UN'AURA STRAORDINARIA DI MILLENNI

Qualifiche dell'autore: 
docente di Filosofia teoretica all'Università Statale di Milano

Nel corso dei secoli e dei millenni, l’arte figurativa si è sempre più specializzata, determinando un mestiere preciso, con le sue tecniche, le sue tradizioni e la sua storia. Dietro l’arte figurativa ci sono centinaia di migliaia di anni di attività umana. Noi lo dimentichiamo, ma sono due milioni di anni che gli ominidi, i nostri antenati, parlano, e noi con loro. Che cosa vuol dire che “parlano”? Vuol dire che muovono il corpo, muovono le mani, incominciano a opporre il pollice alle altre dita, incominciano a usare un sasso per fabbricare un altro sasso. Gesto impossibile per un animale, che non ne ha la struttura né il progetto né la possibilità materiale e spirituale. Noi abbiamo varcato questa soglia. Ma varcare questa soglia significa al tempo stesso parlare, figurare, disegnare, incidere, lavorare. Quando un pittore dice che, vedendo su una spiaggia una barcaccia qualsiasi, sente che qualcosa si muove dentro, non lo dice per fare letteratura. Quando Bachisio Bandinu, dinanzi a un’esperienza pittorica come quella di Raffaello, sente il bisogno di raccontarne la storia, è una cosa ragionevole, ma che non sarebbe venuta in mente a uno storico dell’arte, il quale avrebbe ritenuto che si trattasse di banalità che sanno tutti. Non è così. La storia di una vita è una cosa che viene da un tempo ancestrale. L’avanguardia non ha bisogno d’inventare continuamente il nuovo, non c’è il nuovo da inventare, se non nella misura in cui occorre ricordare il vecchio, l’antico, l’ancestrale, ciò che abbiamo completamente dimenticato, ma da cui siamo costituiti.

Credo che Bachisio Bandinu, a suo modo, condivida queste cose. Ha scritto un libro straordinario sulla maschera, La maschera, la donna, lo specchio (Spirali). Che cos’è la maschera? È la soglia attraverso cui filtra la nostra cultura, mediante una dinamica dello sguardo, della parola, del corpo, della voce e del suono. Ha inizio così un’unità di senso.

È molto interessante l’esperienza di Sandro Trotti in Cina. Le due esperienze figurative dell’occidente e dell’oriente sono molto lontane, nascono da radici difformi poiché nascono da rivoluzioni scrittorie che non hanno nulla in comune. In occidente l’esperienza figurativa ha dato luogo alla scienza. Tra le scienze occidentali c’è la critica d’arte e, quindi, il discorso sulla pittura. In Cina il discorso sulla pittura si può fare solo per imitazione dell’occidente, ma non si può fare nella forma originaria di quel paese, poiché lì la scrittura è pittura.

Prima dell’introduzione dell’alfabeto, quando la tradizione era prevalentemente orale o c’erano forme di scrittura ancora imperfette rispetto alla trascrizione della voce, mentre erano perfette per altre funzioni, anche i greci non avevano una parola per dire “scrivere”. In greco non esiste il verbo “scrivere”. Siamo noi a dire che graphéin vuol dire “scrivere”. Lo abbiamo forzato un po’ alla volta. Graphéin vuol dire “incidere, scalfire, grattare”, essenzialmente ciò che fa l’artista nel suo lavoro. Graphéin vuol dire quella cosa che, in tempi remoti, probabilmente, avvicinava le culture dell’oriente e dell’occidente, poiché aveva ancora dentro di sé l’eco di un’origine ancestrale dell’umanità, di una cultura planetaria dell’umanità, di una cultura della specie homo sapiens sapiens – come diciamo noi oggi con termini scientifici –, che si era diffusa per tutta la terra, poi si era differenziata in base al clima, in base alle culture, ma nasceva da un unico ceppo. Oggi, di fronte al fenomeno della nuova globalizzazione, dobbiamo riflettere molto su questo punto. Credo che qui stia davvero uno dei nodi. La globalizzazione planetaria è in atto, e per lo più in forme allarmanti, distruttive e problematiche e proprio i rapporti con la Cina sono problematici da questo punto di vista. Se oggi c’è qualcosa che rappresenta una chance per guardare con sincero ottimismo e buone speranze alla globalizzazione non è la politica in quanto tale, non è l’industria votata al semplice incremento del profitto, del PIL o del capitale finanziario, non è la filosofia come cognizione, come storia, come scienza, come logica, ma è proprio l’arte. Con l’arte possiamo forse scongiurare una catastrofe planetaria, se mai avrà da esserci, in quanto nell’arte possiamo ritrovare le origini comuni. Non sempre gli artisti fanno gli artisti, come non sempre i filosofi fanno i filosofi. Fanno anche altre cose, soprattutto perché esiste l’industria culturale. Quando fanno gli artisti, gli artisti fanno la realtà. Questo non vuol dire che Trotti debba inventare la realtà. Lui la vede così, perché, come ciascun artista, vive il disagio del momento creativo. Quel disagio che provava lo stesso Raffaello. Anche i suoi tempi non erano facili: c’erano i papi simoniaci, una società che andava in malora, la corruzione, il vizio, e lui doveva barcamenarsi in mille modi, anche per lui si trattava di produrre realtà. Ma produrre la realtà non è produrre la macchina che produce la realtà. Si tratta d’inventare la macchina. Credo che Armando Verdiglione voglia dire questo quando parla di rinascimento. Anche la macchina è a sua volta una póiesis, una produzione. Però, ci sono infiniti modi alla radice di tutte le lingue con cui noi abbiamo prodotto le nostre culture, ci sono radici comuni che vanno riscoperte (come diceva Trotti, oggi non si sa come dipingere perché non ci sono più valori). Certo. I valori non stanno nelle parole. Non abbiamo parole perché i valori sono ovvi. Potremmo dire la parola di tutte le parole, quella che troviamo in tutte le culture: amore. Ma quando abbiamo detto “amore” non abbiamo detto nulla. La vera radice dei valori sta nell’operare concreto, in un concreto fare che non può più essere pensato in questa folle specializzazione dove se uno fa il pittore non s’intende con l’ingegnere, se fa l’ingegnere non s’intende con il filosofo e se fa il filosofo non s’intende con il poeta. Questa cosa è finita. E ce lo dicono i nostri ragazzi, a cui non importa niente di questo tipo di cultura così esibita e ammannita. Il loro non è un sapere, ma un’ignoranza, è per ignoranza che non gliene importa nulla, ma dietro l’ignoranza c’è un’intuizione autentica: questa cosa non è più vera. È vera se cerchiamo dietro i linguaggi codificati il linguaggio, che non vuol dire un solo linguaggio, non esiste un solo linguaggio, ma un’esposizione originaria al fare. Fare un prodotto non è semplicemente venderlo sul mercato, anche se il mercato stesso è un fare, il mercante stesso è un fare. Tutto questo va reinventato e ricostruito di nuovo. Guai a noi se gli artisti non ci aiutano, perché nella loro inconsapevolezza, nella loro poca volontà di tormentarsi su questi problemi – hanno altro su cui tormentarsi – sono tuttavia un esempio.

Guardate i quadri di Sandro Trotti. Io li ho guardati uno per uno con grande attenzione, consapevole della mia ignoranza, ma anche di domande semplicissime che credo avrebbero stupito l’autore. Perché qui ha messo questo pigmento? E perché questo colore? Bandinu procede così, si chiede: perché questo rosso? Perché questo rosso obliquo? È il modo giusto di guardare, quale necessità gestuale ha mosso a questa decisione?

Allora, un quadro, quando è un quadro riuscito, quando è un quadro che parla, dice che la creatività è un ascolto profondissimo e che non ci sono barriere rigide tra i vari linguaggi. Proust diceva: io guardo un quadro e mi pare di cogliere una luce che potrei mettere anche in una frase, se fossi bravo. Lui era abbastanza bravo, e alcune volte riusciva a mettere la luce nella frase. Perché? Perché la frase era fatta con la voce, ma la voce della frase è scritta con i segni della scrittura, però la voce e i segni della scrittura sono antichissimi, sono engrammi primitivi (per usare una parola di Kant), sono gesti che aprono un mondo. Pensate solo il gesto dell’afferrare, il gesto della mano umana che ha impiegato milioni di anni per compiersi, per divenire ovvio, per essere qualcosa che trasmettiamo ai nostri figli geneticamente. Ma, nel momento in cui si fece, il mondo incominciò a essere manipolabile, cosa impossibile per un cane, e la bocca si liberò per poter guardare il cielo, come diceva Ovidio, e poté far sentire la voce. Queste sono esperienze originarie. La voce si libera perché gli umani non sono più carponi, perché la bocca è liberata, non serve più per aggredire o per mordere. Il cervello incomincia a fare strane circonvoluzioni, come ci hanno spiegato i paleoantropologi. E questa mano acquista una delicatezza di tatto. Pensate a un pianista, a un violinista, a un chirurgo, a un pittore, a un pittore cinese che impiega anni per imparare come si tiene il pennello, come si fa una linea. Questa non è semplicemente una trasformazione animale su un pianeta, è una trasformazione del pianeta. Adesso è il nostro pianeta, ne abbiamo la responsabilità, guai a noi per quel che stiamo facendo di noi e del nostro pianeta. Questo è il mondo che si crea dentro una mano. Questa è l’arte. Senza queste mani, pensate che ci sarebbe l’arte del colore? Anticamente, i tasti dell’organo venivano suonati con i pugni perché non si riusciva a costruirli in maniera più piccola e più efficiente. Poi, un po’ alla volta, l’ingegneria, l’idraulica e la fisica hanno contribuito a migliorare l’estetica, la ginnastica e la tecnica. Un po’ alla volta, questi tasti sono diventati quelli che conosciamo. Allora, abbiamo incominciato a chiederci come suonarli. È il famoso passaggio del pollice, con Bach e Rameau s’incomincia a comprendere che il passaggio del pollice può risolvere i problemi del clavicordo e dell’organo. Voi credete che avremmo avuto le sonate di Beethoven senza l’ingegneria e l’idraulica? È questa l’arte, non sono i discorsi cretini dei professori di estetica. No, l’arte è questa vita, è questa vita concreta dove c’è tutto: come si mangia, come si fa l’amore, come si educano i figli, come si costruisce una capanna, come si va a caccia, come si costruisce uno strumento. E da una cosa viene un’altra cosa, da un’arte viene un’altra arte. Téchne, dicevano i greci, e non pensavano all’estetica. L’artista è il culmine di tutto questo. Occorre vedere in un quadro quello che vede così bene Bandinu, che ci fa fare un percorso, occorre vedere che dietro quella figura, a sorreggere quella figura, a darle senso – figurativo o meno, non è importante –, dietro quei segni, c’è un’aura straordinaria di millenni. Il quadro è un momento magico in cui tutta l’umanità è, per dir così, ricapitolata in pochi segni. Così possiamo andare infinitamente dietro quel quadro, possiamo raccontare infinite storie, dobbiamo raccontare infinite storie, abbiamo lì un concentrato di storie. Se non comprendiamo che una semplice tela è questo, non abbiamo capito l’arte. Facciamo discorsi sull’arte ma non abbiamo veramente esposto la nostra vita al miracolo della creazione, che è il miracolo per eccellenza, quello che ci caratterizza nel bene e nel male. Perché lì, nell’aura del quadro, nell’aura di ciascun quadro, sono concentrati infiniti significati che l’artista non conosce, che nessuno conosce e che possiamo solo rievocare.

E poi, è un incontro. L’artista conosce a mala pena quei significati, perché il suo gesto era profondo, ma la sua intelligenza critica superficiale, come quella di ciascuno di noi. Questi significati vanno al di là della sua personale esperienza. Per di più, quando io guardo un quadro, c’è la mia esperienza, quando lo guardi tu, c’è la tua esperienza. In un quadro c’è la convocazione della storia dell’umanità. Capite che cosa perdiamo se perdiamo la pittura? Lì c’è la convocazione di tutta la nostra ancestrale vicenda occidentale e non solo. Questa è l’aura.