L’INDUSTRIA SI NUTRE D’INGEGNO

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psicanalista, cifrematico, presidente dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

Non c’è limite al peggio. Cercando il proprio limite, che stabilirebbe la sua certezza soggettiva, il soggetto trova il peggio come colmo del male. Di male in peggio. Così ognuno spera nella fine, per esempio della difficoltà o della crisi, e cerca nel peggio il limite personale e soggettivo. Il peggio è passato, il peggio ha da venire: rappresentazioni del tempo, con il bene e il male posti dinanzi, anziché alle spalle. Allora, tolta l’aritmetica del fare, secondo cui s’instaura il ritmo, c’è chi fa soltanto sperando che tutto vada bene, nel modo algebrico, e chi fa soltanto avendo dinanzi il male, nel modo geometrico. L’algebra pone il bene come economia del male, la geometria pone il male come economia del bene: abbiamo così da una parte il perbenista e dall’altra il permaloso. Dinanzi alla crisi e all’occorrenza, perbenista e permaloso mancano l’impresa, restano nell’affaccendamento: si occupano e si preoccupano, studiano il caso e chiedono consiglio, si prendono cura delle cose, le prendono a cuore. O delegano le decisioni, se non la parola, al consulente e al professionista di turno: nulla di più devastante per l’impresa, perché solo chi si trova nel rischio d’impresa, chi non cancella la sua storia e la sua memoria ha i termini per trovare il modo, il tono e il verso per riuscire.

La crisi non è un guaio né un’opportunità, è l’instaurazione dell’altro tempo, con cui la soggettività, non l’impresa, si dissolve. L’impresa esige quest’altro tempo indicato dalla crisi, che non ha da finire. Non di soggettività, ma d’ingegno vive ciascuno. L’ingegno poggia sull’aritmetica, non sull’algebra o sulla geometria. E già Baldassar Castiglione, nel suo Il cortegiano, distingueva tra ingegneria e studium. Per Castiglione, il dispositivo pragmatico è dispositivo industriale, s’instaura attraverso l’industria e la cura, non attraverso lo studium. Dello studium si occupa il soggetto. La cura, invece, è del tempo, senza l’idea di fine, senza la rappresentazione della crisi.

Con questa ingegneria del tempo, ciascuno giunge alla riuscita. L’ingegneria è l’altra faccia della politica: entrambe sono strutturate dall’Altro. Politica del tempo, ingegneria del tempo. L’ingegneria, il fare, la poesia. In che modo la memoria come arte e invenzione, come ingegneria, giunge a edificare la città? Edificazione non morale quella della città intellettuale, non la città spaziale che è algebrica o geometrica: la città secondo l’aritmetica, la città dell’Altro, la città del tempo.

Precisando il noto aforisma, potremmo dire ingenio industria alitur, l’industria si nutre d’ingegno. Ma quanti sono gli industriali che si avvalgono dell’ingegno anziché restare nel luogo comune e nella mentalità, ridimensionandosi o ricollocandosi, rincorrendo poteri forti e perseguendo pensieri deboli? L’ingegneria esige la restituzione, non la rimessa in pristino, non il ritorno alle origini, come indicano gli interventi al convegno La materia del restauro (Bologna, 16 ottobre 2009), pubblicati in questo numero.

Ingegneria, generazione, generosità. Occorre che l’impresa trovi il suo profitto nella restituzione e non nel ritorno, nell’incremento di una presunta accumulazione originaria. Da dove viene il capitale? Da un’accumulazione originaria, come credeva Karl Marx, o da un processo di valorizzazione, attraverso la scrittura, della memoria e dell’invenzione? Occorre che l’industria restituisca, con la scrittura, la sua memoria e la sua invenzione per contribuire all’edificazione della città. Sta qui una generosità che non è altruismo o beneficenza: con l’ingegneria importa il fare, non il fare per l’altro o il fare bene. In questo modo l’impresa partecipa alla poesia, all’intellettualità: in questo senso dà un apporto alla nostra rivista, alla nostra esperienza.

Ingegneria: le cose che si fanno esigono una scrittura e un lettura. Le aziende contribuiscono alla città del tempo con la pubblicità, ma la pubblicità, che raccoglie la lezione del commercio, è l’avvio di un cammino artistico, ovvero dell’articolazione del viaggio dell’impresa. Il dispositivo pubblicitario è un aspetto del dispositivo pragmatico. Con il progetto “La città del secondo rinascimento”, l’impresa può trovare anche uno statuto intellettuale, può entrare nell’agenda intellettuale della città, dunque contribuire alle cose che si fanno, che hanno interesse soltanto nella misura in cui giungono a scriversi e a leggersi, se entrano nella leggenda. E così la scommessa è scommessa di vita e non di sopravvivenza.