IL DISAGIO E LA COMUNICAZIONE NELL’EPOCA SOCIAL

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psicanalista, cifrematico, direttore dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

Nell’epoca della condivisione, i mezzi di comunicazione consentono di trasmettere messaggi e immagini in tempo reale, promettono una maggiore facilità nel passaggio di informazioni da una persona all’altra e possibilità illimitate di accesso a un numero infinito di persone anche grazie ai social media. Nell’epoca dell’accesso, parlare, ascoltare e farsi ascoltare sembra diventato facile, sembra che basti connettersi e rimanere connessi. Ma, fino a che punto la rete favorisce l’incontro? Forse giova allo scambio di informazioni fra persone che già sono in rete per altri motivi, ma, anche se oggi è sempre più diffusa la credenza che il web faccia risparmiare il tempo e lo sforzo delle prime fasi della comunicazione, non può certo sostituire l’incontro. E perché l’incontro è così temuto e aggirato? Addirittura, lo stesso popolo dei social, così avido di amicizie, di contatti e di connessioni, da qualche anno, si dichiara fedele alla moda hygge, che in danese vuol dire “comodo”.
Disagio, dis-agio, è l’assenza di agio, di comodità. Per evitare il disagio, la difficoltà di parola, l’incontro e l’imprevisto, la tendenza hygge suggerisce di starsene comodamente a casa la sera, magari leggendo un buon libro (buono nel senso che non faccia pensare troppo), anziché uscire per incontrare persone che potrebbero turbare il proprio ideale di armonia.
E il quadretto della famiglia hygge prevede che durante le feste non si parli di politica o di altri argomenti che possano produrre contrasti fra le persone riunite a tavola, e portare disagio.
Il popolo dei social crede nella comunicazione diretta, in tempo reale, comunicazione per contatto, senza disturbi e senza interferenze. E che cosa fa al mattino appena si sveglia? Guarda il telefono, sperando che sia arrivato il messaggio che stava aspettando o che qualcuno abbia aggiunto un like all’ultimo post pubblicato su Facebook. E una risposta che non è arrivata diventa la prova di non essere considerati o amati abbastanza e c’è chi arriva a sentirsi una nullità in questo caso. Al contrario, l’idea di una “corrispondenza di amorosi sensi” diventa motivo di orgoglio e dà la cosiddetta “carica quotidiana”: “Oggi mi sento carico” è come dire “oggi qualcuno mi ha confermato come soggetto attraverso un sentimento condiviso”. Ovvero: “Io sono perché tu mi fai esistere”, nella coppia ideale, nell’androgino; oppure, “Io sono perché voi mi fate esistere”, nella comunità ideale.
Il film di Tornatore La corrispondenza sottolinea qualcosa che troviamo già nel carme Dei sepolcri di Foscolo: la più grande corrispondenza di amorosi sensi è quella dei vivi con i morti. L’amore originario non ha nulla a che fare con la corrispondenza di amorosi sensi, con il sentimento, che poggia sullo schema del dialogo, in cui la domanda deve essere formulata correttamente per ricevere la risposta corretta: “Mi ami?”; “Certo che ti amo”, “Ma quanto mi ami?”, “Tantissimo”. La risposta non potrebbe essere: “Neanche un po’”, perché deve confermare l’essere, l’essere per l’amore, attraverso il dialogo, il botta e risposta.
Uno degli stereotipi più comuni del discorso amoroso descritti da Roland Barthes nel suo libro Frammenti del discorso amoroso è quello dell’immobilismo legato all’attesa vicino al telefono, quando ancora non esistevano i cellulari. Questo immobilismo non è stato sconfitto dall’avvento dei telefoni portatili, anzi, in alcuni casi l’ossessione per il messaggio che tarda ad arrivare tocca punte inimmaginabili e diventa la prima, se non l’unica occupazione. Il tempo reale diviene così il tempo spazializzato, tempo abitabile ed eternizzato, in cui ogni rito va ricondotto a un’unica preoccupazione: quella di non prendere impegni a lungo termine, di non “spezzare il filo con l’altro e farsi trovare pronti per il suo ‘arrivo’, che potrebbe realizzarsi, in modo talvolta del tutto imprevedibile, da un momento all’altro”.
La cifrematica constata che il tempo interviene nel fare, ma il soggetto che vive nell’attesa costruisce attorno a sé un sistema di riti per evitare il fare e la sessualità, per preservarsi dall’incontro e dall’imprevisto. Questo è il tornaconto secondario di tutte le sue pene d’amore, sofferenza come godimento dal volto umano. L’Altro è rappresentato nell’altro che è atteso.
Ma l’attesa, invece, è la speranza assoluta, non la speranza che qualcosa di positivo accada e qualcosa di negativo sia scongiurato. L’attesa è l’apertura, è la questione aperta.
Questa è la lezione della psicanalisi prima e della cifrematica, la scienza della parola, oggi: nessuna questione è mai chiusa, definitiva. E sta qui la gioia della vita come gioia dell’incontro e dell’imprevedibile, sta qui la bellezza della conversazione, della lettura, della scrittura, anche avvalendosi dei nuovi mezzi di comunicazione e dei social. I social sono utili quando non diventano strumenti di controllo e di conferma dei luoghi comuni dell’epoca.
Il disagio è inevitabile parlando, anzi, è una virtù della parola, e chi si barrica in casa per seguire la moda hygge della comodità va incontro a contraccolpi e contrappassi, cui segue una sfilza di acciacchi.
“Vivere senza disagio è l’utopia”, scrive Armando Verdiglione nel libro In nome del nulla. L’accusa di blasfemia.
Se l’utopia che propone ancora oggi l’ideologia marxista è la fine del lavoro in quanto presunta fonte delle umane sofferenze (dimenticando che Marx si sollevava contro le terribili condizioni di lavoro di milioni di persone impiegate in massa come bestie da soma all’epoca della prima rivoluzione industriale), quella propugnata dal transumanesimo è l’utopia dell’uomo cyborg, che dovrebbe sconfiggere la vecchiaia e la morte.
Ancora una volta, l’utopia avalla l’idea di fine del tempo, di fine della storia, di fine dell’umanità, a vantaggio della padronanza assoluta sulla vita.
Padronanza dell’algoritmo, senza la parola, la sua difficoltà, il suo disagio.
Ma non ci sarà vita senza la parola.