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NON TOGLIAMO IL DISTURBO | La città del secondo rinascimento

NON TOGLIAMO IL DISTURBO

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Qualifiche dell'autore: 
psicanalista, cifrematico, presidente dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

Il disturbo dell’umore, il disturbo del sonno, il disturbo del pensiero, il disturbo del comportamento, il disturbo dell’apprendimento, il disturbo della memoria, il disturbo del linguaggio, il disturbo dell’attenzione, il disturbo alimentare.
Nulla di più condiviso, di più studiato e di più comune del disturbo: ognuno ha il suo disturbo. In questa accezione, disturbo equivale a disordine, cioè viene inteso come un limite dell’ordine sociale, dell’ordine relazionale, dell’ordine del sistema. Ma, prima di tutto, di quel sistema chiamato personalità, per cui nei trattati di psichiatria e di psicologia fa la parte del leone il termine “disturbo della personalità”. Questo disordine può essere inteso come disturbo in relazione a qualcosa: rispetto a un determinato ambiente, rispetto allo stare insieme, rispetto a un modo corrente di parlare, ci sono i “social disorders” e i “mental disorders”, i disturbi sociali e i disturbi mentali.
In questo modo il disturbo sarebbe quel che limita l’economia del discorso, per cui occorre che ci sia chi è deputato a mantenere questa economia e a gestire questo disturbo. Ogni soggetto può essere disturbato, tutti sono sospetti di disturbo. In particolare, il cognitivismo deve compiere l’economia del disturbo e chiama questa economia “trattamento”.
Trattamento come economia del disturbo.
Oggi tocca al Covid-19 essere presentato come disturbo totale e planetario. La gestione politica di questo virus lo volge in disturbo sociale da contrastare con misure di salute pubblica e con un trattamento sanitario obbligante e obbligatorio, in modo che ognuno si senta disturbato a fin di bene. Si senta disturbato nei propri diritti, nella propria libertà, nei propri rituali, che in realtà sono libertà obbligate, sono rituali sociali, a riprova che ciascuna volontà presunta propria che verrebbe disturbata è in realtà volontà dell’Altro.
Questo disturbo soggettivo fa parte del cerimoniale: ognuno deve sentirsi disturbato perché questa sarebbe la via per prodursi come soggetto, per supportare il cerimoniale dell’androgino, dell’unità, dell’uguaglianza, del sistema.
In questo cerimoniale, ognuno ha il compito di divenire androgino e, compiuto il cerimoniale, di prodursi come dáimon, attratto dal nulla ideale, fino a dissolversi, fino a togliere se stesso come disturbo, fino a togliere il disturbo. È un processo di annullamento, la ballata del soggetto disturbato. Non a caso, Verdiglione scrive, nel libro Una vita di cifrematica, di prossima pubblicazione: “Nulla mi disturba, nulla mi lascia desolato. Io non punto a produrmi come dáimon una volta cessato il cerimoniale, non cerco consolazione, non inseguo la dissolvenza”.
Questa formulazione, “nulla mi disturba”, non promuove l’imperturbabilità, sia nell’accezione dell’atarassia stoica sia in quella dello shantih o dell’ananda buddisti. Indica come l’esperienza nelle aziende, nella scuola, nelle istituzioni, nelle famiglie, esiga che s’instauri questo teorema: non c’è più disturbo soggettivo. Innanzi al disturbo soggettivo c’è chi reagisce secondo la modalità dell’azione, e c’è chi reagisce secondo la modalità dell’inazione, anche nei termini dello stare fermi o del passo indietro, della quiescenza o del pensionamento.
In questi casi il disturbo è funzionale all’iniziazione, proprio per divenire androgino attraverso lo spiritus rector, la funzione correttiva, e poi per entrare, con la dissoluzione, a far parte del nulla ideale, della società ideale, la società conformista, la società in nome del nulla.
La società ideale è la società conformista, la società dell’uguale sociale, dell’ideale uguale e dell’uguale ideale, società inclusiva e società esclusiva, quindi società segregativa.
In questa società ideale, retta dai suoi cerimoniali e dai suoi algoritmi, l’esperienza e le sue proprietà – la ricerca e il fare – non sono ammesse, sono intese come fastidio e disordine, cioè come rappresentazioni del disturbo, perché l’esperienza non si basa sull’uguale, esige l’ineguale. Il numero 76 (dicembre 2017) della “Città del secondo rinascimento” s’intitola L’anomalo: il termine greco per dire ineguale è proprio anomalos.
L’iniziazione cerca l’eguale, è il percorso del soggetto dal meno uguale al più uguale, finché, raggiunto idealmente l’uguale, non può che dissolversi. Dissoluzione dello stato, dell’uomo, del pianeta.
L’idea d’iniziazione considera l’esperienza come la somma delle conoscenze, dei fatti, dei ricordi da condividere per divenire esperto, colui che conosce il sapere condiviso in modo mistico. La condivisione è mistica. Occorreva il rinascimento, con Leonardo da Vinci e Niccolò Machiavelli, per introdurre una nozione non mistica, non spirituale di esperienza: l’esperienza originaria, in atto, mai conosciuta prima, mai avvenuta prima, senza rimando al passato o al futuro. Esperienza della parola originaria, non del discorso dell’Altro.
Scrive Leonardo nel Codice Atlantico: “Le mie cose son più da esser tratte dalla sperienza che dall’altrui parola”.
Mentre Machiavelli nelle prime righe del Principe parla di una combinazione tra “lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antique”: esperienza come modernità, la modernità come modo dell’esperienza, come esperienza in atto, per acquisire la lezione delle cose antiche. Da allora, il libro o la storia non sono più un riferimento, non valgono come base del fondamentalismo.
La cifrematica, la scienza della parola, indica come la lettura avvenga alla luce dell’attuale, anziché essere un modo per intendere l’attuale. La lettura non conferma l’ordine del discorso, genealogico o archeologico che sia. Dislessia: la lettura non riesce a compiere la decodifica del testo? La lettura è impedita da un disturbo della memoria verbale? La memoria come reminiscenza platonica o come rimemorazione fenomenologica fa fiasco: in quanto esperienza in atto, la memoria non serve più a ricucire la presunta dicotomia celeste/terrestre, passato/presente, latente/patente, inconscio/conscio. L’atto è arbitrario, non mnemonico, se la memoria è memoria in atto.
Il disturbo e la lacuna della memoria sono patologici solo se la memoria è ideale.
In altri termini, la memoria è negata soltanto nell’idea di memoria. L’idea di memoria non è la memoria, è la memoria ideale, senza l’esperienza; è la punta dell’economia della memoria, della sua funzionalizzazione. La memoria ideale è funzionale alla correzione della struttura del linguaggio: essa deve correggere, sotto l’idea di uguale, il disturbo del linguaggio come disordine o disfunzione, come un presunto difetto di un’ideale facoltà metaforica o metonimica. Sigmund Freud aveva aperto una breccia dimostrando, con il libro Come intendere le afasie, l’impossibilità di localizzare questo cosiddetto disturbo del linguaggio nel cervello, ma il linguista Roman Jakobson, nel libro Saggi di linguistica generale, parla di due tipi di afasia, una come disturbo della similarità, l’altra come disturbo della contiguità, considerando deficit della facoltà metaforica la prima e deficit della facoltà metonimica la seconda. In questo modo, che dipende dall’idea di uguale, è aperta la via per la patologizzazione del linguaggio e della memoria, per la riduzione del disturbo a incapacità, a deficit, a mancato accesso.
E, lungo questa traccia, Jacques Lacan resta nell’ideologia psichiatrica, considerando stigma del soggetto psicotico l’incapacità di metaforizzare.
Il soggetto disturbato? La memoria disturbata? La questione dell’Alzheimer è questione linguistica. La memoria, nel suo esercizio intellettuale, è disturbo, poiché si attiene all’esperienza della parola originaria, e non a un riferimento ideale. La metafora, la metonimia, la catacresi sono proprietà della struttura della sintassi, della frase, del pragma, sono usi linguistici non finalizzati alla significazione, non sono espedienti per un uso ideale della lingua. In questa accezione, il disturbo è proprietà della struttura dell’atto di parola, e dunque della struttura della vita, che non può essere ricondotta all’uguale sociale o grammaticale.
La struttura della parola come struttura della vita è struttura della storia e struttura del fare, della ricerca e dell’impresa come disturbo, che troppo spesso viene inteso come fastidio o disordine dagli apparati ideologici, religiosi, giudiziari.
Ma poiché la struttura della vita è il disturbo originario, non già il disturbo dell’ordine sociale, l’atto, segnatamente l’atto di parola, non ha da divenire e non diverrà mai supporto dell’ordine o dell’alternativa all’ordine. Le cose si dicono, dicendosi si fanno e facendosi si scrivono: questo è il disturbo come proprietà della struttura della parola cui nessun apparato può porre rimedio e che nessun apparato può usare come rimedio. Noi non disturbiamo e non turbiamo. Non disturbiamo l’ordine costituito, non lo combattiamo. Noi non siamo disturbati.
Il disturbo è proprietà strutturale originaria, esige il processo di scrittura e di qualificazione, non l’esorcismo.
L’esperienza originaria è l’esperienza della parola, è la memoria in atto, la memoria nel suo disturbo strutturale, la memoria nel suo sbaglio di conto, nella sua svista, nel suo errore di calcolo. Che la memoria nel suo gesto narrativo sia disturbo la indica come esperienza della parola. Mentre l’esperienza senza la parola sarebbe l’esperienza cruciale, il punto di passaggio, la forca caudina, l’altare di Agni, l’esperienza presa nel discorso dell’Altro come discorso del nulla.
In quanto originaria, la nostra esperienza è narrativa, è intessuta di sogno e di dimenticanza. È esperienza narcisistica, cioè è viaggio narrativo. Il narcisismo non è l’insieme delle esperienze del soggetto, è il viaggio senza iniziazione, con i suoi cifremi, cioè le proprietà del viaggio: in questo viaggio della memoria non pesa nessun ricordo, nessun precetto misterico. La memoria come disturbo non pesa. A ciascuna esperienza la sua lingua.
La lingua dell’esperienza come disturbo, la lingua come l’esperienza in cui il disturbo non è assunto né criminalizzato è la lingua dell’anomalia, la lingua del conto, del racconto, la lingua del progetto e del programma. Questa lingua disturba la pianificazione, disturba la comodità, al punto che un esercito di specialisti è pronto per appianarne le difficoltà, le improprietà, gli inciampi. Invano. L’imperativo “non disturbare” è ideale, la memoria non sottostà a nessun imperativo.
“Io dico”, “io scrivo”, “io viaggio”, o anche “io non dico”, “io non scrivo”, “io non viaggio” sono enunciazioni, non sono cogiti, non sono sistematiche di pensiero che fondano la soggettività normale o patologica. Sono asterischi, sono disturbi che non evitano di volgersi in disdicenza, (la Versagung freudiana, maltradotta con “frustrazione”), in discrittura (che viene chiamata disgrafia), in dislettura (che viene ridotta a dislessia). Questo dis non è negazione della presunta normalità, è strutturale.
Questi disturbi strutturali dell’atto di parola sono i disturbi del ritmo, sono i disturbi essenziali al ritmo: disturbi linguistici, pulsionali, nella loro intensità, nella loro esigenza narrativa. Senza i disturbi, il viaggio è il viaggio di ritorno.
La mitologia psichiatrica non tollera i disturbi perché non tollera il ritmo e non tollera il dispositivo del viaggio. Viene imposto così l’imperativo della memoria, per evitare lo sbaglio, l’equivoco, la sbadataggine, la cantonata. Ma l’imperativo della memoria non riesce a cancellare la memoria come esperienza in atto, la memoria del viaggio.
In quanto strutturale al dispositivo del viaggio, il disturbo, nella sua narrazione, si scrive e giunge all’approdo, che non è il télos (la finalità, la circolarità), ma l’approdo alla qualità, al valore, al capitale intellettuale. Rivolgendosi alla qualità, il disturbo è rivoluzionario, è la struttura del viaggio, del percorso e del cammino. Per il disturbo, l’esperienza è rivoluzionaria, la memoria è rivoluzionaria. La rivoluzione è pulsionale, non sociale.
Contro questa rivoluzione della parola, l’umanesimo e la sua variante, il transumanesimo, propongono la mnemomacchina e la mnemoteccnica. Ma, in quanto si rivolge al valore, al capitale, il disturbo è strutturale, dunque è costituito dalla tecnica come arte e insegnamento e dalla macchina come invenzione e formazione.
Arte e invenzione della memoria, che si combinano nell’industria come struttura, con la sua impresa, la sua poesia, la sua politica. Per questo l’arte e l’invenzione, la tecnica e la macchina non sono tollerate, in nome dell’uguale sociale, dagli arcaismi del sindacalismo e dell’ambientalismo: in virtù dell’arte e dell’invenzione, della tecnica e della macchina, il disturbo si scrive, si qualifica e si cifra. Nessuna riuscita senza questa scrittura della memoria come scrittura dell’esperienza, che, in quanto scrittura dell’attuale (non del presente), è scrittura dell’avvenire. La ricerca è proprietà della memoria come sintassi e come frase, l’impresa è proprietà della memoria come industria. La memoria: la struttura, il disturbo, nel suo principio. A ciascuno la sua industria. Il principio della vita è il principio della memoria, principio del disturbo.


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