LE IDEE NASCONO DA UN’ESIGENZA DI PAROLA

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amministratore delegato di Curti Costruzioni Meccaniche Spa - Gruppo Curti Industries, Castel Bolognese (RA), e vice presidente di Confindustria Emilia-Romagna

Le aziende sono spesso considerate luoghi deputati al fare inteso come alternativo alla parola, producendo così passaggi all’azione che generano conflitti. Ma la parola agisce e non è alternativa al fare. Ecco perché nell’impresa è essenziale la comunicazione diplomatica che instaura la civiltà della parola. Nel vostro Gruppo Curti Industries, attivo da oltre sessant’anni nel settore meccanico e che si articola in diverse divisioni, in che modo lei constata l’azione della parola?

A me piace la parola “squadra” e non “gruppo”. Mentre il gruppo può essere costituito dalla massa indistinta di componenti, nella squadra ciascuno ha funzioni e compiti definiti rispetto al fare. La difficoltà consiste nel restare il più possibile sul terreno del fare – secondo la propria funzione più che assecondando personalismi –, in cui ciascuno vale per ciò che sa fare o che può contribuire a fare. Nell’impresa importano le cose che si concludono e anche tempi brevi di conclusione, quindi il fare non può essere guidato da idee preconcette.

La mentalità burocratica, invece, aborrisce il fare, proprio perché esso esige il malinteso, l’assenza d’intesa che è la base della trattativa…

Il bello del mercato consiste nel trovarvi sempre qualcosa d’imprevedibile. L’impresa poggia su questa non prevedibilità e sulla ricerca scientifica, che a volte può portare a risultati inattesi. Com’è avvenuto, per esempio, quando siamo partiti da un progetto che prevede la pirolisi degli pneumatici, ma poi siamo giunti anche a rigenerare la fibra di carbonio. Oggi stiamo proseguendo con un progetto per il recupero dei materiali di cui sono costituiti i materassi. Se ne buttano via, infatti, circa 6 milioni all’anno e lei capisce che sono una grande perdita di valore. Attraverso il nostro impianto tagliamo questi materassi, per toglierne la fodera e ricavare il materiale di cui sono composti, fra cui lana, cotone, schiuma espansa, lattice e così via. A questo punto possiamo lavorare nuovamente il lattice andando a pirolizzarlo come facciamo con gli pneumatici.

Qual è il suo auspicio per fare in modo che l’impresa sia sempre più espressione della civiltà della parola?

Idee come queste nascono da un’esigenza di parola e di confronto. Quindi auspico che nelle aziende si possa parlare in modo più chiaro, senza timore d’incorrere in personalismi. Ma per giungere a questo occorrono educazione e cultura, quest’ultima da intendere non come accumulo di nozioni. Essa si produce quando intraprendiamo progetti nuovi. Questo per noi non vuol dire necessariamente fare macchine nuove, perché anche chi è impegnato nella produzione, per esempio, può pensare a nuovi modi di organizzarla. Ma, a questo proposito, occorre riconoscere amaramente che la politica ha contribuito molto con la Legge 300, lo Statuto dei lavoratori del 1970, quando ha prescritto l’illegittimità del licenziamento oltre i 15 dipendenti. Il risultato è stato che molti imprenditori hanno preferito fare dieci aziende con 14 lavoratori ciascuna per un totale di 140, piuttosto che un’azienda di 139. Oggi pesa ancora sulle aziende questo retaggio assolutamente sbagliato. L’imprenditore che ha necessità di licenziare trova comunque il modo per farlo, infatti poi quella legge è stata modificata in modo tale da consentire un certo grado di flessibilità: se alcune di quelle aziende non funzionano più, è meglio salvarne una parte, anziché farle morire del tutto.

La priorità di un paese industriale è creare ricchezza. Questa non consiste nell’avere una Lamborghini, ma nell’avvio di nuovi posti di lavoro per dare dignità all’individuo, perché trovi le condizioni per la cultura nell’impresa in cui lavora e gli strumenti per investire nei propri progetti di vita. Nel 1970, in Emilia-Romagna, una famiglia aveva due figli e oggi ne ha uno. Inoltre, se la popolazione immigrata era costituita dallo 0,3% mentre oggi è del 12%, si registra anche fra queste famiglie la riduzione da tre o quattro figli a uno. E parliamo dell’Emilia-Romagna, una delle regioni con il reddito pro capite fra i più alti d’Italia. Ma il problema del paese è che tutto costa troppo, anche il lavoro. Con queste premesse non è pensabile creare ricchezza. Eppure, l’Emilia Romagna è diventata una delle regioni che, in Italia, ha più brevetti pro-capite. Questo indica che le sue imprese hanno grande capacità d’innovazione: è la nostra civiltà del fare.