L'UNIVERSITÀ, LA DIFFERENZA, LA PACE

Qualifiche dell'autore: 
premio Nobel per la pace

Sono molto onorato di ricevere questo riconoscimento dell’Università di Bologna, perché questa è un’istituzione importante, una delle più vecchie università, dove però la gente è sempre giovane, per questo l’università contribuisce a mantenere giovane la città. Apprezzo l’università nei paesi democratici per due ragioni in particolare. La scuola superiore insegna ai ragazzi a dare risposte, l’università insegna loro a fare domande, insegna loro a porre questioni. E c’è un’età in cui occorre fare domande piuttosto che dare risposte. Se non avete la risposta non rispondete, ma se fate grandi domande, allora potrete scoprire nuove risposte e tutti abbiamo bisogno di nuove risposte. Dobbiamo interrogarci sempre sul nostro modo di vivere. C’era un tempo in cui sapevamo cosa volevamo ma non sapevamo come ottenerlo. Oggi sappiamo come ottenerlo ma non sappiamo cosa vogliamo. C’era un tempo in cui pensavamo che nel mondo ci fosse stabilità, oggi sappiamo che non è così, il mondo è in continua trasformazione e noi siamo testimoni di una delle più grandi trasformazioni della storia dell’umanità. Siamo passati da un’economia della terra a un’economia della mente, da un’economia del territorio a un’economia dei distretti intellettuali. Ma forse l’intera storia dell’umanità è scritta con l’inchiostro rosso perché è la storia delle guerre che si sono combattute per difendere o estendere la terra, perché il benessere della gente dipendeva principalmente dalle dimensioni e dalla fertilità della stessa terra. Oggi non è più così, perché la nostra vita, le nostre speranze e la nostra prosperità ora dipendono dalla scienza e dalla tecnologia. La scienza e la tecnologia non hanno vincoli, sono libere, non possono essere conquistate con le armi né difese dagli eserciti. La globalizzazione non è un’ideologia, ma il risultato di questa grande trasformazione.

Ma, accanto alla fine di un mondo e alla nascita di un altro, vediamo anche il mondo del terrore, un mondo in cui non si tratta di conquistare una terra o di consegnare un messaggio. Il terrore ha le sue basi nella protesta, non nella speranza. Penso che ci siano terroristi tra i musulmani, anche se non tutti i musulmani sono terroristi, ma molti terroristi sono musulmani. Pensano che la modernità possa danneggiare le loro tradizioni, quindi, protestano contro tutto ciò che è moderno. Si sentono deboli e non possono perdere il loro mondo, le loro tradizioni, ma non possono vivere basandosi su una tradizione ormai superata. Cinquant’anni fa l’agricoltura rappresentava il 50% dell’economia mondiale, oggi non possiamo vivere di agricoltura, come non possiamo vivere mantenendo la discriminazione verso le donne, dopo che una delle più grandi conquiste del XX secolo è stata proprio la liberalizzazione delle donne. Abbiamo cambiato la nostra mentalità, non solo perché le donne lo chiedevano, ma anche perché i bambini sono agenti del futuro e se le donne sono istruite aiutano i figli a sviluppare le loro prospettive future. Nel terrorismo vige il sospetto verso la modernità e il progresso, e questo rappresenta una catastrofe per il loro stesso popolo. Per questo penso che il terrore non vincerà, perché è un mezzo che non aiuta ad andare avanti, e un mezzo che fa tornare indietro non è un mezzo.

Ecco perché è importante l’università, fare domande, cercare sempre più ciò che può essere scoperto, perché non siamo alla fine delle scoperte, siamo appena all’inizio. Oggi, con la nanotecnologia assistiamo a una grande rivoluzione. Nella nostra tecnologia siamo abituati a costruire, e per costruire ci muoviamo all’interno di uno schema. Ma la natura non costruisce, la natura va avanti: un bambino diventa un uomo, un seme diventa un albero, e così via. E la nanotecnologia costruisce un’altra vita, che si muove tra la costruzione della scienza e l’andamento della natura. È una prospettiva di vita totalmente rivoluzionaria. Quindi, grazie alle trasformazioni e ai risultati dello sviluppo, il mondo che vediamo è un altro mondo. Dovremmo vivere in una società più omogenea, ma la società è la società delle differenze; e ciò che dovremmo avere oggi non è tanto il diritto degli esseri umani a essere uguali, ma un uguale diritto di ciascun essere umano a essere differente.

Gli scenari internazionali sono cambiati, l’Inghilterra è cambiata, la Francia non è più la stessa, anche la Germania e l’Italia sono cambiate, nei colori e nei pregiudizi. L’America è cambiata, ha aperto le porte all’immigrazione messicana. E vediamo che le differenze prendono vie differenti. Generalmente, il movimento va dalle aree di disoccupazione a quelle di occupazione, ma c’è anche un movimento da un livello all’altro: l’Africa si sposta verso l’Europa, ma la Cina sposta verso l’alto il suo livello di vita, e così accade in India. La Cina e l’India non sono più paesi poveri, sono in cammino, con tutti i problemi legati al benessere, perché se pensi che i soldi risolvano i problemi avrai i soldi che creano i problemi, creano nuovi gap e nuove preoccupazioni. Vediamo sempre gente in movimento e questo significa che è la demografia, più che la geografia, a cambiare la nostra vita.

Io vengo da una regione che ha attraversato molte trasformazioni e che vive tante contraddizioni che sorgono dal permanere della religione accanto alla rivoluzionaria modernità. Questo è uno dei problemi che dobbiamo affrontare. Ma è anche il problema che devono affrontare i musulmani. La religione è un impegno, la politica è un compromesso. Nella religione non ci sono compromessi: non occorre avere una versione nuova della Bibbia tutti gli anni, è sempre la stessa base, da migliaia di anni. La politica, invece, deve compiere continui adattamenti. Il problema del nostro conflitto sorge dal fatto che Israele e Palestina erano la culla di tre grandi religioni, tre grandi impegni. E, anche se di tanto in tanto sono coesistite, per la maggior parte del tempo sono state in conflitto. Abbiamo lo stesso Signore, lo stesso padre in Abramo, ma i bambini non seguono le stesse preghiere e gli stessi modi di vivere. E l’esistenza di tre religioni è sempre stata fonte di conflitto. Mentre il terreno dello spirito è molto vasto, la terra è molto piccola. Il popolo ebraico ha più storia che geografia. Se prendiamo queste tre religioni e le mettiamo in una terra che era divisa fin dall’inizio – perché all’inizio la terra ha creato le religioni, poi la religione ha diviso le terre –, avremo un conflitto molto intenso, profondo, dal punto di vista geografico e religioso.

Vedere i problemi non aiuta a trovare buone soluzioni, ma la questione è che per la pace non abbiamo soluzioni, per la pace dobbiamo solo fare compromessi. Quando si deve andare in guerra la gente è unita, non ha alternative alla vittoria. Quando vinci tutti ti fanno l’applauso, non importa cosa hai fatto, tutti ti perdonano, sei un eroe. Ma se vuoi fare la pace, tutti ti biasimano, perché la pace richiede compromessi. La gente ama la vittoria, perciò odia i compromessi e non puoi negoziare se vuoi vincere, puoi negoziare se vuoi vivere. E nel negoziato è importante fare attenzione a non vincere troppo, perché se vinci troppo puoi perdere i tuoi partner, che vogliono la pace. Non si può spiegare alla gente perché si fanno compromessi. Ti dicono che va bene fare compromessi ma non tanti, ma mi chiedo quanti sono tanti e quanti sono pochi, come giudicare. In tempi di guerra tutti i cittadini diventano degli strateghi e in tempi di pace tutti i cittadini diventano dei politici. È difficile accontentare la gente. Ecco perché è così difficile negoziare, in particolare in un’epoca in cui i media sono molto diffusi. I media non ti lasciano chiudere un occhio. C’è un merito della televisione ma anche un difetto. Il merito è che con la televisione è diventata pressoché impossibile la dittatura. Il difetto è che la televisione rende la democrazia intollerabile, per questo essere sempre sotto osservazione. Quando il processo di pace richiede trattative lunghe e un esercizio costante per giungere alla conclusione, succede che, mentre stai cercando di convincere la gente, all’improvviso, qualcuno senta in televisione un musulmano che dice “Non voglio che noi perdiamo, se vincete voi perdiamo noi”, e questo produce immediatamente un inasprimento della tensione.

In conclusione, per raggiungere la pace non basta avere un’idea, occorre la maggioranza. Se hai un buon programma ma questo programma non ha la maggioranza, può essere motivo di una canzone, ma non può essere attuato. E se vuoi formare una maggioranza devi costituire una coalizione, non solo con gli avversari devi giungere a un compromesso, ma anche con i tuoi partner. Ricordo un governo in cui Sharon era praticamente all’opposto rispetto a me e diceva che il mio programma era migliore del suo, ma io preferisco un programma intermedio rispetto al mio, se esso è approvato dalla maggioranza. E la gente mi chiedeva perché andavo con Sharon. Io rispondevo: perché Sharon viene con me. Un compromesso è un tentativo di costituire una maggioranza. La pace, tutta e subito. Altrimenti puoi diventare un poeta, un narratore, ma per fare della pace un’esperienza viva devi avere la forza e la passione di lasciare le occasioni ai tuoi avversari e non perdere il sostegno della tua gente. Oggi abbiamo fatto un passo avanti verso la pace nel mondo, abbiamo fatto la pace con l’Egitto, abbiamo incominciato a fare la pace con i palestinesi e ora spero che in poco tempo saremo fuori da Gaza. E una volta che avremo completato l’uscita da Gaza continueremo, perché la pace non è soltanto un compromesso, ma è anche un dovere morale. Si dice che gli ebrei non sono nati per governare la vita degli altri popoli, “siete fuggiti dall’Egitto e dalle case degli schiavi non per creare le case dei signori, non siete nati per dominare gli altri popoli, perché dominare se stessi è già una conquista”. Quindi, dobbiamo mettere presto fine all’occupazione, e bisogna fare attenzione a non tradurre occupazione con discriminazione. Se l’occupazione viene confusa con la discriminazione comporta che noi siamo ricchi e loro poveri, noi superiori e loro inferiori. È una malattia umana da cui dobbiamo guarire.