime nazista di Hitler, l’economia tedesca crebbe del settantatre per cento, proprio perché la tirannia esercitava un controllo totale sul paese, e portò il mondo al disastro. Anche l’economia cinese si è sviluppata notevolmente, ma se la Cina rimarrà un regime comunista, molto potente a livello economico, non sarà un bene né per i cinesi né per la pace nel mondo.