IL VALORE DEL CENTRO STORICO

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presidente di Confcommercio Imprese per l'Italia Ascom Bologna e di Cofiter-Confidi Terziario Emilia Romagna

2.800 esercizi commerciali, 48 alberghi, 70 edicole, 700 pubblici esercizi, 80 supermercati, 57 luoghi per lo spettacolo e l’intrattenimento, il mercato della Piazzola con le sue 400 aziende, che danno occupazione a 35.000 persone, tra titolari d’imprese e rispettivi collaboratori, oltre a banche, assicurazioni, studi medici, servizi professionali e di consulenza e numerose altre attività imprenditoriali: sono queste le cifre del centro storico medievale più grande d’Europa, secondo solo a Venezia, che Confcommercio Ascom Bologna ha sottolineato con forza negli oltre centomila volantini distribuiti in centro per dire “No” alla pedonalizzazione presentata in dicembre dal Comune e che sarà operativa in aprile con l’avvio dell’attuazione delle prime misure previste dal piano. Il progetto comunale “Di nuovo in centro”, sebbene incida in modo determinante su tutta la cerchia del Mille, prevede una fase di “confronto” di soli tre mesi. A questo confronto si è attenuta Ascom, che ha presentato un “Piano alternativo”. Qual è la vostra proposta?

È un progetto articolato che risponde alle esigenze di chi vive e lavora in centro. Il piano per la pedonalizzazione Gabellini-Colombo è invece ideologico perché non tiene conto delle diverse esigenze della collettività. S’intende pedonalizzare secondo il modello della cittadella universitaria: 24 ore su 24, con accesso limitato soltanto ai residenti e ai pochi autorizzati. Il nostro il progetto prevede, invece, sette sistemi di pedonalità, individuati all’interno delle mura e connessi con la periferia con accesso ai mezzi, mentre il Comune ha progettato un’unica grande area pedonale all’interno della cerchia del Mille. In dieci-dodici anni abbiamo calcolato che sarà possibile costruire in project financing sedici parcheggi sotterranei, da aggiungere a quelli attuali. La superficie libera è così a disposizione dei mezzi pubblici e del carico e scarico per le attività commerciali e favorisce, per esempio, piste ciclabili e arredo urbano. Ma abbiamo programmato anche un sistema di trasporto pubblico meno ingombrante, che ovviamente non piace ad ATC perché utilizza navette per il trasporto all’interno delle mura affidate alla gestione di cooperative private, favorendo un’equa concorrenza, come richiedono le liberalizzazioni anche per il settore dei trasporti pubblici.

Quindi la cerchia del Mille non sarebbe necessariamente chiusa alle auto?

Nel nostro progetto sarebbe chiusa alle auto soltanto la zona T (Rizzoli, Bassi, Indipendenza) e via Zamboni, ma non le laterali e il quadrilatero, secondo il modello della zona ZTL. Per quanto riguarda le altre pedonalità, sarebbero operative tutte fino alle 20.00 e con piccole aree pedonalizzate. Quindi la città rimane accessibile e non si struttura sui soli divieti, com’è invece nel modello proposto dal Comune. Fra le aree individuate, per Staveco è possibile fare un intervento veloce, mentre per piazza Roosvelt o piazza Malpighi abbiamo già trovato un accordo con imprese che fanno capo ad Ance e a Lega Coop, disponibili a fare i lavori. I progetti di queste aree sono già stati presentati all’amministrazione comunale e sono il requisito sine qua non per applicare il nostro piano di lunga durata.

Quali sono gli assi della città?

La città è nata intorno al mercato. Se questo si sposta altrove, la parte del centro storico rimane un piccolissimo fazzoletto del lusso e il resto si degrada. Il rischio che attività importanti si spostino per un piano del traffico che non tenga conto delle loro esigenze è altissimo. A Bologna è mancata una programmazione di infrastrutture atte a governare i flussi, che si pensa sempre si governino dirottandoli fuori dalla città e quindi vietandone l’accesso. Ma in questa modo si fa cambiare meta non soltanto al turista, ma anche a chi viene in città per affari e per lavoro. Inoltre, intere catene commerciali con centinaia di dipendenti ritengono che, se la chiusura del centro risultasse l’ultima spinta verso il baratro, sommandosi al calo già avvenuto, non avrebbero nessuna remora a chiudere. Sarebbe un danno irrecuperabile, perché ricreare un tessuto commerciale richiede molto tempo. Il volume di affari delle attività all’interno della cittadella universitaria, con la chiusura al traffico della zona, è calato del 50 per cento. Molti hanno chiuso, molti lavoravano con soldi propri e ora sono fortemente indebitati ma resistono, altri hanno sopperito riciclandosi con manifestazioni ed eventi a tema. Sono tutte imprese in difficoltà, che non sappiamo quanto continueranno a resistere.

Perché non si tiene conto dell’apporto che i commercianti e i negozi danno alla città?

Sono antiche le ragioni di questo pregiudizio ancora attuale. Un esempio è l’enfasi mediatica di questi giorni sui controlli della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate, osannati come eroi che scovano i parassiti della categoria, che invece ha sempre fatto la sua parte. C’è un rapporto nazionale recentissimo della Guardia di Finanza che mostra come l’evasione del settore commercio rappresenta l’8 per cento dell’evasione totale. L’altro 92 per cento non riguarda noi, però non vediamo la stessa enfasi sulle categorie professionali o sulle grandi compagnie finanziarie. È una categoria che ha sempre riempito le casse dello Stato, chiedendo poco in cambio. Eppure, il valore del negozio è un valore collettivo che spesso non è apprezzato.