LE FALSITÀ E LE VERITÀ CHE STANNO EMERGENDO

Qualifiche dell'autore: 
condirettore e editorialista del Gruppo “Quotidiano Nazionale” (“Il Resto del Carlino”, “La Nazione”, “Il Giorno”)

Sono rimasto molto colpito dalla dovizia di particolari con cui sulla lapide dedicata alla Svolta della Bolognina, come ha sottolineato Marco Poli, si ricorda come Occhetto abbia “liberato l’Italia e unito le due Germanie”, tanto più se penso, per contrasto, a un’altra lapide: quella dedicata ad Aldo Moro in via Fani. Chi la legge, non capisce di cosa sia morto, per un raffreddore o perché travolto da un’Ape che distribuiva il pane; si sa solo che è morto, ma non si dice se ci sia stato qualcuno che ha causato la sua morte.
La mistificazione e la falsificazione non sono solo dell’immagine, ma anche dei testi, e nella storia ci sono sempre state anche quando non esistevano il cinema e la televisione. Ma non rimpiango i tempi in cui c’era chi considerava alcuni strumenti come portatori della verità, non credo che fosse un grande mondo quello in cui la verità visibile e sostanziale era quella dell’Istituto Luce o dei notiziari di regime. Dico questo perché oggi, pur nella superficialità che Marco Poli denunciava, abbiamo l’opportunità di vedere e di comprendere molte cose, fra cui tante falsità miste a tante verità che stanno emergendo.
Il mondo che sogno è il contrario di quello evocato dal titolo del libro di Paolo Pillitteri Non è vero ma ci credo: da informatore, sogno un mondo in cui si possa dire “non ci credo, ma è vero”, in cui la gente possa leggere e dubitare, ma quello che vede e legge è frutto di un’informazione seria e responsabile. I torinesi chiamano “La Stampa” “la bugiarda”, però la comprano tutti i giorni, la leggono e assorbono la sua “verità”. Anche i bolognesi, per certificare che qualcosa esiste, dicono che l’hanno letta sul “Resto del Carlino”. Viviamo in un mondo che ha bisogno di affermare assolutamente la verità di ciò che emerge. Certo, questo è molto difficile, anche perché gli strumenti odierni sono molto differenti da quelli del passato. Il libro di Pillitteri è straordinario per farci capire, senza generalizzare, la differenza tra le precedenti generazioni politiche e quelle attuali. Difficilmente un politico oggi sarebbe in grado di scrivere un libro come il suo, perché gli manca lo spessore culturale, quella capacità di giocare continui rimandi tra il cinema, la storia e la realtà che rende il libro molto gradevole, quella ricerca di contraddizioni, parallelismi e similitudini, che non possono essere frutto soltanto di una cultura posticcia.
L’analisi che compie Pillitteri nel suo libro arriva fino alla nostra epoca, ma dovrebbe ricominciare daccapo, perché c’è un mondo dell’immagine, dell’informazione, della conoscenza e della misconoscenza, che ogni giorno alimenta un elenco straordinario di devianze, di deviazioni e di falsità. È il caso dei social network, per esempio, dove qualsiasi cosa venga messa in rete diventa la verità. Così accade di vedere la scena di un pestaggio che invece è un gioco tra ragazzi. Intanto, finisce sui telegiornali e suscita l’attenzione generale finché, dopo sei mesi o un anno, si scopre che era un falso. Oggi abbiamo strumenti straordinari per lavorare con le immagini, per esempio, possiamo scattare una foto di questa sala, trasformarla come se fosse un’arena con ventimila persone e pubblicarla sul giornale. Allora Pillitteri può continuare a scrivere il suo libro, aggiungendo che il mondo va avanti in una condizione di grande privilegio della conoscenza e della diffusione delle notizie, ma presenta ancora i vecchi rischi e i soliti agguati alla storia che abbiamo visto nella lapide letta da Marco Poli.
Nel giornalismo, i falsi non si contano. I grandi reportage, che hanno raccontato il mondo quando non c’era la televisione, erano veri o falsi? Io suppongo che fosse vero il 30 per cento, il resto era immaginazione. All’epoca in cui facevo l’inviato c’era meno televisione di oggi e non c’era internet, ma c’erano tanti inviati del giornale radio che riempivano la vasca da bagno del loro albergo al Cairo, facevano un po’ di sciabordio con una mano e poi con il microfono facevano sentire il rumore dell’acqua “del canale di Suez”. In breve, se ne sono fatte e viste di tutti i colori in tempi diversi.
Ma per fortuna alcune verità stanno venendo a galla: è bellissima la pagina citata da Marco Poli a proposito del massacro di Katyn. E quanto abbiamo aspettato prima di parlare delle foibe? In quale libro di storia era comparsa la vicenda delle foibe fino a qualche anno fa, ammesso che adesso compaia, se non di sfuggita? Adesso alcuni archivi si aprono e spesso sono quelli dell’est, in cui si nascondono le maggiori nefandezze degli ultimi cinquanta-sessant’anni. Ma i documenti sono indiscutibili.
Io sono ottimista, perché credo che oggi abbiamo strumenti, come Sky per esempio, che ci consentono di ricevere immagini senza commento da ogni parte del mondo. Si tratta d’informazione e non di conoscenza, poi occorre l’approfondimento e credo che libri come questo debbano contribuire in questo senso, ma abbiamo l’enorme vantaggio, rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto, di avere l’informazione. Certo, non si può trattare l’informazione con il metodo del “copia e incolla”, dove può accadere che, se qualcuno scrive su Wikipedia che Napoleone è nato nel 1945, un milione di temi nel mondo riproduca questa castroneria.
Ma intanto non possiamo negare che le informazioni sono disponibili. Poi, vanno approfondite e, così come il cinema e la televisione sono strumenti sia di conoscenza sia di misconoscenza, i nuovi media devono servire più alla formazione che alla deformazione.
La speranza è che la scuola e le famiglie sappiano trasmettere anche il gusto di approfondire e di verificare ciò che è vero e consentano a ciascuno di giungere a poter dire: “Magari non ci credo, ma so che quello che vedo in questo caso è vero”.