IL PENSIERO E LA SALUTE

Immagine: 
Qualifiche dell'autore: 
psicanalista, cifrematico, presidente dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

Come pensare? Qual è l’apporto del pensiero al fare e alla sua scrittura? Come il pensiero opera perché le cose si rivolgano in direzione della qualità? “Tutte le grandi rivoluzioni della vita umana avvengono nel pensiero” afferma Lev Tolstoj, che oscilla tra profezia e ideologia quando prosegue: “Purché si produca un cambiamento nel modo di pensare, l’azione seguirà immancabilmente la direzione del pensiero, come una barca segue la direzione impressagli dal timoniere”. Agli inizi del Novecento, rilancia la questione il filosofo Bertrand Russell: “Gli uomini temono il pensiero più di qualsiasi cosa al mondo, più della rovina, più della morte stessa. Il pensiero è rivoluzionario e terribile. Il pensiero non guarda ai privilegi, alle istituzioni stabilite e alle abitudini confortevoli. […] Il pensiero può guardare nel fondo dell’abisso e non avere timore. Ma se il pensiero diventa proprietà di molti e non privilegio di pochi, dobbiamo finirla con la paura”.

Ma già alla fine dell’Ottocento, tra la Baviera e Parigi, Oskar Panizza pone l’accento sul pensiero libero, in particolar modo nei pamphlet satirici Dal diario di un cane (1892) e Psychopathia criminalis (1898), entrambi editi da Spirali e discussi in un recente convegno a Bologna, di cui pubblichiamo in questo numero alcuni interventi. Nel primo caso, il cane, protagonista del diario, indaga l’operare del pensiero fin dalle prime righe: “Sono stato venduto al mio nuovo padrone. Vengo dalla campagna. Da ieri sono in città. Tutto è nuovo per me e si affolla alla mia mente in forma d’impressioni singolari. Posso dire che da ieri mi sento un vero cane. Ora penso. Prima facevo tutto inconsapevolmente. Vedo che il pensare è un lavoro che spesso procura dolore. Mi inquieta molto capire che il pensare non è un’attività volontaria”.

L’esordio di questo cane: “Ora penso”, per cui, “ora mi sento un vero cane” sembra la caricatura del “Penso, dunque sono” di Cartesio, che segna la soggettività, la padronanza sul pensiero. Ma il cane avverte qualcosa che sfugge a Cartesio: “Pensare non è un’attività volontaria”, anticipando quello scacco della volontà soggettiva implicato dall’inconscio freudiano. Con Freud, il pensiero non è la consapevolezza, comporta l’inconscio, non una presa di coscienza. E nessuno pensa quello che vuole, nessuno vuole pensare. Pensare non va da sé: “è un lavoro” dice il cane, e ancora “il pensiero procura dolore”. Questa constatazione che il pensiero non fa bene, che non risponde alla volontà di bene, risulterà insopportabile per l’intolleranza mediatico-giudiziaria del Novecento: protesa verso il pensiero debole, il pensiero facile, il pensiero tranquillizzante, ancora nel 1985 essa auspicherà, con le parole di Ferdinando Camon, che con il processo a Verdiglione venga bloccato un pensiero “che produce malessere”. Occorre fare appello all’inquisitore, quando il pensiero non rientra nel benessere, o nell’essere!

Perché il cane di Panizza intende quel che sfugge alla canaglia inquisitoria? Proprio perché non ha coscienza, non partecipa all’essere: precipitato dalla campagna alla città, ignora totalmente i riti, le consuetudini, i luoghi comuni, le cose che ognuno dà per scontate. Ciascuna cosa gli dà da pensare. Ciascuna cosa non gli risulta conosciuta o acquisita. Per lui non ci sono le ovvietà e i conformismi, e proprio per questo ciascuna cosa gli risulta nuova, curiosa, e la indaga, imbattendosi in mille malintesi, con effetti di verità. 

Il cane non si fa limitare dal luogo comune sul pensiero, formulato dallo scrittore Carlo Sgorlon: “Non bisogna pensare troppo, a questo mondo. Se no si diventa matti”. Ancora la paura del pensiero. Il pensiero fa impazzire? Pensare è un’attività insana? O, piuttosto, non è un pericolo pensare? È sano pensare? In effetti, allora, nel 1898, Panizza mette alla berlina questo luogo comune e annuncia che una nuova malattia si aggira per l’Europa, la psychopathia criminalis. Panizza ammonisce: essa non ha segni fisici, ma è più grave di una malattia dell’organismo, perché colpisce il corpo sociale, la trama della vita politica. Questa psychopathia, dice, è una malattia del pensiero, o “delittuosa forma della ragione, una specie d’influenza del pensiero”. Ma in che cosa consiste questa malattia? Nel pensare in modo non corretto, ci dice l’autore, per cui “pensare è sempre una cosa cattiva”. Quindi, come sottolinea Panizza, alla fine dell’Ottocento, al concetto romantico di malattia mentale si aggiunge la nozione di pensiero come malattia. 

La credenza che il pensiero possa essere una malattia, dunque sia pericoloso, porterà nel Novecento ai gulag russi e agli ancora attuali laogai cinesi, con l’uso politico della psichiatria, che ha definito malato un pensiero non conforme all’ideologia dominante. Ma questo uso politico ha soltanto radicalizzato il ruolo della psichiatria, un ruolo con finalità costrittive e punitive più che terapeutiche, come scrive Michel Foucault in Follia e psichiatria e come hanno ribadito più volte in questa rivista Giorgio Antonucci e Thomas Szasz.

Come pensare allora? In che modo il pensiero trae alla salute anziché alla malattia? Se la salute fosse limitata allo star bene, al benessere, il pensiero, che non si limita alla volontà di bene, sarebbe da bandire, perché dannoso. La volontà di bene deve economizzare il male, per questo sostiene la via della salvezza, non quella della salute. E la via della salvezza è costellata di cedimenti, di rimedi, di aggiustamenti, manca la direzione della qualità.

La città del secondo rinascimento, le sue imprese, i suoi cittadini esigono la salute come istanza di qualità, non la salvezza. L’etimo di salute – salus, in latino – si approssima al greco sòlos, da òlos, intero, integro, globale: la procedura per la salute non è sorretta dall’idea di bene, cui mira la salvezza, ma è procedura per integrazione. Integro, integrità, integrazione. Con questa procedura, la salute non è ideale, ma esige l’idea pragmatica, il pensiero che opera alla scrittura delle cose che si fanno. La salute procede dal fare, non dal fare il bene. Facendo, ciascuna cosa non è né buona né cattiva, per cui la salute non seleziona, non respinge, non rifiuta. Procedendo dall’apertura per integrazione, nulla risulta dannoso per l’esperienza, ciascuna cosa procede secondo la particolarità – la logica della parola che Freud aveva chiamato inconscio –, non secondo coscienza. 

Tolto l’inconscio, ognuno agisce in nome della coscienza per salvarsi, avendo postulato il disagio, la difficoltà, la crisi come male dell’Altro, come Altro malato. E ognuno si rappresenta in questo Altro. La salute non è il bene, la salute come istanza di qualità non esige un’azione salvifica, dipendente dall’idea di bene. Agisce la parola, non l’idea di bene, foriera di colpi e di contraccolpi. L’azione della parola richiede che il pensiero operi in modo costruttivo, cioè prescinda dall’idea di bene: solo così il pensiero non comporta più terrore o spavento. Niente salute senza il pensiero. Il pensiero come spirito costruttivo, che opera per la scrittura della memoria senza la coscienza e la volontà di bene offre un apporto imprescindibile alla salute come istanza di qualità.