IMPRESA E SALUTE

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presidente di S.E.F.A. Holding Group Spa, Sala Bolognese (BO)

Se i dati economici indicano la salute delle imprese italiane in declino, il vostro Gruppo testimonia che la partita non è persa, perché in Italia operano aziende che registrano trend di crescita anche in un settore chiave per l’industria come quello siderurgico, che negli ultimi anni risente della crisi dell’acciaio, materia essenziale in diversi settori produttivi. La partita della salute esige lo spirito costruttivo in special modo anche nell’impresa… A volte ringrazio di essere stato in salute, ma penso anche che forse ho cercato la salute, non risparmiandomi nelle occorrenze dell’impresa. La salute è un dono, ma non è naturale e non si può comprare. Nessuno è padrone della salute, che è un’istanza a cui tendere, senza lamentarsi o preoccuparsi. Attenersi al programma della settimana, per esempio, favorisce quello slancio che consente di stare in salute. Cercare la salute è quindi un compito per ciascuno.
Alcuni amici hanno esclamato: “Beato te che hai un’azienda!”. Ma avere un’azienda da gestire non è una questione di fortuna, perché ciascuno può cogliere l’occasione di cimentarsi in questa scommessa. A trent’anni, per esempio, avevo grandi aspettative, ma non sapevo qual era la direzione, avevo soltanto la necessità di mettermi in discussione con un’attività privata. Per questo progetto la salute non poteva mancare e non temevo di ammalarmi.
Un amico mi ha raccontato che fra pochi mesi cesserà l’attività, augurandosi che non succeda quello che è accaduto ad altri, i quali si sono ammalati non appena sono andati in pensione. Gli ho suggerito, allora, di mantenere i propri interessi e di non farsi guidare dalla paura. La salute è una partita che va giocata mantenendo il ritmo degli appuntamenti della giornata: ho bisogno di fare alcune cose in questa settimana, perciò non ho tempo di fermarmi, non ho tempo di pensare ad ammalarmi. La malattia si cura con la tensione e con l’interesse per ciò che facciamo: se questo approccio manca, può prendere il sopravvento la malattia.
Abbiamo avuto diversi casi fra i nostri collaboratori che testimoniano come la salute sia stata acquisita proprio grazie all’apporto dell’impresa, dando nuove mansioni e responsabilizzando verso i propri compiti, senza far mancare mai la parola con ciascuno. Questo è accaduto perché nelle nostre aziende ci pensiamo due volte prima di privarci di un collaboratore.
L’attività d’impresa può essere l’occasione per organizzare un programma di vita. È questo programma che abbatte l’apatia e avvia un ritmo che favorisce l’emulazione da parte di chi ci è al fianco.
Qualche anno fa, abbiamo assunto un giovane con problemi di dipendenza.
Parlando con me in più occasioni ha trovato un altro ritmo di vita, tanto che ha incominciato l’attività di venditore e, dopo alcuni anni, ha deciso di avviare una propria impresa. Io ho apprezzato questa decisione, perché tarpare le ali non è nel mio stile e nemmeno nello stile della SEFA: chi ha talento deve metterlo a frutto. Quando l’imprenditore dice di un collaboratore “è una creatura mia”, lo dice nel senso che ha aperto la strada per la riuscita di un altro individuo, che con la sua impresa contribuirà al proprio paese.
Il burocrate teme forse proprio questo “contagio” dell’impresa, quest’altra salute che si trova facendo impresa.
In oltre quarant’anni di attività, mi sono imbattuto in un altro caso di dipendenza. Era un bravo ragazzo e ho incominciato a parlargli. In azienda era stimato e gli ho chiesto quale mansione gli piacesse svolgere. Aveva smesso di consumare alcool, poi ha ricominciato ancora un paio di volte. Parlando con lui di nuovo, come se fosse stato mio figlio, e esortandolo a riprovare e riprovare, a non stancarsi di provare, abbiamo vinto insieme la scommessa.
Questo approccio è frutto di un piccolo impegno personale che testimonia come salute e impresa siano connesse.
L’impresa esige la lucidità e il discernimento, essenziali per la salute… L’impresa è anche scuola di vita, sia perché permette di fare progetti per la propria vita sia perché offre esempi virtuosi da emulare per arricchire il percorso personale di ciascuno. L’impresa insegna un modo di vivere non repressivo, ma propositivo e costruttivo, in cui ciascuno, per esempio, può produrre in un modo che salvaguarda anche la salute dell’ambiente. L’impresa “sporca e cattiva”, infatti, esiste quando lo stato – che ne è socio nella misura in cui ne riceve gli utili – la intende soltanto come contribuente da vessare. Questo è avvenuto negli anni in cui l’Ilva si chiamava Italsider.
Quando lo stato era il socio di maggioranza era più attento a incassare i vantaggi della prima acciaieria d’Europa, senza avviare le condizioni per produrre in modo da non nuocere all’ambiente e ai cittadini. E oggi lo stato ha privato della salute il paese, mettendo fuori gioco un’impresa importantissima.
In Austria o in Svezia, per esempio, le acciaierie operano in mezzo al verde e vicino a fiumi e laghi, non sono contrapposte all’ambiente perché le normative sono chiare, non sono labirinti burocratici finalizzati al prelievo fiscale. In questi paesi, normare vuol dire lasciare la libertà di fare. A Taranto, invece, i cittadini si sono ammalati non per colpa di un imprenditore, ma a causa di uno stato che si è reso connivente con un certo modo di fare impresa, perché è stato più attento a prenderne tutti i vantaggi.
Questo paese non favorisce la missione dell’impresa che è sempre stata quella di costruire la città. Oggi, imprenditori, giovani e anziani cercano casa oltralpe perché c’è un diritto all’impresa che non è riconosciuto in Italia.