CAPITALE INTELLETTUALE E GEOGRAFIA DEL LAVORO

Immagine: 
Qualifiche dell'autore: 
presidente di TEC Eurolab, Campogalliano (MO)

Quando, nel 2002, TEC Eurolab inaugurò l’attuale sede di Campogalliano, con l’intervento dell’allora rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Gian Carlo Pellacani, e il taglio del nastro di Gian Carlo Muzzarelli (oggi assessore alle Attività Produttive della Regione Emilia Romagna), lei sottolineò che, nonostante la forte spinta alla delocalizzazione di quel periodo, non avremmo dovuto temere per la nostra economia, a patto di valorizzare ciò che non è delocalizzabile: il capitale intellettuale…
È stata una facile previsione e oggi, a oltre dieci anni di distanza, lo si può riscontrare nella realtà, ma anche dalla lettura del recente libro di Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro: il lavoro, inteso come “capitale fisico”, si sposta da una nazione all’altra, da un continente all’altro in funzione di logiche non controllabili da chi fa impresa nel nostro paese. Mantenere produzioni a basso valore aggiunto in Italia, dove abbiamo costi di produzione elevati e alta pressione fiscale, è del tutto impossibile.
I grandi nemici dei posti di “lavoro fisico” sono due: l’innovazione tecnologica, che riduce la necessità di ore lavoro per singolo prodotto, e la globalizzazione, che mette a disposizione non solo “capitale fisico” a minor costo, ma anche risorse di produzione a minor costo, come l’energia per esempio, e mercati più vasti.
Quindi in questo “nuovo mondo” tecnologico e globalizzato che cosa può cambiare il destino di un territorio, di una città o anche di un’intera nazione? La disponibilità di capitale intellettuale di primo piano, ma anche di livello culturale medio, di scolarizzazione della popolazione. Occorre la volontà d’investire in capitale umano, di diventare attrattivi verso i “cervelli” che portano e sviluppano cultura, innovazione. Il capitale umano determina il successo di un territorio.
Al contrario, è possibile che politiche governative poco avvedute possano creare le condizioni, anziché per l’attrazione, per la fuga dei cervelli. È un fenomeno che conosciamo bene e che può portare a un impoverimento senza speranza. Pensiamo alle centinaia di ricercatori italiani che hanno scelto altre nazioni, altri poli culturali per sviluppare le loro ricerche. Il fatto che molti nostri ricercatori vadano all’estero (si pensi all’investimento perduto) non sarebbe di per sé drammatico, se non fosse che in pochi ritornano e che sono pochissimi quelli di altre nazioni che scelgono il nostro paese: è evidente che in Italia non sussistono, mediamente, le condizioni per effettuare ricerca ad alto livello. Eccellenze ce ne sono e se ne sviluppano, ma il pensiero di quello che potremmo essere e non riusciamo a essere, cioè un polo di attrazione per i ricercatori, per l’innovazione e per le imprese innovative che portano occupazione di alto livello, induce ad amare riflessioni sulle scelte politiche del paese.
In ogni area occorre valorizzare il capitale intellettuale, creare poli di alta specializzazione in grado di richiamare intelligenze, più che manodopera. Come nota Moretti, ciascun posto di lavoro di alto livello creato in una città trae con sé cinque posti di lavoro in altri settori.
Quindi, se ci rendiamo conto che non potremo mai delocalizzare il cervello dell’impresa, il capitale intellettuale – che deriva dalle esperienze, dal fatto di vivere in un posto anziché in un altro, dalla contaminazione di idee che avviene quando s’incontrano innovatori anche di settori diversi, dalla vicinanza con poli che rappresentano punte avanzate nella ricerca, dalla memoria del nostro patrimonio scientifico, culturale e artistico che è fonte d’ispirazione e giova all’invenzione –, allora non possiamo accettare che uno scienziato attratto da Cupertino non possa esserlo almeno altrettanto da Firenze o da Venezia o da Parigi, da Berlino, o da altre grandi e piccole città riconosciute come centri di cultura.
Dobbiamo creare le condizioni perché ciò avvenga, prima che sia troppo tardi.
A proposito di cervello dell’impresa, qual è la politica di TEC Eurolab?
Seguiamo quella che riteniamo una strada obbligata, ovvero, spostarci sempre più in alto nella catena della creazione del valore, assistere, aiutare i nostri clienti nello sviluppo e nell’ottimizzazione di materiali, prodotti, processi. L’investimento nell’acquisto di una tomografia computerizzata va in questa direzione. La tomografia permette di “navigare” all’interno degli oggetti, con una tecnica RX assolutamente non invasiva, vedere l’interno di un oggetto in quattro dimensioni, ovvero, vedere come si comporta anche in relazione allo scorrere del tempo e quindi osservarne i cinematismi; rende visibile l’invisibile, lo trasforma in file che, opportunamente elaborati, possono essere persino trasmessi alla produzione. L’apparecchiatura verrà installata in ottobre ma la settimana scorsa eravamo a Parigi (in Italia questa tecnologia è ancora pressoché sconosciuta) per sottoporre a test un particolare di un nostro cliente; ci siamo consultati con uno specialista che lavora negli USA, abbiamo eseguito i test, spedito i file a un partner di Bologna, eseguito i controlli finali e spedito i file in India mettendo gli ingegneri indiani in condizione di far partire subito la produzione. Alta tecnologia, competenze, collaborazioni internazionali, reti: non è il futuro, è il presente. Anche per le piccole imprese.