L’IMPRENDITORE ITALIANO È FRA I MIGLIORI DEL MONDO

Qualifiche dell'autore: 
presidente SOA, autore del libro A metà strada fra Tokyo e Francoforte (Franco Angeli)

Nel libro Come divenire imprenditore nel ventunesimo secolo, Emilio Fontela parla dei brainworkers, i “lavoratori di cervello”. Io li chiamo “lavoratori pensanti”. A questo proposito, vorrei raccontare un aneddoto. All’inizio degli anni sessanta, un giovane ingegnere meccanico appena laureato viene assunto in un’azienda bolognese di grandi tradizioni e, per fare esperienza, viene messo a lavorare alle macchine in un reparto di torneria. Il giovanotto, pieno di entusiasmo, cerca di rendersi utile e si permette di dare dei suggerimenti al vecchio capo reparto per migliorare il modo di lavorare. Il primo suggerimento viene accolto con un bofonchiamento: “Va bene, va bene, ma… bada a lavorare!”. Al secondo tentativo di suggerimento vengono stroncate le avance del nostro giovane di belle speranze con un perentorio: “Tu non pensare che a pensare ci pensiamo noi!” urlato in dialetto. “Ci pensiamo noi”, noi capi naturalmente, mentre i lavoratori, anche se bravi e preparati, dovevano solo pensare a lavorare.

Questo accadeva agli inizi degli anni sessanta. Oggi, dopo l’avvento della Qualità Totale, almeno in teoria, gli imprenditori dovrebbero avere assimilato il principio che l’azienda ha bisogno del contributo delle menti di tutto il personale. La mente di un uomo solo non basta più per condurre un’azienda che deve misurarsi sempre più a livello globale. Anche le piccole aziende non hanno più l’alibi o la possibilità di misurarsi solo con i propri vicini. Ormai, se non trovano i fornitori adatti, le aziende vanno in Ungheria, in Romania e dovunque occorra andare, non ci sono più ostacoli, vanno dove trovano i costi più bassi.

Ecco perché l’imprenditore deve sapere valorizzare i propri collaboratori. Oggi questo discorso è attualissimo e deve essere spinto fino in fondo. Come scrive Emilio Fontela, per il raggiungimento della qualità, occorrono sempre più lavoratori pensanti, brainworkers. Brainworkers vuol dire anche lavoratori della conoscenza, autonomi, responsabili, competenti. E qui vediamo la necessità della formazione.

Ma le nostre imprese, che sono prese a modello in vari paesi, sono avvantaggiate da quelle qualità e doti che fanno dell’imprenditore italiano uno fra i migliori del mondo. La fantasia, la grinta, la creatività dell’imprenditore italiano sono doti abbastanza rare. Lavorando nella consulenza alle aziende, posso constatare che gli italiani sono tutti imprenditori, tutte persone che in una situazione difficile s’ingegnano per trovare la soluzione. Questa è una caratteristica dell’imprenditore italiano. Mentre un tedesco o un americano, se non hanno tutto preparato e previsto, si bloccano, sono in difficoltà. Certo, nell’epoca delle grandi concentrazioni industriali, essi sopperivano con la forza organizzativa, e sul collettivo i risultati alla fine erano migliori dei nostri. Nel lavoro di squadra o di gruppo, essi formulano le procedure e le seguono. Noi invece tendiamo a deviarne, ci sembra sempre che: “Forse c’è un modo per fare prima e meglio”. Nella cultura italiana c’è una grande resistenza a seguire le procedure, e ciò è dovuto all’individualismo, alla creatività. Tuttavia, in realtà più piccole come le nostre imprese, la creatività diventa una grande forza, mentre troverebbe più difficoltà a far funzionare grandi organizzazioni, dove occorrono coordinamento e impostazioni di norme e procedure. Pertanto, andando verso un’era in cui è richiesto sempre più di divenire imprenditori di se stessi, in cui c’è sempre meno lavoro dipendente e sempre più flessibilità, il modello italiano rappresenta senza dubbio il migliore di tutti.

Allora, che cosa potrebbe servire per fare crescere le aziende italiane oggi? Esistono strumenti come l’accesso alla borsa e a facilitazioni finanziarie. Inoltre, si stanno quotando molte aziende, riuscendo così ad avere accesso a capitali internazionali. Poi esistono strumenti legislativi come la flessibilità dei contratti, ma sono strumenti esterni alle imprese. Internamente, invece, si pone il problema della capacità di delegare. È importante che l’imprenditore capisca che deve utilizzare al massimo tutto il personale, mentre le nostre imprese fanno molta fatica a mettere in pratica questo principio, dimostrano delle chiusure incredibili. Per delegare bisogna essere molto preparati, molto aperti e ci si deve porre a un livello superiore, non bisogna avere paura che il delegato possa usurpare il posto del delegante. Certo, il delegato deve essere pronto a ricevere la delega, non si può delegare una persona impreparata, però questo non può neanche divenire un alibi per i molti imprenditori che continuano a fare da sé e accentrare, perché se ciò avviene, quando l’azienda raggiunge una certa dimensione, non sono in grado di gestirla e quindi ne bloccano lo sviluppo.

Un imprenditore emiliano di grande successo che, partito letteralmente da una cantina, ha fondato un’azienda elettronica che ora è una multinazionale con più di 1000 dipendenti in tutto il mondo, mi disse, quando gli chiesi quale fosse il segreto del suo successo: “Sì, forse è stato il prodotto innovativo, ma sicuramente, subito dopo, viene la mia attitudine a delegare. Io ho sempre capito, anche quando non conoscevo tutte queste teorie, che delegando posso moltiplicare il mio lavoro per 10, 100, 1000, mentre se accentro il mio lavoro, per quanto io sia bravo e per quanto m’impegni, vale sempre per uno (più o meno)”.

Quindi, l’imprenditore italiano è fra i migliori del mondo, ma, non delegando, non utilizza appieno le risorse umane di cui dispone. Per fortuna, a volte lo salva l’entusiasmo, quella forza costruttiva senza cui si passa la vita a lamentarsi. L’entusiasmo è fondamentale nel lavoro. Appena laureato, incominciai a lavorare con un imprenditore che, pur essendo solo un ex operaio, aveva una mentalità molto aperta: io avevo soltanto ventisette anni, eppure, dopo avere parlato con me e visto che avevo entusiasmo, mi nominò direttore di un’azienda che allora aveva duecento operai. Io non avevo mai fatto caso al mio entusiasmo, ma lui se n’era accorto e lo aveva considerato fondamentale per la direzione del personale. Anche trentacinque anni fa, c’era un imprenditore che si circondava di giovani ingegneri, di brainworkers ante litteram, oserei dire.