LA SALUTE SENZA PIÙ SOLUZIONE

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psicanalista, scrittrice, presidente dell'Associazione La cifra di Pordenone

In un’epoca in cui prevale l’iperpositivismo scientifico e l’inconscio è ritenuto una superstizione per cui ognuno – pur colto e istruito – cede alla tentazione di cercare spiegazioni per qualsiasi cosa nei neuroni, nelle alterazioni biochimiche dell’organismo o nella genetica, la questione dell’analisi resta ineludibile.

Analisi. Il termine greco analysis indica l’assenza di soluzione. Nella mia esperienza di psicanalista, constato che chi fa domanda di avviare un itinerario, in qualche modo, avverte che non c’è più soluzione. Non solo perché si accorge che non ha alternativa, proprio in virtù del disagio, ma anche perché registra una tale esigenza di valorizzazione della sua vita da non accontentarsi di nessun rimedio. Chi fa domanda di analisi enuncia un’istanza di qualità. L’istanza di qualità non tollera soluzioni o rimedi facili. Già solo l’idea di soluzione, mirando a far cessare qualcosa, conferma e accresce l’idea di fine delle cose che alimenta ulteriormente la paura e la rappresentazione sintomatica.

In altri termini, proprio l’idea di benessere come soluzione al disagio è il vero impedimento all’itinerario. Ciascun giorno constato che dove c’è analisi, dove è acquisito il preambolo della vita per cui non c’è soluzione, ci sono i termini per la riuscita. Non c’è fantasia o rappresentazione del disagio che non trovi una via di elaborazione.

L’analisi è la garanzia della lucidità. Il luogo comune scambia la lucidità con il sapere illuminante che ci consentirebbe di non cadere nelle difficoltà, di difenderci, di vincere sul nemico, di non farci fregare. Questa convinzione, che si traduce in una rincorsa al tecnicismo e alla specializzazione esasperata, comporta invece chiusura e sordità. L’itinerario che ha l’analisi come preambolo e come condizione implica un allenamento intellettuale in cui capire e intendere contano molto più che sapere. Il sapere non instaura l’autorità, il carisma, la lucidità. Il sapere non alimenta la tranquillità. Semmai, è l’intellettualità a consentire la tranquillità, la lucidità e l’intendimento.

In un’epoca in cui norme e regole variano velocemente, nessuno può pensare di vincere arroccandosi nella tecnica. Questa è un’ideologia perdente. Molti professionisti ed esperti credono di risolvere la paura con il sapere e così senza rendersene conto si trovano a scivolare e a far scivolare verso il panico e il terrore, magari quando più occorrerebbe la lucidità. Accade così perché l’idea del rimedio determina la rappresentazione sintomatica e non dà nessun contributo.

L’itinerario analitico è un allenamento per divenire lettori della propria esperienza per farne capitale. Senza l’analisi, abbiamo dinanzi una somma di esperienze. Ma le esperienze, belle o brutte, sono ricordi e, in quanto tali, pesano. Anche i ricordi belli pesano. Noi pensiamo che siano quelli brutti a pesare, invece ciò che pesa è il ricordo, negativo o positivo che sia.

Per dissipare il ricordo e valorizzare l’esperienza da cui ciascuno trae le acquisizioni utili per la propria vita è indispensabile la lettura. Per questa via l’analisi instaura la leggerezza dell’avvenire. L’avvenire non è il domani, interviene in ciascun istante, nell’attuale. Quando invece il gesto è pesante l’avvenire è precluso. Il gesto pesante è tutto ciò che facciamo inseguendo un’idea di rivalsa, di rivendicazione, di vendetta, di fuga, di riscatto, per ristabilire lo stato delle cose. Così precludiamo l’avvenire, l’inimmaginabile, l’imprevedibile, l’improbabile. L’idea di rivalersi, di dimostrare, di pretendere è propria dell’esecutore che si affatica nell’inseguimento di un conformismo con se stesso e con le proprie idee.

È convinzione comune che la ricerca e il fare siano alternativi, cioè che si debba finire la ricerca per poi mettersi a fare. Invece, con l’analisi, ci accorgiamo che la ricerca e il fare sono simultanei, così come sono simultanee la tattica e la strategia, essenziali per l’impresa e per la finanza. La crisi finanziaria di cui leggiamo da tre anni dipende anche dal fatto che è stata promossa la strategia a svantaggio della tattica, ovvero dell’economia e della ricerca. È una tentazione forte per ognuno: o attaccarsi alla ricerca e posticipare il fare, inteso come fare ideale; oppure girare in tondo in un affaccendamento mortifero quotidiano che abolisce la ricerca e privilegia la consumazione dell’atto. L’analisi è la condizione della simultaneità di tattica e di strategia, di ricerca e di fare. Abolire la ricerca conferma i pregiudizi sulla difficoltà e sulla prova di realtà. C’è chi alla prima difficoltà si abbatte e la considera negativa (“Questo non doveva accadere!”), in nome di un fare ideale. La prova di realtà è un elemento della ricerca. È impossibile fare, inventare, senza la ricerca. Senza la ricerca, il fare è mera esecuzione, privo di invenzione e di novità.

Se sottoponiamo la vita all’algebra noi pensiamo che occorra avere per fare, avere di più, avere di meno. Se invece la sottoponiamo alla geometria vige l’idea che occorra essere per fare, essere inclusi o essere esclusi. L’analisi comporta la sospensione dell’algebra e della geometria, del risparmio intellettuale, del soggettivismo, della lamentela. L’ordinario e l’ordinale sono le tentazioni sostanziali che precludono la novità. L’analisi è la chance per dissipare questi rimedi alla vita. L’idea di benessere fa da sbarramento all’analisi, all’itinerario di qualificazione per ciascuno, mentre l’istanza di qualificazione è l’istanza di salute: altra cosa rispetto al benessere.