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ARCHESTESIE PER L'ARTE E PER L'IMPRESA | La città del secondo rinascimento

ARCHESTESIE PER L'ARTE E PER L'IMPRESA

Qualifiche dell'autore: 
docente di Disegno industriale al Politecnico di Milano, fondatore di Etnoteam

Le ricerche sull’archestesia nascono dall’incontro di personalità diverse: io, che mi occupo di fisica, incontro un architetto, Ettore Lariani, e un musicista, Francesco Rampichini, e iniziamo un percorso culturale, concettuale, di discussione e di dibattito, per il puro piacere di capire qualcosa di più a proposito delle percezioni e delle sensazioni.

Nel neonato, che non ha ancora imparato a usare i sensi, le percezioni e le sensazioni sono completamente mescolate: l’odore della mamma, il colore del sole che entra e batte sulla parete gialla, il rumore della strada. È difficile pensare che sia in grado di recepire queste cose discriminandole. Ma c’è un certo momento in cui non solo distingue tra le cose mobili e quelle ferme, ma distingue che la proprietà della parete, che noi chiamiamo colore giallo, è una proprietà simile a quella della spiga del grano o del becco del paperotto giocattolo che ha nella sua stanza. E, da quel momento, inizia un’organizzazione cerebrale che instanzia un organo, una rete neurale all’interno del suo cervello, che gli permette di distinguere il giallo. Però il giallo è un attributo di qualcosa, non esiste in natura, tanto che non possiamo vedere il giallo, ma solo cose gialle. Eppure, tutti noi parliamo di giallo. Il concetto di giallo è astratto e, nonostante tutto, abbiamo un organo per vedere il giallo. Qual è l’organo? È la vista? No, la vista c’era anche prima nel neonato, la vista percepisce, fra le frequenze, quella del giallo, ma il concetto di giallo è organizzato e separato da altri aspetti da una struttura cerebrale. Allora, questa struttura è un senso come tutti gli altri, che sono strumenti per percepire il mondo che ci circonda. A percepire il giallo di qualcosa è un senso: noi abbiamo un organo di senso che permette di percepire questa caratteristica e non è negli occhi ma nel cervello. Questo vuol dire che noi siamo in grado di distinguere strutture, caratteristiche che non sono elementi contingenti legati a un segnale. Se ascolto simultaneamente i suoni di due tasti del pianoforte, sento una terza nota, un suono di un tasto che non ho suonato ma che corrisponde alla differenza tra le due note suonate. Questo è un fenomeno che non dipende solo dall’orecchio, noi abbiamo organi sensoriali che sono al di fuori dei canali percettivi e, perciò, va rivista l’idea di avere cinque sensi. Nelle sensazioni parliamo anche del dolore, ma qual è l’organo di percezione del dolore? E il calore? Il calore non può stare semplicemente in alcuni organi di tatto, tant’è che diciamo, per esempio, di sentire il freddo nelle ossa; oppure se mettiamo una mano in una bacinella di acqua calda e l’altra in una di acqua fredda e poi le mettiamo tutt’e due in una di acqua tiepida, una sente freddo e l’altra sente caldo, eppure la temperatura dell’acqua in questo caso è sempre la stessa. Noi siamo in condizione di misurare le differenze. Allora, la differenza forse è un senso più universale degli altri, e forse la differenza può essere un elemento che noi percepiamo, come nel contrasto tra il freddo e il caldo, il liscio e il ruvido, non solo con il tatto. E ci sono tantissime differenze che interessano i vari sensi. Nell’udito possiamo parlare di alto e basso, nell’olfatto parliamo di profumi dolci e profumi amari, e così nel gusto. Allora, forse ciò che è più importante sono proprio le differenze e la capacità di organizzare non le sensazioni ma le relazioni tra le sensazioni.

Pensiamo, per esempio, ai termini alto e basso: ci sono individui alti e individui bassi, ma in una partitura musicale gli alti sono in alto e i bassi sono in basso, la Borsa va in alto e in basso, le quotazioni salgono e scendono. Come il nostro umore: “Oggi sono su, ieri ero giù”. Dunque, il concetto alto basso va al di là del concetto spaziale, ma vale presumibilmente per tutte le percezioni. Non è l’unico esempio di contrasto, c’è anche quello tra il chiaro e lo scuro, quello tra i colori. Inoltre, contrasto è un termine che viene usato nel gioco del calcio, è una figura di scherma, è un tipo di composizione poetica o musicale. Il contrasto può essere tra due concetti, come giovane e vecchio o moderno e antico, tradizionale e non tradizionale, oppure sono in contrasto elementi presenti simultaneamente con una volontà di contrastare, quindi, di farci percepire qualcosa. Allora, forse dobbiamo pensare che all’interno dei sensi ci sono relazioni sensoriali molto più complesse che passano attraverso una struttura cerebrale organizzata forse su diversi livelli. Abbiamo stimoli che interessano gli organi percettivi, questi stimoli ci danno una percezione, sicuramente noi vediamo le cose, ma il fatto che le vediamo non vuol dire che le vediamo rotonde, quadrate, perpendicolari, questo appartiene a una sfera differente, dove esistono le elaborazioni metaforiche, le influenze cognitive, per cui siamo in grado di rispondere agli stimoli non solo sulla base delle percezioni oggettive iniziali, ma anche su quella delle azioni che dipendono dall’elaborazione metaforica. L’idea di base è quindi che la percezione non possa essere pensata solo sui canali sensoriali, ma debba essere pensata su strutture archetipe, antiche, capaci di percepire le organizzazioni, le relazioni, qualcosa che è molto di più anche se sembra molto di meno. Da qui, mancando il termine, ne abbiamo coniato uno nuovo: archestesie.

Potremmo andare avanti con vari esempi, però diciamo che le archestesie continuano a investire e a permeare la comunicazione ciascun giorno, dalla pubblicità, ai giornali alla televisione. Una forma di comunicazione è quella del logo, il logo pubblicitario, in cui la grafica del marchio potrebbe scriversi in musica, secondo la modalità dei codici acusmetrici. Supponiamo di volere fare vedere cose facendo ascoltare un suono. Con l’acusmetria si tratta di mettere a punto un codice vero e proprio per le relazioni tra spazio e suono. Con due altoparlanti è semplice: se sentiamo un suono a destra è a destra, se lo sentiamo a sinistra è a sinistra e, se cambiamo il suono da un altoparlante all’altro, sentiamo un suono che si muove da destra a sinistra. La cosa interessante è che, se innalziamo un suono di un’ottava, lo sentiamo salire, quindi, abbiamo un movimento verticale e, se un suono mentre va da destra a sinistra sale di altezza, lo sentiamo spostarsi in diagonale. Un suono che aumenta d’intensità, invece, è qualcosa che si avvicina, mentre uno che diminuisce è qualcosa che si allontana, dando l’idea della profondità. Nel primo caso c’è una base fisica, il secondo è su base metaforica, perché usiamo lo stesso linguaggio degli alti e bassi, della Borsa, del modo di dire “Oggi sono giù”, il terzo è su base esperenziale, sappiamo che succede.

Queste cose però si possono formalizzare in modo che possiamo dire non solo banalmente che facciamo muovere un suono da destra a sinistra, ma anche quantitativamente dove dev’essere, quanto a destra e quanto a sinistra, in modo tale che lo percepiamo là o qui o lì, e questo è possibile attraverso controlli legati a apparecchiature di gestione del suono come amplificatori, mixer e così via. Lo stesso posso fare per le figure dell’alto: passo da un do a un do superiore e colloco, attraverso rapporti pitagorici dei suoni, l’altezza, in modo tale da stabilire che c’è un terzo, un quinto, un sesto dell’altezza totale e così percepire esattamente la posizione di quelle figure. Questo vuol dire che l’intensità è definibile matematicamente, in modo da dare l’impressione del movimento. Movimento che vediamo non con gli occhi, ma con l’ascolto, a conferma che le nostre sensazioni estetiche non dipendono dalle percezioni sensoriali


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