PATRIMONIALIZZARE LE IMPRESE È URGENTE

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presidente di SACA soc. coop. a r.l., Bologna, e di Coop. E. R. Fidi

In qualità di presidente sia della SACA sia di Coop. E. R. Fidi, lei sottolinea spesso nei suoi interventi l’attenzione al lavoro come valore e all’etica anche come criterio per una valutazione delle imprese, che non può basarsi soltanto sui numeri. A questo proposito, cosa pensa del problema del ritardo nei pagamenti da parte di grandi clienti in un momento già difficile per le piccole e medie aziende? 

Con questa crisi, la mancanza di liquidità incide notevolmente sulle imprese che non hanno un patrimonio forte. Intanto, continua a valere il noto criterio per cui le banche concedono finanziamenti a chi non ne ha bisogno, anziché a chi vuole entrare nel mercato con una nuova idea. Dobbiamo sperare che, prima della fine dell’anno, i pagamenti che le aziende aspettano dalle istituzioni pubbliche – 60 miliardi di euro – arrivino a destinazione. Se questa liquidità, o anche soltanto la metà, venisse messa sul mercato, gran parte dei problemi che le aziende hanno in questo momento si risolverebbe. Bisogna insistere su questo argomento, perché non si possono stipulare contratti che specificano il pagamento in sessanta giorni e puntualmente non lo rispettano, mettendo in crisi le imprese. Senza certezze non si va molto in là, mentre le imprese ne hanno un bisogno assoluto, oggi più che mai. 

Inoltre, in troppi ambiti siamo governati da dirigenti che hanno la necessità di conquistare sempre più spazio, sempre più potere, e viene il dubbio che tendano a mettere in moto meccanismi grazie ai quali promettono certezze e salvezza, senza industriarsi veramente e assumere responsabilità dirette. 

Lei pensa che la crisi possa contribuire a valorizzare la cultura del lavoro come ambito che consente a ciascuno di trovare soddisfazione?

Credo che questa crisi in qualche modo abbia riposizionato i nostri progetti e i nostri programmi e ci abbia assolutamente messo in condizione di riflettere. Il messaggio che dovrebbe risultarne è che non si possono sopravvalutare le vie facili per ottenere profitto. L’economia reale, alla quale mi auguro di dare un apporto, è la vera essenza dell’uomo, ed è lì che sta il valore del lavoro. Invece, l’economia virtuale è quella in cui il valore è deciso giorno per giorno. Tra questi due valori si crea un gap la cui differenza la fa l’etica. 

Oggi si parla tanto dell’esigenza di patrimonializzare le piccole e medie imprese, alle quali però spesso manca la cultura per dotarsi degli strumenti necessari…

Se fossi un ministro dell’economia o un assessore regionale, la questione della patrimonializzazione delle imprese sarebbe una delle prime che affronterei, perché un’azienda senza patrimonio è come una barca senza timone. Ritengo che debba essere compiuto uno sforzo di tipo culturale, perché gli sforzi culturali in qualche modo pagano sempre, e che debbano essere investiti tempo e risorse in questa direzione. Tutti gli attori che ruotano attorno all’impresa dovrebbero essere convinti che patrimonializzare un’impresa equivale ad acquisire strumenti per la riuscita. L’apporto dei soci al capitale sociale è un atto che permette di far capire ai propri interlocutori e alle banche che si è disponibili a rischiare. Poi è importante che anche le associazioni di rappresentanza – da quella degli artigiani alla Confindustria, dal settore della cooperazione al terziario – abbiano tra gli obiettivi primari quello di patrimonializzare le imprese associate. Inoltre, le istituzioni, lo stato e le regioni in particolare, dovrebbero essere molto virtuose e recuperare risorse da mettere a disposizione della patrimonializzazione delle imprese. Queste sono scelte politiche che, laddove sono state adottate in passato, hanno comportato un maggiore sviluppo dell’economia reale. La patrimonializzazione assicura un rapporto più interessante con le banche, in virtù dell’innalzamento del proprio rating, che dà la possibilità di ottenere maggiore credito e quindi di poter sopportare trenta giorni in più i ritardi nei pagamenti che, come dicevamo, oggi purtroppo stanno diventando la norma. 

Lei ritiene che nel nostro paese le regole vengano seguite meno rispetto ad altri paesi come la Germania o la Francia, per esempio? C’è una complicità della politica che non mette in campo sanzioni precise, oppure occorre una trasformazione culturale che richiede tempo?

Intanto vorrei precisare che la Germania e la Francia non hanno lo stesso nostro tessuto economico, costituito per il 98,2 per cento di piccole e medie imprese, un tessuto fortissimo per un verso, ma debolissimo per altri. Omogeneizzare il territorio europeo secondo il tema del rispetto delle regole non è facile. Sono convinto che in Italia sopportiamo questa crisi molto meglio che in altri paesi, perché abbiamo maggiore elasticità. 

Ma, per tornare alla sua domanda, mi chiedo come possa lo stato emanare un decreto per sanzionare il ritardo dei pagamenti la cui scadenza è stabilita per contratto quando è il primo a non rispettarla. Dovrebbero essere prima di tutto i nostri governanti a promuovere la cultura della certezza. Credo che sia fra i primi compiti di un governante dare quelle certezze che oggi non esistono e diffondere valori basati sull’educazione, il senso civico e il rispetto delle persone. Oggi il paese sta chiedendo norme concrete, così come Emma Marcegaglia ha chiesto esplicitamente “soldi veri”. E ormai, con tutto questo senso di responsabilità al quale si sta facendo appello da più parti, è venuto il momento perché qualcuno dia risposte di contenuto.