CIFRATICA DELLA FELICITÀ

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Qualifiche dell'autore: 
psicanalista, cifrematico, presidente dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

Come si scrive la felicità? E dove? In un istante, come crede Francesco Alberoni, (“La felicità è sempre e soltanto un istante. La felicità non è una cosa che dura”)? Sta nella conoscenza, come in Aristotele, o nella conoscenza e nell’amore dei propri limiti, come in Romain Rolland (“La felicità sta nel conoscere i propri limiti e amarli”)? O nel desiderare ciò che si ha, anziché nell’avere ciò che si desidera, come nel noto aforisma di Oscar Wilde? O si scrive in modo circolare, come vorrebbe Wolfgang Goethe: “L’uomo più felice è quello che è in grado di collegare la fine della sua vita con l’inizio di essa”? Felicità circolare, quella di Goethe, il ritorno, il ritorno all’origine, l’uroboro, la vita presa in un cerchio. Mentre Emil Cioran scrive: “Per alcuni la felicità è una sensazione così insolita che, appena la provano, si allontanano e s’interrogano su questo nuovo stato; nulla di simile al proprio passato: è la prima volta che si avventurano fuori dalla sicurezza del peggio”.

Per Goethe la felicità è restare nel cerchio del bene, dell’origine; per Cioran è sfuggire a quello del male, il cerchio del peggio. Così c’è chi cerca la felicità nell’abitare la sicurezza del cerchio dell’origine e chi la cerca nello sfuggire dalla sicurezza del cerchio del peggio. Geometria della felicità, felicità endogamica nel primo caso, algebra della felicità, felicità esogamica nel secondo. In entrambi i casi non c’è quella che potremmo chiamare felicità secondo l’aritmetica, da arithmos, numero, logica particolare. Felicità nella parola, secondo le logiche della parola che la cifrematica formula, ovvero le relazioni, le funzioni, i punti, le dimensioni, le operazioni. Senza questa logica particolare, questo numero inconoscibile, nessuna felicità.

L’opera letteraria di Anatolij Krym, a cui è dedicato questo numero della rivista, pone le basi per la definizione della felicità. Nei suoi Racconti intorno alla felicità ebraica (Spirali), egli sottolinea l’infinito del viaggio, nell’assenza di meta ultima: “La felicità ebraica, Dvojra, è quando vai tutto il tempo da qualche parte, e vai, vai, ma non arrivi mai”. Ma anche le pièce Il testamento del donnaiolo illibato e La clandestina, pubblicate sempre da Spirali, sono attraversate dalla questione della felicità. Nella prima, don Giovanni si propone non come colui che trae felicità dalle donne, secondo l’idea isterica del despota, ma come colui che, seppur impotente, la offre: “Allora io, povero menomato, ho giurato a me stesso che le avrei fatte volare!”, dice, donando loro felicità, non erotismo. In questo modo rischia di non sfuggire a un fantasma di padronanza sul godimento dell’Altro; però si trova anche a evidenziare che l’atto sessuale è l’atto di parola, che la felicità non sta nell’erotismo, ma esige l’instaurazione della speranza, dell’amore, della scommessa e del rischio di vita. Anche Nina, la clandestina, sembra doversi occupare della felicità dell’Altro. Se per don Giovanni la felicità era apparentemente una missione, per Nina far felici gli uomini sembra un dovere, costretta com’è dalle difficoltà della vita a dipendere da uomini sempre pronti a sfruttarla, anche a amarla, ma in ultima analisi a non rischiare nulla per lei. Così deve districarsi tra un mare di proposte e di velleità, una felicità che tutti le promettono e che ognuno vorrebbe trarre per sé. Da qui il suo disincanto: Nina non vuole far felice l’Altro, non s’illude né illude, cerca di costruire dispositivi di parola per il compito di vivere. Coloro che la vogliono per sé entrano nel suo viaggio, in un dispositivo in cui la ricerca della felicità facile diventa una messa in questione delle abitudini, dei conformismi, del senso comune.

Quando la crisi si rappresenta, come in questa epoca, felicità sembra una parola proibita, o dev’essere ridotta a benessere o a serenità. Ognuno si accomoda con ricette facili, modeste, nel cerchio del bene o del meno peggio. E il cittadino italiano viene rappresentato dall’Istat come dedito al ridimensionamento, alla rinuncia, al rinvio, al risparmio. Trascurando che, pur non sottovalutando la difficoltà e la crisi, ciascun giorno imprenditori, artigiani, commercianti, artisti rischiano e scommettono in un viaggio che non consente tregua o soluzione, che non ha alternativa alla riuscita. Un viaggio che trova in questa rivista e nei dispositivi cifrematici per l’impresa un apporto insostituibile, perché l’approdo alla felicità esige l’auctoritas, l’aumento, la crescita, che solo un dispositivo di parola avvia. La decrescita non è felice, come nota in questo numero Caterina Giannelli.

Il viaggio, l’approdo. Qual è l’approdo del viaggio? Con la cifrematica, la scienza della parola, la felicità non è nello stare bene, nell’istante, nella conoscenza, nel cerchio o nell’uscita dal cerchio. La vita non è facile, le cose sono estreme, ma mai ultime. La felicità è l’approdo delle cose alla qualità, un approdo che non è la fine, ma il valore, la cifra del viaggio. Questa felicità è distante dal soggetto felice o infelice, dal binomio ottimismo pessimismo, dalla dicotomia bene male: la ricerca e l’impresa non si valutano con il criterio del bene o del male, ma per la loro scrittura, con cui il loro viaggio non finisce. L’approdo della scrittura della ricerca e della scrittura dell’impresa, oltre il compimento, oltre il risultato. L’approdo, quando le cose, tante e quante, diventano cifra. La felicità: l’approdo alla cifra.