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IL TEMPO CHE NON VALE LA PENA | La città del secondo rinascimento

IL TEMPO CHE NON VALE LA PENA

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Qualifiche dell'autore: 
psicanalista, cifrematico, presidente dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

Chi conta di più? Quanto conta quel che facciamo? I conti tornano? L’idea comune di conto lo considera strumento per misurare o risparmiare il fare, per giustificarlo, per finalizzarlo.
Nella formulazione “In fin dei conti” spetterebbe al conto sancire la fine per decidere il valore delle cose, del fare, del viaggio. Questo conto presunto obiettivo è conto sul tempo, conta sulla fine del tempo, per poterlo misurare e dunque risparmiare.
Ma il risparmio di tempo non paga: il processo di valorizzazione esige l’investimento, non il risparmio. Il conto non è fondante: del conto importa la redazione sintattica e frastica, mentre nel pragma esso si scrive come racconto, indispensabile per il profitto. Il racconto è pragmatico, instaura il tempo del nostro viaggio imprenditoriale e intellettuale. E il conto non si risolve nel tornaconto.
L’idea di risparmio, che invoca il tornaconto, poggia sull’idea di fine del tempo e delle cose. Nutre la condanna dello spreco, che viene postulato per economizzare il fare, per sottoporlo all’idea di ciclo, di riciclo, di circolarità: nel postulato della fine delle risorse, l’economia circolare mira al risparmio più che al profitto, alla conservazione più che alla produzione, al mantenimento più che all’aumento. Ciascuna cosa deve sottoporsi all’idea guida, la sostenibilità, parametro che dovrebbe decidere della virtù e dell’intelligenza dell’economia, che diventa alibi per l’autorizzazione o la revoca di concessioni o finanziamenti. L’economia sostenibile è l’economia del tempo che può finire, che parte dalla fine delle cose. È l’economa gnostica, che conosce il bene e il male perché conosce i limiti propri e altrui.
Nel gerundio, ovvero parlando, contando, facendo, il limite è del tempo, cioè è inassegnabile, inconoscibile, non sottoposto al principio di determinazione o d’indeterminazione. Ma l’economia gnostica sostituisce al limite del tempo il tempo limitato, sostituisce al tempo una sua idealità. Ognuno vive, anzi sopravvive, di idealità temporali: il proprio tempo, i propri limiti, le proprie possibilità. Ma in questo modo si occupa, idealmente, di sé, dell’idea di sé, anziché attenersi all’occorrenza, al tempo dell’esperienza che, come sottolineano gli imprenditori in questo numero, è il tempo della riuscita.
L’idea di sé pretende di stabilire l’identità, come aspetto dell’uguaglianza con se stessi, sotto il principio dell’unità.
“Dialettica immaginaria”, che sta alla base dei populismi, definisce l’identità lo storico delle idee Michael Azar nel suo intervento sul totalitarismo. Ma, come nota Luigi Pirandello in Uno, nessuno e centomila, l’identità risulta il colmo della differenza. L’unità non evita il paradosso: contando, l’uno è una funzione, non è identico a sé, differisce da sé. Già il matematico italiano Giuseppe Peano, all’inizio del Novecento, aveva notato come il conto non comincia e non procede dall’unità, come credono l’ontologia occidentale e la mistica orientale. Il conto esige lo zero e il due, che sono negati da ogni fondamentalismo. I fondamentalismi (europeo, islamico, confuciano, induista) procedono dall’unità, negando il due, l’apertura, in nome dell’identità e dell’unità, e del loro prodotto, la comunità.
Come dimostra la storia del dispotismo orientale, l’islam ha mancato l’industria perché la comunità ideale, la umma, in nome dell’identità e dell’unità, esclude il tempo pragmatico, il fare, la novità, restando nel tempo burocratico, eterno, ideale. Ma anche in Europa l’idea di comunità, procedendo dall’ideologia dell’unità, costituisce un frequente pregiudizio contro l’impresa, la città e la modernità, edificando caste, burocrazie, centralismi sulla negazione del tempo.
La burocrazia, anche quella mediaticogiudiziaria, non ha presa sulla parola.
Procedendo dal due, dall’apertura, il conto e il racconto non escludono, bensì esigono, il terzo, la differenza e la varietà, il tempo dell’impresa. Attenendosi al tempo dell’impresa, “il tempo imprevisto, sorprendente, pragmatico”, come scrive nel suo articolo Mariella Borraccino, l’imprenditore non risparmia né si risparmia, non trattiene e non si trattiene, cioè non partecipa all’idea di fine. I flussi dell’impresa non si attengono alla finalizzazione. Nessuna mistica dell’impresa: solo se venisse tolto il tempo, in nome della fine, l’imprenditore potrebbe inseguire lo spirito o l’anima dell’impresa, negando la sua industria, la sua struttura materiale e intellettuale. Quel che è intellettuale non si oppone a quel che è materiale, operativo, pragmatico: la macchina e la tecnica non sono inerti, scontate, senza la parola, esigono l’intelligenza.
Intelligenza della macchina e della tecnica, più che macchine e tecniche intelligenti, come vorrebbero le mitologie ipertecnologiche e transumaniste.
L’intelligenza non è emotiva, non è la coscienza né la conoscenza, tanto meno del bene e del male: la conoscenza è purista e purificatrice. “Conosciti!”, “cercati!”, “studiati!”, “purificati!”, insomma “annullati!”. Ecco la mistica: l’impresa che cerca il suo spirito trova il suo nulla.
Contando, raccontando, le cose si fanno e, facendosi, interviene il tempo. Il tempo non è a priori, come voleva Immanuel Kant. Il tempo è pragmatico perché interviene con il gerundio, raccontando e facendo. Dunque il racconto non è la trama dei fatti ben disposti nel tempo, come prescrive lo storytelling, così diffuso nella comunicazione aziendale, ma è intessuto del sogno e della dimenticanza, con cui si scrivono il progetto e il programma dell’impresa, ben oltre l’intenzionalità. Il tempo pragmatico non è il tempo soggettivo, per questo travolge le buone intenzioni, che si limitano alle possibilità e alle finalità. Il tempo pragmatico è il contingente, è il tempo dell’occorrenza, l’Altro tempo, non il tempo finalizzato, che è il tempo funzionale al nulla. Da Aristotele in poi, nessuna burocrazia può ammettere il contingente, lo combatte, contrapponendogli il principio del terzo escluso, la necessità che i conti tornino, ovvero la necessità della pena. Invano: con il contingente la pena non vale, conta il valore.


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