LA VITA UMANA COME UN DIVENIRE

Qualifiche dell'autore: 
assessore all'Urbanistica del Comune di Bologna, docente di Dottrina dello Stato

Io credo che il punto di partenza del libro di Vittorio Mathieu, Le radici classiche dell’Europa, sia di estrema attualità, perché si chiede se il processo di unificazione europea sia un dato possibile, desiderabile e realizzabile e in quali modi questo percorso possa riuscire ad avere un’eventuale spinta, dal momento che siamo un po’ stanchi di un’Europa declamata e inneggiata che poi, di fatto, non sembra approdare a risultati sufficientemente convincenti. È pensabile che l’unificazione politica europea, a seguito dell’unificazione economica, possa approdare in tempi brevi a un esito credibile?

Mathieu mostra un’esplicita sfiducia nei confronti del processo politico che sembrerebbe puntare sulla costituzione europea come elemento giuridico fondamentale cui affidare il processo politico istituzionale. La costituzione europea rischia di diventare una carta del tutto declamatoria e, come tutte le carte costituzionali, presenta limiti evidenziati in modo bellissimo dal ragionamento di Mathieu, quando dice che la costituzione più liberale che sia stata scritta al mondo — e non è un paradosso — è la costituzione staliniana del 1935, che imponeva la libertà a tutti. Su questo punto lo scetticismo è dichiarato nel libro, non c’è incertezza d’interpretazione.
Dove invece Mathieu si dirige in questa sua ricerca è se esista un’unità culturale, un sottofondo culturale tale da giustificare almeno una riconoscibilità d’identità culturale nei soggetti che si possono chiamare europei. E qui il libro mi sembra moderatamente ottimista, nel senso che dà una lettura della grecità che incoraggia a ritenere che lo spirito europeo esista e sia lo spirito occidentale nato in Grecia, che, con le traversie che ha poi avuto nel confronto con la romanità e con le istituzioni cristiane medievali, ha prodotto un modo di essere e di pensare sufficientemente univoco. Con questo punto di vista io sono completamente d’accordo nel sottolineare che l’identità culturale europea o occidentale sia molto leggibile a chi sa guardarla e riconoscerla. Nella storia bisogna prestare attenzione alla durata, al tempo, a ciò che si sviluppa con continuità, come sostenevano i francesi Lefebvre, Bloch e Braudel, in polemica con la storia cosiddetta evenemenziale, che puntualizza i fatti come se fossero singoli accadimenti che si susseguono l’uno all’altro. La storia non è storia di attimi, di punti, di atomi, di fatti, ma è storia di tendenza, è storia di durata, in cui i diversi livelli dello sviluppo storico procedono come nastri di scorrimento con ritmi differenziati dal punto di vista della velocità, per cui dove la storia può sembrare immobile può esservi un processo di durata con un movimento che si sviluppa senza che se ne percepisca in modo immediato la velocità. Forse sto già parlando di Eraclito, in particolare di un frammento che parla della durata e del tempo come paradigma fondamentale in cui bisogna guardare che cosa scorre e che cosa resta, non il susseguirsi puntuale di eventi che poi si dividono e si vanificano nel loro sviluppo. Dunque, in questo processo di durata e di crescita, sicuramente le radici, quindi gli elementi vitali della cultura europea, ci sono.
Se mi fosse stato chiesto qual è il contributo maggiore della classicità a questa idea europea, non avrei messo in discussione Ulisse, perché il modo in cui Ulisse è stato vissuto nella letteratura — penso a Dante e a Joyce — mostra una continuità di sviluppo abbastanza evidente; dire che Ulisse rappresenta uno dei cardini fondamentali dell’evoluzione del nostro modo occidentale e europeo di vedere il mondo e la vita è quasi scontato. Non era scontato per me, fino alla lettura del libro di Mathieu, che un riferimento così esplicito potesse essere all’oscuro Eraclito, di cui sicuramente non sfuggono i fascini, le intuizioni, le aperture dialettiche, ma che è sempre risultato abbastanza difficile da classificare e da ridurre a un’unità interpretativa. Era più facile e più scolastico citare Socrate, l’inventore dell’intellettualismo etico e della teoria dei concetti, Aristotele o lo stesso Parmenide, il grande avversario di Eraclito: avendo inventato il principio d’identità, di non contraddizione, quindi la coerenza dei sistemi di sviluppo, Parmenide può essere assunto più facilmente come uno dei paradigmi dell’evoluzione occidentale. Mi ha colpito, invece, quanto afferma Mathieu, che Eraclito non dice cose diverse da Parmenide, perché in entrambi si avverte la tensione verso la totalità, verso la visione del tempo, dell’eternità, della vita e della morte, dei grandi concetti su cui gli scenari storici e metafisici si sviluppano.
Questo libro sottolinea, insomma, l’importanza di Eraclito, di cui era prevalsa una chiave di lettura un po’ esoterica e magica. Qui, invece, Eraclito viene letto come autore tutto intero che sostiene, per esempio, la teoria del cosmo. Cosmo vuol dire che l’universo, a livello fisico ma anche a livello di polis, è qualcosa di intrinsecamente armonico, dove gli equilibri si sviluppano secondo simmetrie, secondo regole e ordinamenti che affidano al mondo stesso, alla vita stessa ogni intrinseca bellezza. Tutto questo non è la negazione del suo contrario, cioè la lotta perenne tra l’armonia e il caos, tra il tempo e l’eternità, tra la vita e la morte, tutto questo rende veramente la vita umana come un divenire. Verso quali avventure? Proprio come Ulisse, ecco l’analogia che mi ha colpito perché è molto convincente. Non sappiamo molto della biografia di Eraclito, forse ci interessa anche poco, ma sicuramente il percorso intellettuale che si può immaginare dietro tutti questi frammenti mette in campo il discorso del divenire e soprattutto il discorso della grande conflittualità che si sviluppa nelle cose della vita come condizione per andare avanti. Non sappiamo che cosa accadrà in futuro, chi vincerà tra amore e odio, nel mondo c’è la guerra e nessuno può dare risposte tranquillizzanti, ci sono periodi in cui l’amore sembra prevalere sull’odio e il mondo si presenta come pacificato, quasi il migliore dei mondi possibili, ma immediatamente dopo arriva, nuovamente, l’età dell’odio e allora le guerre, la barbarie, le distruzioni incancellabili. Com’è più moderno Eraclito di tutti i teorici del progresso del Settecento e dell’Ottocento, che avendo esaltato il progresso continuo, l’incivilimento, le costituzioni che migliorano, si ritrovano sorpresi che dopo tanto progresso e tante costituzioni arrivino il nazismo e il comunismo. Le tesi di Eraclito sono ben più vive e ben più drammatiche.