VIRTUALITÀ E NUOVE COMPLESSITÀ

Qualifiche dell'autore: 
docente di Estetica dei nuovi media, Università di Bologna e di Padova

Tra gli aspetti che ho apprezzato maggiormente nel libro di Lucien Sfez, Tecnica e ideologia (Spirali), anche se per l’autore sono connotati negativamente, c’è la considerazione che le tecnologie traggono con sé un immaginario a “bassa intensità”, che non riesce a diventare ideologia, ossia a raggiungere un livello simbolico avanzato – come nella mitologia, nelle religioni e, in molti casi, nella politica di epoche precedenti –, ma rimane in una sorta di doppio legame: da una parte, c’è una sorta di “tecnoutopia in progress”, le tecnologie si vendono prevalentemente all’interno di tecnoutopie, in modi sempre più connessi, sempre più comodi, sempre “migliori”; dall’altra, c’è una sorta di “cosalismo”, poiché, in questo campo, si lavora solo sulle cose: sui telefonini, sui videogiochi, sui software sempre più avanzati. Si tratta di un progresso policentrico dato dalle tecnologie e dalla loro evoluzione interna. Ma questo non è un dato negativo, le ideologie in passato hanno causato ben altri disastri. Se oggi abbiamo ideologie a bassa intensità è il male minore.

Sfez suddivide l’immaginario del racconto tecnopolitico in tre parti. Prima di tutto, c’è l’immaginario tecnico, con oggetti come la domotica, gli apparati tecnologici di sorveglianza e altri, che producono un’ideologia a bassa intensità, con il doppio vincolo di tecnoutopia da una parte e di cosalismo dall’altra; manca totalmente una forma di distopia, in queste forme di tecnologia avanzata non compare mai nessuno scenario negativo. Nelle nuove forme di tecnologia non compare alcun aspetto peculiare alla fantascienza, che, invece, è ricca di distopie, o utopie negative. Poi, ci sono le immagini tecnosociali, che presentano, anch’esse, un doppio legame. Le immagini tecnosociali sono quelle che coinvolgono gli industriali e i finanzieri, i quali, per un verso, devono essere molto pragmatici, per affrontare e risolvere le elaborazioni economiche in corso, per l’altro, devono essere legati a una specie di utopia, magari ideale o difficilmente realizzabile ma che, in qualche modo, deve essere evocata, altrimenti non varrebbe neanche la pena di mettersi al lavoro su determinati progetti. È il caso di Bill Gates, che disse che il futuro sarebbe stato digitale, o di Negroponte e delle sue affermazioni sul futuro fatto di bit e non di atomi. Infine, c’è l’aspetto che compare a proposito delle città da cablare, in cui c’è una specie di sparizione della tecnologia (pensiamo alla pubblicità della Vodafone) a favore di una specie di tecnonaturismo.

Queste immagini, divertenti ma anche un po’ preoccupanti, servono a vendere oggetti, ma quel che si vende sono i cieli limpidi o altre forme di fantanaturalismo ecologico. Il libro di Sfez è molto denso e non si esaurisce in quello che ho detto finora. Devo tuttavia anche dire che alcune cose che afferma mi lasciano un po’ perplesso. Concetti come quelli di tecnonaturalismo e tecnopolitica fanno parte dell’ambiente francese, in cui si pensa che ci sia una specie di trasalimento del reale a vantaggio del virtuale, da cui si arriverebbe a una sorta di virtualizzazione del fenomeno. Può essere vero, ma occorre anche considerare che le tecnologie – a parte il primo momento, in cui c’è stata una contrapposizione piuttosto netta e dura tra reale e virtuale, quasi con una sparizione effettiva del reale – portano a una situazione molto più complessa. Per quanto riguarda i cosiddetti scenari multipli, per esempio, questa situazione era stata già stata adombrata da alcuni teorici della televisione, i quali dicevano che la televisione non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma crea un ambiente vero e proprio, virtuale come altri ambienti, ma con effetti molto potenti. La realtà virtuale non è l’unico strumento per entrare nella virtualità e comunque è fin troppo connotato come hardware. La virtualità si ottiene anche con i telefonini o nei reality show, una realtà virtuale a basso costo, a bassa intensità e ad alto rendimento, a differenza della realtà virtuale comunemente intesa, a elevato impegno tecnologico, semi-illusionistica e ad alti costi. Inoltre, le nuove tecnologie offrono il vantaggio di potere fare confluire, al loro interno, ulteriori tecnologie aggiuntive, anche quelle di uso più comune, come telefonini, palmari, internet. E di giocare sul wireless e su connessioni sempre più libere e delocalizzate. Consideriamo ora le metropoli orientali. In particolare in Cina, in Giappone, in Corea, a Taiwan, ci sono metropoli con tecnologie molto avanzate, multifunzionali, che rappresentano, globalmente, dal punto di vista urbanistico, logistico, comunitario, un nuovo e, per certi versi, inedito e sorprendente, modo di vita degli abitanti delle grandi metropoli. Come contraltare, soprattutto in Giappone, sui vari media, vengono trasmesse immagini in cui le città vengono bombardate, invase da alieni, da robot, con scenari fantascientifici, soprattutto nei manga e negli anime, che sono molto di più di semplici cartoni animati, anzi, tra l’altro, provengono dal rinascimento del periodo Edo, una riflessione, dunque, letteraria e artistica, a partire dal rinascimento giapponese. Questi manga, che sembrano, dall’esterno, il fenomeno più inoffensivo del mondo, hanno in realtà tanti significati e molte connessioni semantiche. Tra l’altro, hanno, recentemente, consentito l’affermazione di registi che stanno diventando importanti, come Mamoru Oshii, e che lavorano con tecniche sperimentali miste, cinematografiche e cartoonistiche e live-action. Oggi, addirittura, gli architetti giapponesi s’ispirano alle immagini e agli scenari ri-configurati nei manga e negli anime, fino all’“architettura liquida”, un prodotto dei computer e delle migliori menti tecnologiche internazionali.

Quello che spesso viene chiamato finzione fa parte di universi complessi, che esistono, sussistono e sono un elemento importantissimo, talvolta unico, per capire le cose su molti livelli di competenze e discipline. Questo investe anche il web e il suo linguaggio, il nuovo fenomeno dell’i-pod e la stessa robotica, in grado oggi di arrivare a carpire, in alcune realizzazioni, le stesse espressioni del volto e, in altre, a far parlare e a gesticolare come i mini-robot, dialogando, ad esempio, animatamente con i bambini giapponesi (pubblicità Sony per il territorio nipponico). Anche il Tamagotchi, il piccolo schermo che conteneva animalini digitali da accudire elettronicamente, che è stato un fenomeno di marketing devastante a livello planetario, aveva molta più importanza, rispetto al semplice aspetto ludico che gli è stato attribuito, visto che il suo software reale era prodotto dalla stessa fabbrica che aveva creato, in passato, software militari dotati di intelligenza artificiale. Oggi esistono anche scenari di antropologia multipla, come la scrittura antropologica nel web, con autori importanti che se ne occupano, i blog e i vlog che cominciano ad interessare editori, stampa e mass-media, data l’ampiezza del fenomeno.

Per concludere, ribadisco che quello che viene chiamato, attualmente, finzione, è costituito da moltissimi livelli di complessità, forse in scala gerarchica, realistici, assolutamente ineliminabili, al di sotto dei quali o senza i quali oggi non si capirebbe più nulla della vera configurazione ontologica ed esistenziale dei nostri oggetti quotidiani. E questo comporta trasformazioni costanti nei vari media, a cominciare dalla televisione che sta subendo rapidissime metamorfosi e sta dotandosi di devices e periferiche sempre più connotate dal punto di vista interattivo, digitale, in uno scenario che va verso la mobile communication e forme di ipergeografia mediale e connettiva su scala planetaria.