CON LO PSICHICO SI COSTRUISCE LA REALTÀ

Qualifiche dell'autore: 
psicologo, docente di Psicologia del lavoro all'Università di Bologna

Luigi De Marchi ha una maniera di scrivere a metà tra il sacro e il profano, il sorridente e il quasi tragico. Lo dimostra lo stesso titolo del suo libro: Il nuovo pensiero forte. “Marx è morto, Freud è morto, e io mi sento molto meglio” (Spirali). Il suo pensiero è abbastanza semplice, come il suo libro, che non è fatto di capitoli, sottocapitoli e tabelle, ma di flash, quasi un centinaio di pensieri a ruota libera su temi di attualità. Fonte del suo pensiero è Wilhelm Reich, che viene cesellato con una ripetizione compiaciuta, tanto da mettere sotto accusa i Soloni dell’epoca, Erich Fromm e Herbert Marcuse. Nel 1970 Luigi De Marchi scriveva nel suo libro Wilhelm Reich. Biografia di un’idea (Sugarco): “La fedeltà al nucleo psicosessuale della dinamica individuale e sociale ha dato a Reich molta amarezza e solitudine. Proprio per questo ogni intellettuale autentico – qui le parole sono pietre – deve guardare a Fromm e a Marcuse con profondo sospetto e a Wilhelm Reich con profondo rispetto”. Vorrei che l’amico Luigi rispondesse alla mia domanda: perché il sospetto verso Marcuse e Fromm e il rispetto verso Reich? Eravamo nel 1970, quindi in pieno sessantotto, quando era già nettamente presente il problema della creazione delle corazze che gli uomini costruiscono attorno a sé – ricordiamo Musil, L’uomo senza qualità, Marcuse, L’uomo a una dimensione, e tutta la letteratura del momento – e il problema dell’origine di quello che poi De Marchi ha chiamato lo shock primario, nel 2002, con l’altro suo famoso libro dall’omonimo titolo. Lo shock primario, la paura del nulla, la morte come origine delle ansie e della costruzione della personalità umana. Perché rispetto per Reich?

Qui c’è una mia critica a De Marchi: ho l’impressione che spesso la paura dello shock primario porti a una sorta di reazione controfobica che passa attraverso l’autoreferenzialità. Ma come spiega il continuo riferimento a se stesso? De Marchi risponde: “Due sono le ragioni che ogni tanto mi costringono, mio malgrado, a ‘citarmi addosso’. E si tratta di due ragioni che discendono da una sola, amara realtà. Come forse sapete, di recente ho pubblicato una mia autobiografia intellettuale che ho intitolato Il Solista, appunto per segnalare l’isolamento e l’emarginazione in cui sono venuto a trovarmi proprio perché, nato e vissuto in questo Bel Paese […], mi sono sempre rifiutato di unirmi all’uno o all’altro coro”. La solitudine di Wilhelm Reich ritorna qui nell’identificazione con il suo personaggio preferito. Cosa c’è dietro questa autoreferenzialità? Quanti di noi, nella società in cui viviamo, sono costretti dal senso di solitudine e dalla sensazione a dovere puntellare continuamente la propria esistenza, ad arroccarsi su se stessi, tanto da diventare individualisti? Tanti hanno proprio il bisogno di dire “io, io, io”, per non avere l’impressione di scomparire.

E qui vorrei proporre di leggere il libro all’inverso. Dopo la premessa, consiglierei di passare all’ultima parte, alle ultime parole del libro: “Dietro la fame e la sete di massa e le guerre per la conquista della terra coltivabile, delle materie prime e delle energie, […] dietro i disastri ecologici prossimi venturi sta sempre l’esplosione delle popolazioni nel corso dell’ultimo secolo”. È importante tenerlo presente, soprattutto per la Cina, che attua una politica di controllo delle nascite, e l’India, che non la attua, due culture e due civiltà che stanno sviluppandosi. Il WWF, con il famoso professor Lovelock, l’inventore del concetto di Gaia, cioè della Terra come pianeta vivente, sostiene che nel giro di pochi anni avremo esaurito la superficie coltivabile del pianeta. Le ipotesi sono disastrose, ma bisognerebbe riflettere, anziché lasciarsi sommergere. Collegare l’esplosione delle nascite alla sessuofobia. È quello che fa De Marchi che, a partire da Reich, sostiene che la sessuofobia porta poi alla distruzione e all’insufficienza delle risorse. E questa è una seconda domanda che vorrei porgli: in che senso la sessuofobia causa questi disastri? Non credo che si tratti semplicemente del fatto che, se nascono molte persone, ci sono più bocche da sfamare e le risorse non sono più sufficienti. Alla voce sessuofobia egli raccoglie di tutto, anche curiosità tragicomiche come le fantasie erotiche dei terroristi: ai ragazzi che si preparano a farsi esplodere viene detto che li aspettano settantadue vergini, disponibili a tutto. Però devono proteggere i propri genitali con cinque paia di mutande, perché nell’esplosione potrebbero saltare e allora alle vergini non resterebbe niente da fare. Bisognerà vedere poi come in questa sessuofobia vengono collocate le terroriste donne, a cui certo le mutande non serviranno più, almeno per quello che ne sappiamo. Al di là della battuta, questo ci porta a considerare quanto sia profondo il disprezzo della donna in tutti i regimi, e non solo. A questo proposito vorrei ricordare il pezzo intitolato Picasso, un Barbablù della pittura, dove De Marchi nota che il disprezzo dell’artista per la donna fa parte della sessuofobia.

Vorrei concludere facendo notare che oggi purtroppo – diversamente da come De Marchi riesce a fare – assistiamo all’assoluta incapacità di trattare il problema sessuale in termini sociopolitici e i problemi politici in termini psicologici. Ma penso che, rispetto a venti, trant’anni fa, “stiamo vincendo”: le analisi psicologiche non fanno più sorridere gli economisti, che un tempo pensavano di risolvere tutti i problemi con i soldi. Allora, voglio fare un ringraziamento alla casa editrice Spirali, che ha pubblicato questo libro, all’amico Sergio Dalla Val, che ha organizzato questo incontro, e all’amico Luigi De Marchi, che mi permette di credere sempre di più nel fatto che lo psichico produce il fisico, molto più di quanto il fisico produca lo psichico. Con lo psichico si costruisce la realtà, e non c’è soltanto l’adrenalina che determina l’emozione, ma c’è anche l’emozione che produce adrenalina.