LA VIA DELL’INDUSTRIA

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Qualifiche dell'autore: 
psicanalista, cifrematico, presidente dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

Ognuno crede che ci sia la propria strada e che occorra trovarla e seguirla, evitando di mettersi sulla cattiva strada. Così la strada sarebbe preassegnata, sarebbe la strada del ritorno all’origine. Una strada fatta apposta per l’uomo, che diventa l’uomo della strada, il portatore della verità condivisa e condivisibile. Il suo ideale sarebbe di avere la strada spianata, la via della facilità assicurata dalle coperture e dalle relazioni sociali, la strada della nobile menzogna. Questa strada spianata diventa la linea, la superficie piana, senza gli strati che già nell’etimo la caratterizzano. La strada è la via strata, la via a più strati (strata in latino sono gli strati) tracciata dagli antichi romani.
Strati, da cui strada, ma anche strumento e struttura. La strada spianata, appianata, sarebbe la via delle relazioni sociali, della stratificazione sociale basata sull’alto basso, sul sopra sotto. Karl Marx crede a questa stratificazione e postula la sovrastruttura, regno dell’etica, del diritto, della cultura, dell’arte. Questa starebbe sopra la vera struttura, quella economica, che determinerebbe la sovrastruttura, magari con la pianificazione. Ma lo scacco dell’Unione Sovietica è stato lo scacco della pianificazione economica, culturale, sociale: impossibile pianificare l’economia, la cultura, la città, che non sono oggettive, naturali, al di fuori della parola.
La parola non è una sovrastruttura, la stessa economia è un aspetto della parola. Nella parola gli strati non sono la stratificazione, lo strumento non è strumentale, la struttura non è sostanziale, immanente o trascendente. Lo strutturalismo che, nella seconda parte del novecento, ha posto la struttura come fondante l’esperienza, la lingua, l’inconscio, ha mancato la logica della parola a vantaggio dell’ordine del discorso.
Parlando, qual è la nostra strada? Come si strutturano le cose nella parola? Nella parola la struttura è originaria, procede dall’apertura intellettuale, non dalle coperture sociali, per questo non è un sistema di relazioni. Procede secondo le logiche della parola, in particolare secondo la logica delle funzioni – rimozione, resistenza e funzione vuota –, indispensabili perché la struttura si scriva. La strada non è la diretta via, e non è facile: dicendo, nell’incominciamento, strutturale è lo sbaglio nel conto, quando la ricerca si avvia per la funzione di rimozione e, facendo, al debutto, strutturale è l’errore di calcolo, quando il fare interviene nel racconto. La struttura non è prima della parola, esige che le cose si dicano: è struttura materiale, non formale né sostanziale, perché attraversata dalla materia del dire, dalla materia del fare, dalla materia della lingua.
La materia del fare non è gestibile da un soggetto artefice. Facendo, interviene il tempo, non il soggetto. Le cose si fanno secondo l’occorrenza e si strutturano in virtù della contingenza, del tempo che esclude il possibile e il probabile. Facendo, secondo l’occorrenza, la struttura non è sottoposta alle proprie volontà o capacità – sarebbe la struttura burocratica –, ma è la struttura dell’Altro, struttura pragmatica. Nella struttura dell’Altro interviene il tempo, il tempo nel fare, l’affare, per questo essa non è formale né ontologica.
Quando le cose intervengono nella struttura pragmatica della parola, quando ciascun elemento diviene strutturale, l’industria non è più un sistema di rapporti di produzione e il luogo in cui essi funzionano, ma è la struttura dell’Altro, la struttura in cui l’Altro, il terzo, funziona nella parola, anziché essere escluso o rappresentato. Sul terzo escluso poggia il concetto aristotelico di struttura come sistema. Nessun naturalismo nella parola: l’industria sorge nel rinascimento, quando viene messo in questione l’aristotelismo, quando Niccolò Machiavelli scrive: “l’ndustria vale più che la natura”. Questione di adiacenza nell’industria, non di soggiacenza né di sistematizzazione. Per questa via, uno strumento non è tale perché è allineato al sistema, è quel che si attiene alla struttura dell’Altro, quel che non esclude l’Altro, irriducibile e inassimilabile, con le sue proprietà e le sue virtù. È questo l’apporto che l’industria, in quanto struttura dell’Altro, fornisce alla città, un’ospitalità strutturale. L’industria della parola è incompatibile con la negazione dell’Altro, con l’indifferenza in materia di umanità, è struttura materiale, struttura dell’accoglienza, struttura dell’ospite. La rivoluzione industriale è la rivoluzione dell’ospite, dell’Altro sempre ignoto, sempre irrappresentabile. Nessuna preoccupazione dell’Altro, nessuna giustificazione dell’Altro perché non è stato tolto, non è stato espunto dalla parola. Quindi il teorema dell’industria è: non c’è più vittima.
Se l’Altro non può essere tolto dalla struttura della parola, se, facendo, ciascun elemento dell’itinerario risulta strutturale, dunque industriale, con l’industria come struttura dell’Altro non c’è più sovrastruttura. La cultura e l’arte sono strutturali, sono proprie dell’industria, non vi si oppongono. L’industria non può privarsene, salvo sottoporsi al determinismo della lotta di classe e delle relazioni industriali, che regnerebbe se l’industria fosse il luogo dei fatti, al di fuori della parola. Sarebbe l’industria di cose finite, senza l’Altro, l’industria come carcere o come ospedale, come caserma o come convento, al servizio dell’ideologia della morte. Industriarsi sarebbe sacrificarsi, l’industrializzazione sarebbe il prezzo da pagare per il benessere.
L’industria è struttura dell’Altro, del fare in quanto industria nella parola. L’impresa non s’instaura, non si scrive, non riesce, se non entra nel racconto, e poi nella narrazione. L’impresa è una struttura narrativa: nessuna impresa senza il racconto, fino alla sua scrittura, fino alla testimonianza. Ben oltre la case history, che rappresenta il successo nel lieto fine, il racconto vale a instaurare la struttura della memoria e la struttura dell’esperienza, più precisamente la memoria come struttura e come esperienza. La memoria in atto è sogno e dimenticanza, quindi racconto, struttura dell’Altro. Tolta la memoria, quale industria? Quale impresa? In assenza di memoria, l’industria è spazzata via dalla crisi presunta strutturale, in realtà sistemica. La crisi strutturale, la crisi con cui gli elementi, facendo, raccontando, si strutturano, è crisi intellettuale, è giudizio, è l’instaurazione dell’Altro tempo con cui la struttura si scrive, in assenza di sistema, in direzione del valore.
Per risultare struttura dell’Altro e non sistema, perché la tradizione della memoria risulti invenzione, oggi l’industria non ha bisogno di fare sistema. Non esige visibilità, credibilità, rispettabilità e protezione, ma dispositivi di parola, dispositivi pragmatici, dispositivi narrativi, come questa rivista, dispositivi con cui a quel che si struttura segue quel che si scrive, e quel che si scrive giunge a compimento. La memoria come racconto è costituita dal sogno e dalla dimenticanza, che sono indispensabili alla struttura pragmatica, perché integrano i vari aspetti dell’esperienza, oltre la dicotomia bene-male, utile-dannoso. Nulla si fa, se non si racconta: nulla resta dell’industria, il fare dell’imprenditore è sprecato, se quel che si racconta e si fa non si scrive. La stessa narrazione di ciò che si fa non risolve il malinteso: trae il fare, come struttura dell’Altro, nella scrittura, nella comunicazione, senza cui la valorizzazione è impossibile.
La strada, la struttura, l’industria hanno una direzione: verso la qualità. L’industria non è un fatto, esiste solo nel racconto, sogno e dimenticanza. Il racconto del viaggio, il viaggio come racconto. Il viaggio dell’impresa è narrativo, senza linearità, perché il viaggio è la struttura che, procedendo dall’apertura, si scrive. La struttura dell’Altro è l’industria nella parola. Nessuna valutazione e nessun giudizio, se non nella struttura dell’Altro, se non nell’industria della parola. Nessun valore senza l’Altro.