LA POESIA, VERITÀ SENZA SAPERLO

Qualifiche dell'autore: 
poeta, giornalista, caporedattore culturale del “Giornale Radio Rai”

Giornalista, inviato speciale, autore di una cinquantina di libri, tra prosa e poesia, per adulti e per ragazzi: la sua vita è intessuta dalla parola e dalla scrittura, nelle più varie forme. Come si combinano il percorso del giornalista con la scrittura del poeta?

Ho seguito il motto, periglioso e sfavillante, indicatomi, tanti anni fa, dallo scrittore Marino Moretti: “Vivere della propria penna”. Consapevole del fatto che, da semplice scrittore, non ci sarei riuscito, ho cercato il mio posto nel giornalismo d’autore. Posso dire di avercela fatta, senza trascurare il primo versante. Del resto, anche Marino, nell’intento di vivere della propria penna, dovette adattarsi a Poesie scritte col lapis: a parte gli scherzi, un capolavoro del crepuscolarismo.

Possiamo dire che mentre il giornalista indaga e interroga vari aspetti della realtà, inseguendo il vero, la poesia, anche andando oltre il realismo, affronta il rischio di una scommessa di verità?

Se la poesia è verità, lo è senza saperlo. O meglio, la verità non è lo stemma del Granducato, fa parte del tessuto vitale, sogni e fantasie comprese. La verità è imprendibile, per questo la scrivo con la v minuscola. Nel contempo, lascia tracce dappertutto, sui giornali, nei social, nei sonetti di Petrarca, nel pianto dei neonati. È in base a questa presunzione di verità che si giustificano la filosofia, la psicanalisi e si arriva a parlare perfino di Dio.

Siamo portati a pensare che il giornalista sia influenzato, vincolato dagli orientamenti della testata per cui scrive, e che invece la parola del poeta sia un atto libero. Il poeta, scriveva Harold Bloom, vive con l’angoscia dell’influenza, anche quella degli stessi poeti suoi precursori. Ma proprio in quanto atto libero, la poesia non ha bisogno di affrancarsi, di liberarsi.

La poesia è per natura un atto libero, così come lo è il pensiero libero. Infatti, per me, la scintilla iniziale, l’attacco di un verso non proviene dall’alto e neppure dai precordi di un’emozione, ma da un’idea, da un pensiero di cui riconosco la matrice, la lastra non biffata. Se quel pensiero non mi era venuto in testa prima, alla mia età, vuol dire che ha buone probabilità di essere un tantino originale. Solo allora si parte con la parola, col ritmo, col prosieguo di altri giochi e interrogativi.

Diversamente da quel che accade nell’ermetismo e nelle avanguardie del Novecento, i suoi versi non compiono soltanto una ricerca linguistica, ma attingono a questioni che ciascuno incontra nella propria giornata, è una poesia in cui la lingua attiene e si attiene alla vita. Una poesia delle cose e degli eventi, potremmo dire. Questo può cogliersi particolarmente nel suo libro più recente, Amore manifesto (La nave di Teseo)… Sono per una poesia di impronta narrativa, che racconti, che comunichi, che provochi, confessi, denunci, certifichi. La ricerca dentro questo percorso è molteplice: linguistica, sociale, politica, ricostruttiva, visionaria, per un colpo d’occhio complessivo, possibilmente duraturo.

L’atto di parola è un atto arbitrario, in particolare se si tratta di atto poetico. Non perché il poeta, romanticamente, sia preso da impeto e passione che travalica le convenzioni e gli obblighi sociali, ma perché si attiene alla sua occorrenza linguistica, non all’arbitrio della volontà dell’Altro, di cui lo stesso libero arbitrio è un aspetto.

La poesia è gratuità per definizione. Il primo uomo che si mise sotto un albero a soffiare in una canna era un perditempo. Fino alla figura di Orfeo che con la poesia può quasi tutto, può dare vita all’inaspettato, ma non riuscirà mai a strangolare la morte. Euridice, figlia del suo canto e dell’istinto, non ritorna dall’Ade. La contropartita di tanta disperata gratuità è il sorgere del mito, come telepatia e premonizione.

La poesia, nella propria arbitrarietà, impedisce anche l’arbitrio della voluntas sui, della volontà propria. “Il principe che può fare ciò ch’ei vuole, è pazzo”, scriveva Machiavelli nei Discorsi. In che modo questa indicazione vale anche per il poeta?

C’è un tipo di amore e di speranza che trionfa perfino sulla “divina volontate”. L’ha detto Dante, in pieno Paradiso. Dosi non secondarie di volontà, intenzioni ed estro di un poeta restano nel crogiolo, a disposizione di chi verrà dopo di lui. Ma intanto, dalla cornice all’ultima sfumatura del disegno, la poesia è impresa da affrontare a mani tese e a schiena dritta.