COSA ABBIAMO DA DONARE

Qualifiche dell'autore: 
professore di Filosofia Teoretica all'Università Statale di Milano

Incomincio annotando due limiti dell’attuale politica produttiva, industriale, monetaria e di mercato. La prima considerazione negativa è che la produzione delle merci, delle cose, dei beni, delle condizioni di vita ha un traino che ha usurpato la sua funzione: il capitale finanziario. Oggi si produce in funzione del capitale finanziario. Quindi, le condizioni di vita delle persone sono sempre più agganciate alla logica della produzione del capitale in quanto tale, mentre il capitale dovrebbe essere lo strumento e non il fine della produzione. L’altra questione è che, proprio perché il frutto finanziario è lo scopo primario che organizza l’impresa, sempre di più assistiamo a una concentrazione produttiva che esaspera la quantità a detrimento della qualità. In questo senso, troviamo una molteplicità di merci quale mai si era vista prima, ma in gran parte inutile, cioè non culturalmente produttiva, non culturalmente sensata, in una semplice corsa a costituire in fretta cinquantamila tipi di saponette, quando in fondo ne basterebbero cinquemila. Questo tipo di concentrazione quantitativa crea colossi, rispetto ai quali l’iniziativa della piccola azienda di qualità non può non soccombere. Allora, abbiamo tanti più prodotti inutili che vengono supportati da una campagna che propaganda il nulla e abbiamo la perdita reale di qualità che non si trovano più, che diventano passato, memoria storica e spesso anche qualcosa d’immemore. Questo colpisce in maniera diretta l’azienda Italia, perché se l’azienda Italia si mette a correre dietro la logica stravolta del mero capitale finanziario, della grande concentrazione produttiva, può soltanto continuare a perdere, perché non ha gli strumenti per reggere questo tipo di gara, ma soprattutto non ha l’interesse. Noi siamo un piccolo paese nel quale sono concentrate la maggior parte delle opere d’arte di tutto il mondo, un piccolo paese caratterizzato da una molteplicità di centri la cui diversità costituisce la nostra ricchezza e la cui omogeneità non costituirebbe un vantaggio. Cosa possiamo fare? Uno degli aspetti interessanti delle iniziative del secondo rinascimento, e particolarmente della casa editrice Spirali, sta proprio nella capacità d’interpellare coloro che creano effettivamente la realtà economica del paese, e discuterne.

Allora, io do semplicemente un suggerimento di percorso, con allusioni sociologiche e antropologiche. L’animale abita il territorio, l’etologo ce lo spiega molto bene, anzi, l’animale è il suo territorio. Se noi per esempio togliamo il leone dal suo territorio e lo mettiamo nella gabbia dello zoo, non solo ci troviamo davanti a un animale triste e rincretinito, ma ci troviamo anche di fronte a un animale che non è lo stesso: abbiamo tagliato via una parte della sua essenza, della sua natura, perché la sua natura è anche il suo territorio per il quale è perfettamente attrezzato, e che non si può togliere impunemente da lui senza deturparlo, degenerarlo, ammazzarlo. Non si può dire lo stesso degli esseri umani. Gli esseri umani non abitano un territorio nel senso che gli eschimesi sono il territorio eschimese o i lombardi sono il territorio lombardo. Certo, anche gli esseri umani hanno un rapporto forte con il luogo in cui abitano, ma diciamo che abitano in un luogo, non in un territorio. E il luogo è qualcosa che si può sempre in qualche misura abbandonare, sia pure portandolo con sé nella memoria, portandolo con sé come ricordo, come luogo natio, patria.

Questo crea due conseguenze che fanno subito capire perché sono partito da questa premessa molto generale. La prima conseguenza è che l’uomo si trasferisce: prima di essere stanziale, l’uomo è stato nomade e continua a esserlo, perché, come si dice in filosofia, è là dove produce effetti e produce effetti là dove arrivano i suoi prodotti, le sue scritture, ovvero le cose che ha scritto e che ha fatto, perché anche il prodotto della mano è scrittura, una scrittura della mano. Quindi, anzitutto, l’uomo è fluido, quello che non è l’animale, è la possibilità costante di portare dietro il senso del luogo nel modo del suo pro-dursi. Ma adesso aggiungerei la cosa fondamentale: è solo in quanto può portare in giro per il mondo la memoria del suo luogo, il ricordo della sua origine, che è sempre in trasformazione. Questo costituisce il suo dono.

Noi abbiamo doni da scambiare, perciò esiste lo scambio. Purtroppo, la teoria dello scambio è nata in un’epoca che era influenzata da un pensiero empiristico e pragmatico, che ha un po’ deformato la situazione. Non c’è uno scambio perché ci sono bisogni, anche se va da sé che ci siano bisogni. Ma se si ragiona in termini di bisogni si ragiona in termini di territorio (campi, acqua, strade), che pure conta per l’uomo, però l’uomo non è un animale, non è legato al territorio, è legato al dono, è legato al luogo, è legato al fatto che c’è uno scambio perché lo scambio è per sua natura ineguale, diversamente da quel che crede l’economia classica. Lo scambio è per sua natura ineguale, perché io ti do quello che ho come mio dono e tu lo desideri perché non ce l’hai. E lo scambio tra il desiderio e il dono è uno scambio irresolubile, ma è il motore dell’economia – che noi possiamo limitare, convenzionalmente calcolare, ma resta il motore –, il fatto che ciò che io ho da donare sia tale da suscitare il tuo desiderio e la tua curiosità, non soltanto il tuo bisogno. Questo muoveva le grandi carovane del Medioevo, uomini che, attraversando migliaia di chilometri, si mettevano per via, alla mercè di qualunque predone, che portavano le merci dall’Oriente all’Occidente e viceversa. E c’era la sensazione che il mercante fosse il mercante dei sogni, colui che portava una ricchezza qualitativa incomparabile: il profumo dell’Oriente, il sapore dell’India, oppure dell’Occidente.

Questo non è cambiato. L’economia italiana deve confrontarsi con l’economia di mercato nel mondo, con altre logiche, con altre strutture, ma guai a colui che crede di avere risanato la propria azienda perché l’ha resa simile all’azienda di Detroit. Intanto avrà operatori italiani, non di Detroit, poi, comunque, dovrà inventare un prodotto italiano, se imita quello di Detroit è perduto. Noi veniamo da luoghi precisi, da una cultura precisa, il cui risanamento e la cui rimemorazione costituiscono un patrimonio inalienabile della nostra identità, in quanto abbiamo questa identità, non da difendere in modo assurdo, come talvolta succede, ma come patrimonio da spendere. Che cos’è la nostra storia? Che cosa abbiamo da donare al mondo come modenesi, bolognesi, lombardi? Da donare, perché, se un prodotto è vincente, il suo prezzo di mercato non ne esaurirà mai la qualità. Perché è un prodotto che non viene da me, io sono l’ultimo di una catena, siamo una tradizione e, finché c’è questa tradizione, essa è impagabile, come sono impagabili i palazzi di Venezia o i portici di Bologna.

Ciascuno deve chiedersi che cosa ha da donare al mondo, che cos’è la natura di quel che ha ereditato, di cui è un’espressione vivente, che cosa può nascere dall’interno della sua esperienza, nel confronto con quella di altri. La vera innovazione è chiedersi che cosa ciascuno ha da dare che altri non hanno da dare. Non fanno eccezione i giapponesi, anche se tutti sanno che l’economia giapponese si basa sull’imitazione dell’economia prevalente nel momento: l’umiltà dell’allievo che imita il maestro è alla base dell’etica taoista, dunque, i giapponesi sono nel proprio quando si annullano e si modellano, come dicono loro, come l’acqua che si espande dove vuole espandersi.

Non è questa la natura italiana. A noi spetta chiedersi che cosa l’Italia ha di specifico nella storia del mondo e nell’attualità, come possiamo fare funzionare le nostre qualità correggendo in parte almeno i nostri difetti. A noi spetta chiederci da quale luogo proviene il “noi” e verso quale luogo s’indirizza il “noi”, perché il luogo cambia sempre, ma questa dialettica dell’origine e della destinazione non cambia mai. L’uomo è così, l’uomo è atopico o, come dicevano i grandi del Rinascimento, a noi non è stata assegnata una sorte precisa, ai bruti sì, agli angeli anche, ma all’uomo no. Dipende da lui.