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GLI INDICI DEL SECONDO RINASCIMENTO IN ATTO | La città del secondo rinascimento

GLI INDICI DEL SECONDO RINASCIMENTO IN ATTO

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Qualifiche dell'autore: 
psicanalista, cifrematico, presidente dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

Per salvaguardare l’ordine geopolitico e gli interessi economici e finanziari, sotto l’ordine mondialista, l’indifferenza in materia di umanità del provincialismo e del populismo americano e europeo lascia che Xi Jinping, Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan, Kim Jong-un, i castristi, i telebani, i fondamentalisti compiano massacri, stermini, torture e aboliscano i diritti civili nei loro stati e in Africa, a Hong Kong, nello Xinjiang, in Crimea, in Libia, in Siria, in Afghanistan. Questa spartizione territoriale e imperiale chiamata multipolare si avvale del ricatto militare e finanziario, ma anche della cancel culture e del negazionismo, per contrastare le acquisizioni della civiltà e della modernità, per esorcizzare quella trasformazione immensa che – in tutto il pianeta e nonostante tutti i regimi – giovani, donne, scrittori, artisti, scienziati, imprenditori, attivisti politici stanno avanzando: il secondo rinascimento della parola, ovvero dell’arte e della cultura, della tecnica e della macchina, della finanza e della scienza. Una trasformazione che non trova eco nel sistema dei media, che non trapela dagli indicatori economici, che viene ignorata dai centri studi e soprattutto che viene osteggiata dal fiscalismo, dal giustizialismo, dal penalpopulismo.

Quali sono gli indici di questo secondo rinascimento internazionale e intersettoriale? Questi indici non sono gli indicatori, che pretendono di misurare efficacia ed efficienza in modo algebrico o geometrico, mancando il contesto e il testo, la particolarità e la specificità, la memoria e l’esperienza di un’azienda o di una nazione. Non sono gli indicatori del prodotto interno lordo (PIL) e del reddito pro capite (PIL pro capite), non sono l’indice di redditività del capitale investito (ROI) e l’indice di redditività del capitale proprio (ROE). Come possono questi indicatori testimoniare della riuscita e della direzione, se non riescono a valutare la memoria e la lingua dell’azienda, la formazione dei suoi lavoratori, l’autorità e la capacità della struttura direttiva, la tenuta e la tensione dei dispositivi organizzativi e strategici, e anche i brand, gli asset e il cervello dell’impresa?

Il rinascimento è incominciato quando Leonardo da Vinci, Galileo Galilei e Niccolò Machiavelli hanno sospeso il riferimento ai sistemi filosofici, ai canoni religiosi, alle conoscenze umanistiche e si sono avvalsi dell’esperienza, si sono attenuti alle sue indicazioni. Per loro importava la scrittura dell’esperienza, non il nome o il testo di riferimento, il nome del nome e il testo del testo. Gli indici del secondo rinascimento sono gli indici dell’esperienza, che non si può cogliere con gli algoritmi algebrici o geometrici, che servono a sommare le questioni o a ingigantire un loro frammento. Gli indici non sono segni di qualcosa che c’è già, non hanno una funzione mantica, divinatoria, non devono indovinare l’avvenire: chi si fa indovino – come alcuni periti e consulenti – è sottoposto all’arbitrio della sua idea dell’avvenire, lo costruisce a misura del suo presunto passato. Per questo è rovinoso: cercando gli indici dell’avvenire nell’esperienza passata o presente, non redige il bilancio dell’esperienza, ma quello della fine dell’esperienza. L’esperienza esiste solo in atto, e dunque non nel passato, ma nel divenire e nell’avvenire; per questo l’unico bilancio che non parta dalla fine delle cose è il bilancio dell’avvenire, il bilancio che esige il progetto e il programma di vita, che non ha alternative alla riuscita. Come fare il bilancio del presente o del passato, se le cose non finiscono, se non sappiamo quanti e quali saranno i frutti, quando il fare produrrà i suoi effetti, quando, come e dove quel che si va facendo si scriverà, e questa scrittura troverà compimento e approdo?

Gli indici dell’esperienza sono indici pragmatici, temporali, non spirituali, non servono a volgere la famiglia, l’impresa, la nazione in comunità di spirito, cioè a indicare, quasi fossero segni, come raggiungere lo spirito della famiglia, dell’impresa, della nazione, per portare la famiglia, l’impresa, la nazione alla nostra idea di famiglia, di impresa e di nazione. La nostra idea, l’idea che noi abbiamo della vita e delle cose, è spirituale, non è pragmatica, non si attiene a quel che avviene e diviene, a quel che occorre; questa idea precostituita, che vorrebbe governare l’esperienza anziché operare alla sua riuscita, comporta l’idea di morte della famiglia, dell’impresa e della nazione, l’idea della morte nostra e dell’Altro. È una variante dell’idea di sé e dell’Altro. Innanzi all’arbitrio di questa idea, tanto più idea dell’Altro quanto più è supposta idea propria, il sé e l’Altro, e la vita stessa, non possono che risultare castranti, mancanti, inadeguati, dunque intollerabili e mortiferi, perciò sottoposti all’idea di pena. In questo modo, quale indicazione non viene creduta imposizione, quale disturbo non diventa fastidio, quale variazione e differenza non risultano mortifere, quale invenzione e quale arte non vengono penalizzate? E questo avviene a Kabul e a Hong Kong, a Pyongyang e a Pechino, a Teheran e a Mosca, a Istanbul e a L’Avana, ma anche nella provincia Italia e nella provincia Europa, quando, con il penalpopulismo, “il regime imbastisce, sul principio del nulla, la paura della parola, per confiscare la vita” (Armando Verdiglione, Urkommunismus, Spirali).

Il bilancio senza l’idea di pena si attiene alle proprietà dell’esperienza, che sono le acquisizioni della ricerca e dell’impresa, le proprietà del gerundio. Ricercando e facendo: questo il gerundio, l’esperienza in viaggio, con le sue acquisizioni, con il suo conto e il suo racconto. “Il viaggio è il gerundio della vita che si scrive e si cifra”, scrive Verdiglione nel libro La cosa. Il narcisismo dellavita, uscito in e-book. Ricercando e facendo: il gerundio esige che il viaggio proceda per integrazione di ciascun elemento e approdi al valore. Come potrebbe utilizzare gli indici per selezionare o eleggere, per escludere o includere, stabilendo a priori la riuscita e la direzione, senza bloccare il viaggio rivoluzionario, il viaggio che si rivolge al valore?

La rivoluzione di questo viaggio è la rivoluzione del rinascimento della parola e della sua industria, di cui il gerundio scrive la mappa. Procedendo dall’apertura, non dalla scelta che elegga o escluda, la mappa del gerundio è la mappa intellettuale, non la mappa degli algoritmi algebrici o geometrici. È il gerundio a instaurare la mappa, con il progettuale e con il programmatico, che si specificano nell’attuale della narrazione. In particolare, il programma non è il programma dell’avvenire che ci si aspetta: per questo gli indici non sono ciò che asseconda le aspettative, siano esse parentali, sociali o politiche. Cosa sei obbligato tu a progettare e programmare a seconda del ghénos familiare ideale, a seconda della volontà ideale? In quanto presi nel viaggio, nel gerundio, il progetto e il programma non ci sono prima, altrimenti sarebbero progetti e programmi ideali, spirituali, entrerebbero nella grammatica dello spirito, non nella grammatica dell’esperienza. Nell’esperienza, l’avvenire è in atto, nell’attuale del racconto, per questo è attuale, non potenziale. Nel bilancio dell’avvenire, un bene non è un bene potenziale, è un bene in viaggio, è un’acquisizione del gerundio in atto.

Il gerundio, il viaggio, si rivolge in direzione del valore. Questa rivoluzione è un processo linguistico narrativo, un processo di capitalizzazione dell’esperienza secondo la sua particolarità. È un processo linguistico, perché l’esperienza senza la lingua sarebbe un’esecuzione del discorso ideale, sarebbe subordinata alla volontà ideale, la volontà dell’Altro, anche quando si presenta come volontà propria. Senza la lingua nessun avvenire, perché non ci sarebbe nessuna esperienza e dunque nessuna scrittura dell’esperienza, nessuna valorizzazione e nessuna direzione dell’esperienza. Gli indici non sono algoritmi perché si attengono alla cosa in atto in ciascuna esperienza, alla linguistica di ciascuna esperienza, alla sua tensione linguistica in direzione del valore, per questo contribuiscono alla sua specificazione, non alla sua omologazione nel sistema.

Come facciamo a sapere quali sono gli indici della riuscita e della direzione, a sapere come riuscire e quale direzione prendere? Il consulente, il sociologo il politologo che sa dire quali sono gli indici enuncia soltanto i suoi pregiudizi, i suoi spettri, le idee di sé che attribuisce agli altri: questo è lo scacco della geopolitica. Se sono lungo il processo linguistico rivoluzionario, gli indici sono ciò che più riguarda la tensione verso la qualità, ciò che più attiene alla valorizzazione. Nei dispositivi di parola avviati dalla cifrematica e dal brainworking, gli indici intervengono nell’interlocuzione, dunque nella conversazione, nella narrazione, nella lettura, si colgono nella scrittura di un’esperienza e nella tensione di questa esperienza. Questa tensione è in atto nella domanda di cifra, domanda di valore, di qualità. Ben oltre la richiesta di consulenza, la domanda di cifra avvia ed è la base del processo di valorizzazione, non è la manifestazione di una mancanza da colmare o di un difetto da togliere. La stessa domanda di guarigione o di salvezza non riesce a evitare gli indici della riuscita e della direzione dell’esperienza, anche se sorge per esorcizzarla, anche se la considera qualcosa di cui liberarsi, o da annullare. La domanda di cifra si enuncia anche nella sfida del nulla, nell’idea che l’esperienza, il lavoro, la vita stessa in quanto imperfetti non valgano nulla, dunque debbano divenire un puro nulla, perché più si annullano più valgono. Allora, non resta che il nichilismo mistico, cioè contro la parola? Parlando, scrivendo, facendo, nella linguistica del gerundio, dunque anche nello sbaglio di conto, nella svista, nell’errore di calcolo – ma anche nella cantonata e nel fiasco – l’esperienza non si annulla, ma prosegue il suo percorso e il suo cammino, nella ricchezza del suo pleonasmo, offrendo indicazioni per la qualità.

Il pianeta sembra rivolgersi alla distruzione? Democrature, burocrature dittature, cioè le varie forme di Urkommunismus, sembrano trionfare sul secondo rinascimento? In quanto linguistici, questi indici che si attengono all’ascolto e non alle visioni del mondo, gli indici del secondo rinascimento in atto, non possono essere tolti da nessun regime perché sono lungo il processo linguistico rivoluzionario in atto. E, nonostante lo sforzo di ogni tirannide, segnatamente cinese e islamica, di soggiogare la lingua (come dimostra il libro di Moustapha Safouan, Perché il mondo arabo non è libero, Spirali) la lingua non può togliersi, il respiro non può togliersi, la memoria come esperienza in atto non può togliersi. Il secondo rinascimento della parola e la sua industria rilasciano i loro indici nell’indelebile canto dei poeti, nelle straordinarie invenzioni degli scienziati, nell’esigenza di riuscita dei giovani, nelle istanze insopprimibili delle donne, nell’incessante spirito costruttivo degli imprenditori. Persino quella dittatura che sembrava incrollabile va dissolvendosi, come indicano in questo numero gli scritti di Armando de Armas e di Carlos Carralero a proposito di Cuba. E, come documentano gli articoli di Alberto Clò e di Franco Battaglia, il catastrofismo ambientalista e la transizione ecologica non sono indici della trasformazione, ma di una catastrofe economica, sociale e politica. Catastrofe che non si realizzerà, perché il catastrofismo è infondato e la transizione risulta inattuabile.

Il secondo rinascimento non è l’era del bene che trionfa sul male. Gli indici della riuscita e della direzione non sono gli indici del giusto e dello sbagliato, del positivo e del negativo, della vittoria e della sconfitta. Quelle circostanze che si presentano come ingiuste, negative, perdenti tendono ancor più a entrare nel processo linguistico narrativo, esigono ancor più la tensione, l’intensità, lo sforzo, non consentono indecisioni, esitazioni, rimandi, perché non hanno alternativa alla riuscita e alla qualità. Nella contingenza del gerundio, parlando, facendo, scrivendo, non c’è alternativa alla vita. Il libro della vita giunge all’edizione con gli indici della riuscita, indici del compimento che ci portano alla lettura delle cose, fino al loro testo, al testo della civiltà. Il film della vita si attiene alla tensione linguistica con gli indici dell’approdo, che offrono la lezione dell’esperienza


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