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LA CITTÀ DELLA MODERNITÀ | La città del secondo rinascimento

LA CITTÀ DELLA MODERNITÀ

Qualifiche dell'autore: 
art ambassador, brainworker, scienziato

La modernità non c’era a Atene, né a Roma, ma neppure a Gerusalemme. Ma senza Gerusalemme, senza Roma e senza Atene non ci sarebbe stata la modernità. Tuttavia, non è stato un filosofo né un sacerdote a instaurarla. Non è stato un filosofo a inventare la scienza, è stato un artista e è avvenuto una volta, è avvenuto in Italia: è lo squarcio, lo squarcio nella repubblica occidentale, è il tempo come squarcio, il tempo come divisione, non più algebrica, non più geometrica. Non c’è più, da allora, l’idea di fine, che debba ispirare e guidare le azioni umane e stabilire un ritorno e intendere la vita come metempsicosi.

Con questo artista, incomincia la scienza. Questo artista, che era Leonardo da Vinci, è stato poi seguito da Niccolò Machiavelli e da Ludovico Ariosto. Ne parliamo perché tutto ciò che è seguito da allora, in questi cinquecento anni, è esattamente la conquista del pianeta da parte della modernità. Noi lo abbiamo chiamato il secondo rinascimento, cioè il rinascimento della parola, la sua industria, la sua scrittura, la sua qualificazione. È la modernità, il modo del due. Atene crea il modo dell’uno, ma il modo dell’uno, cioè che le cose procedono dall’uno, che tutto deve fare unità, è l’insieme, la massa, il sistema, il sistema di cielo e di terra. Tutto deve fare unità. L’unità non c’è, è ideale, è l’idea di bene, l’idea di salvezza, l’idea di origine, quindi, la vita su questo pianeta come una vita infernale, una vita in prigione, una vita transitoria, perché deve essere in funzione del ritorno, del ritorno all’idea di origine.

Proprio questo viene sospeso e viene sospeso con il modo del due, con il modo dell’apertura, con l’apertura originaria, con l’apertura intellettuale che non c’era prima, non c’è mai stata. E, da allora e ora, per cinquecento anni e per l’avvenire, questo squarcio, il tempo come squarcio. L’avvenimento e l’evento non c’erano prima. C’erano i fatti, la storia truculenta, la vita infernale, la vita di relazione, la vita infernale di relazione. C’era il discorso della guerra, il discorso della morte, il discorso occidentale: tutto ciò che è diventato, da Atene e da Platone a oggi, il luogo comune. Ma non c’era, non c’è mai stato l’atto di parola, l’atto arbitrario, l’atto di autorità, l’avvenimento e il tempo dell’avvenimento. Non c’è mai stato il fare, cioè la struttura dell’Altro, perché l’Altro era espunto. Il principio del terzo escluso bastava a toglierlo. Allora, l’alternativa, anziché il due. Ma il due non è l’alternativa, il due non procede dall’uno, il due è l’apertura, il modo dell’apertura. Il modo, anzitutto, è questo. La modernità è, anzitutto, il modo dell’apertura e, poi, il modo della diade e, poi, il modo della triade. La triade, cioè la dimensione, la funzione, l’operazione, la distinzione, che sono le logiche, le logiche triadiche, ovvero la particolarità. Ma il discorso occidentale è una sola logica, è la logica fallimentare, è la logica della morte, non è la logica della parola, non è la logica della vita, non è l’aritmetica della vita.

Pitagora si chiedeva qual è il numero, qual è l’arithmós. Qual è il numero della vita, qual è l’idioma della vita? Qual è la particolarità della vita? È questa la logica, è l’idioma, secondo cui le cose procedono. E procedono per integrazione. Si discute tanto d’integrazione, ma la procedura per integrazione è assolutamente inconsueta, insolita, intollerabile, non tollerata dal discorso occidentale. La sola procedura che conosca il discorso occidentale è la procedura per unificazione, la procedura per totalizzazione, per moltiplicazione, cioè, la procedura attraverso l’algebra e la sua esecuzione, la geometria.

La procedura per integrazione esige, invece, l’aritmetica, che le cose procedano secondo la particolarità, la loro particolarità, il loro idioma. Procedono dall’apertura, dal modo dell’apertura, modo del due, modo della diade, modo della triade, modo della particolarità. E l’esperienza, per la prima volta, si chiama così, con Leonardo da Vinci, qualcosa di cui prima non c’era nessuna nozione, nessuna idea. L’esperienza è la memoria come struttura, la memoria come museo vivente, e non già la memoria come reminiscenza, come ricordo, come idea dell’origine, come idea del ritorno, come idea di salvezza, quella memoria che pone gli umani in condizione di totale vittimismo. Farsi vittima, farsi carico, lasciarsi andare, rilassarsi, lasciarsi andare, abbandonarsi, credersi, immaginarsi, abbandonarsi. E tutto ciò, a che cosa? All’idea di salvezza, all’idea del ritorno. La vita come ritorno? E perché mai? La vita come circolarità. E perché mai gli umani dovrebbero vivere stando dentro un cerchio? Viene sospeso, con Leonardo, il cerchio. Non c’è più cerchio. Non c’è più linea. La vita segue la spirale, la pulsione, una direzione. La vita si struttura, si scrive, si qualifica, si valorizza, perché si struttura, si qualifica, si valorizza la memoria, con questa modernità, che ha questa scienza, la scienza della parola, la scienza della vita. È questa la scienza che viene trovata da Leonardo da Vinci e la nozione di scienza che noi abbiamo viene da questa. Ciascun elemento non è più immobile, inerte, amorfo, statico. Nemmeno il pianeta, che era creduto immobile e che è in viaggio. Anche gli astri, anche le galassie, anche la città. La città non è la polis, non è l’urbe. È, da allora, la città del tempo, è la città costituita dall’arte e dalla cultura, dall’arte e dall’invenzione, i due aspetti della struttura pragmatica della città. L’arte e l’invenzione. È qualcosa d’inaudito, ma è qualcosa che esige l’ascolto. Non più la visione del mondo, ma l’ascolto. Non più l’algebra della vita, ma l’aritmetica della vita.

La città non è ferma, non è burocratica, non è spaziale, non è sotto l’idea della fine, non è la necropoli. La città è in viaggio. Ciascun elemento è intellettuale, perché è in viaggio. Nessun elemento entra nella parola, se non perché è in viaggio. Elemento intellettuale, elemento di parola. E diviene elemento di parola come elemento strutturale, elemento che si scrive e, quindi, elemento di valore.


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