UNA VITA DI PAROLE

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Tecnofinestra Srl, Modena, Sassuolo e Spilamberto

Nata nel 1985, Tecnofinestra Srl ha offerto la più ampia gamma di infissi delle migliori marche presenti sul mercato a oltre 25.000 famiglie della provincia di Modena, e non solo, per quasi quarant’anni. Ma, prima di costituire l’azienda, lei aveva incominciato a lavorare come agente per altre ditte dello stesso settore. Quanto sono stati importanti i dispositivi di parola che ha instaurato con i clienti nella sua esperienza?

Ho incominciato come agente, poi sono divenuto responsabile commerciale, poi area manager, tutti “titoloni”, che però non dicono quanto il commercio sia basato sulle parole, quelle che i nostri avi chiamavano “chiacchiere”, perché consideravano il vero lavoro soltanto quello che si faceva in campagna e che io svolgevo durante le vacanze estive. Quando sono entrato nel mondo delle parole, poi, ho sempre avuto il timore di rimanere muto, perché ho perso tutta la mia manualità e mi rimaneva solo la parola per portare a casa la busta paga o la giusta ricompensa rispetto a ciò che facevo.

Quindi la sua è una vita di parole, alla cui base c’è sempre stata la curiosità intellettuale…

La curiosità intellettuale ti spinge all’ascolto e l’ascolto ti aiuta ad acquisire sempre qualcosa nelle conversazioni. Inoltre, ti fa capire che cosa ciascuno ritiene utile e a proporglielo, a offrirglielo, con le parole giuste, dando riscontro in modo propositivo alle sue aspettative. E nella mia curiosità di ascoltare le esperienze di ciascuno non ho mai posto limiti di età, di cultura, di provenienza geografica o di credo religioso: ho sempre pensato che ciascuno potesse darmi un’idea o farmi riflettere su qualcosa di nuovo, in modo inaspettato. Di recente, per esempio, ho partecipato al pranzo di compleanno di un artigiano della Valsamoggia, con una trentina di persone di età fra i 25 e gli 80 anni. Organizzare un pranzo per gli artigiani della zona che compiono gli anni è una consuetudine che favorisce lo scambio fra generazioni. Io, per esempio, ero seduto accanto a un giovane che ha allestito un’officina meccanica “a domicilio”: con il suo furgone si reca dai clienti per riparare guasti di trattori e di macchine movimento terra. Dal suo racconto, ho tratto tanti spunti per la mia esperienza, anche se è in un settore completamente differente, perché l’approccio ai clienti e ai problemi può essere lo stesso: quello costruttivo. Per questo, poi, si dice che un bravo venditore può vendere qualsiasi prodotto.

A proposito di scambio fra generazioni, lei è riuscito a coinvolgere i suoi figli, Alessandro e Sara, nella scommessa imprenditoriale di Tecnofinestra, fino a lasciare loro il timone dell’azienda in questi ultimi anni. Anche in questo caso sono stati importanti i dispositivi di parola che ha instaurato con loro?

Certo, io ho sempre parlato con i miei figli sia dei problemi sia delle soddisfazioni che un’azienda è in grado di dare a chi corre il rischio imprenditoriale e loro non solo hanno recepito il mio messaggio, ma stanno dando prova di avere rilanciato, apportando miglioramenti e innovazioni importanti.

Anche parlare con i nipoti mi dà tanti spunti e mi fa acquisire informazioni preziose intorno a sviluppi tecnologici impensabili. Mio nipote Ruben, per esempio, che ha soltanto diciotto anni, non vede l’ora d’illustrarmi le opportunità che egli esplora nel mondo digitale, in particolare, quelle offerte da blockchain e NFT (non-fungible-token, gettone non riproducibile) che hanno introdotto anche un modo nuovo di valorizzare le opere d’arte. Se lo ascoltassi dal punto di vista della mia generazione, potrei soltanto metterlo in guardia dai “pericoli” sempre in agguato quando ci si avventura in una novità assoluta. Ma io ascolto il suo entusiasmo e lascio che percorra da solo i sentieri della ricerca e, magari, anche quelli dell’impresa, facendogli tante domande e vagliando con lui la fattibilità di uno dei tanti progetti che mi presenta.

Nel suo lavoro, la sua curiosità è stata rivolta anche alle novità che intervenivano man mano nei prodotti proposti dai marchi storici che rappresentate, come Finstral e Garofoli, per poter offrire ai clienti la bellezza di un infisso made in Italy?

Ho sempre considerato il bello, in termini di design e di estetica, un fattore che dava un grande valore aggiunto agli infissi che offrivo ai clienti, fin da quando lavoravo come agente. Pensi che negli anni ottanta le finestre erano tassativamente in legno naturale, guai a tingerle. Tuttavia, la cooperativa in cui lavoravo, la CFC (Cooperativa Falegname Carpi), mi permise di lanciare la finestra colorata, che io chiamai “Legnocolore”. Oggi sembra una cosa banale, ma all’epoca – erano gli anni in cui scoprivo la magica parola marketing) – il colore mi consentiva di avere un argomento vincente quando parlavo con i proprietari delle case. Era tanto vincente che l’anno successivo l’idea fu copiata da ben due ditte a livello nazionale, una chiamò la finestra colorata “Art Déco” e l’altra mi copiò in modo più sfacciato, togliendo semplicemente la “e” finale e chiamandola “Legnocolor”. Fu una delle prime constatazioni che la finestra non era soltanto un mezzo per riparare la casa dal caldo e dal freddo, ma poteva diventare un elemento architettonico che migliorava notevolmente l’estetica di un edificio.