COME REDIGERE LA REALTÀ

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psicanalista, cifrante, presidente dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

Qual è il modo del fare, dell’impresa, della riuscita? Come fare? In qualche modo? In modo interessante? A modo proprio? In modo personale? In modo diretto? In modo sacrificale? In modo facile? O suaviter in modo, come dicevano i gesuiti e come direbbe oggi Richard Thaler con la sua “spinta gentile”? Est modus in rebus, dicevano i latini, ma il modo non è la maniera, l’usanza, il protocollo dell’azione. Non serve alla modellistica professionale o confessionale, dunque sociale. Quali sono i modi dell’atto? Cosi Armando Verdiglione incomincia la lettera del 19 novembre nel libro Il vento e l’orizzonte. Il dispositivo cifrematico, di prossima pubblicazione: “Il modo della mia vita è il modo della parola: non è il modo che io penso, non è il modo che io voglio per ciò che io penso, non è il modo comune, non è il modo conforme all’arbitrio del pensiero, non è il modo rispondente alle mie convinzioni, non è il modo convenzionale, non è il modo che dipende dalla conoscenza”. Ma allora di cosa si tratta nel modo della parola?

Il dialogo, due persone che parlano, può sembrare il modo della parola. Ma di che due si tratta nel dialogo e nella sua variante, il monologo? Di certo, non il due come apertura, come contraddizione, come ironia: dialogo e monologo dovrebbero definire l’interlocuzione come sistema, come macchina e tecnica per (non) comunicare, ripartendola tra chi domanda e chi risponde. Questa è la relazione sociale, ideale, in cui chi domanda deve domandare correttamente e chi risponde deve rispondere correttamente. Ma, allora, può accadere che chi dovrebbe rispondere correttamente avanzi la pretesa che chi domanda domandi correttamente: sorge così la dittatura dello schiavo di Menone, del parlante natìo di Noam Chomsky, della vittima sacrificale, del figlio ideale. Essi vogliono la correttezza della domanda, vogliono essere domandati correttamente, per sentirsi a proprio agio, rispettati, riconosciuti, amati, ma correttamente, ovvero come vogliono loro. Questi modi del monologo e del dialogo sono i modi della correttezza, della linea retta che deve fare circolo: questa correttezza sociale è la base della comunità ideale, per questo si avvale del politicamente corretto, dunque della cancel culture. Come potrebbe instaurarsi il modo della parola in questa comunicazione circolare, spirituale, mortifera, nullista?

Il modo della parola non è quello del dialogo, imperniato sulla domanda d’amore e sulla dialettica del riconoscimento, è il modo della domanda di cifra, domanda di qualità. È il modo della pulsione, della tensione in direzione del valore, non della buona relazione. È il modo della domanda indispensabile per l’impresa e per la nostra vita perché non aspetta l’offerta, la richiesta, la proposta. Il modo della riuscita non aspetta che ci venga offerto, proposto, richiesto qualcosa. Questa domanda dissipa il rapporto mercenario: non perché non punta al profitto o al guadagno, che sono indispensabili per la riuscita, ma perché la domanda che va in direzione della qualità è domanda di cifra, di valore, non è domanda di Altro o dell’Altro, domanda sempre richiesta per essere sempre elusa, o sempre rifiutata per essere sempre eseguita.

Oltre al modo della pulsione, il modo della parola esige il modo delle funzioni. Nell’aritmetica della parola, che non sottostà ai canoni algebrici e geometrici, non c’è dipendenza funzionale, né convertibilità tra relazione e funzione, il cui modello sarebbe illustrato dalla “funzione di padre” e dalla “funzione di figlio”. Nella parola, pater e filius sono indici delle funzioni, non consentono che le funzioni divengano relazioni familiari. Neque filius sine pater? Ut pater ita filius? Il filius è indice della funzione di uno, ma non è uno dei fratelli, non è l’uno che supporta il principio d’identità. Parlando, l’uno è funzione perché non è uno, non è identico a sé. Il filius è indice di questa differenza, che trae al frater come alter filius. Ma l’alterfilius è il figlio che differisce da sé, non è il filius sottoposto all’idea di relazione, il filius in relazione con il frater, il filius che si rapporta con il frater, che si confronta con il frater. Questo confronto sarebbe intersoggettivo, dunque fratricida: solo se venisse tolto, idealmente, il frater, la differenza da sé del filius, potremmo erigere, idealmente, il soggetto. Per questo motivo il confronto con il frater è sempre spettrale: concerne l’idea di sé, la propria soggettività, e comporta l’idea di uguale, perché è basato sull’idea di relazione. Infatti, per confrontare A con B, devo metterli in relazione, e la messa in relazione è già la relazione sociale, che imperversa nelle aziende, nelle scuole, tra i consulenti. L’idea di relazione che regge il confronto è l’idea di uguale: confronto tra chi è più uguale (idea algebrica della relazione) e chi è meno uguale (idea geometrica di relazione), che diventa tra chi è più e chi è meno. Tra chi è più buono, cioè chi è il migliore, e il meno buono, chi è il peggiore, tra chi è più grande, il maggiore, e chi è più piccolo, il minore. Per questo la guerra per chi è più e per chi è meno è fratricida, è la guerra di famiglia, quella che Niccolò Machiavelli chiamava la “guerra bestiale”. La guerra di chi ha, chi è, chi fa di più e di chi ha, chi è, chi fa di meno, la guerra del più e del meno. La guerra di famiglia è spettrale, è basata sull’idea di uguale, idea genealogica, in cui importa la linea, o archeologica, in cui importa il frammento. Per riprendere la frase iniziale di Armando Verdiglione, è “il modo rispondente alle proprie convinzioni, e il modo convenzionale”, è l’arbitrio dell’idea, tanto più arbitrio dell’idea dell’Altro quanto più è creduta propria.

Altra cosa dalla guerra secondo il modo della parola, che è la guerra intellettuale, la guerra “civile”, ovvero in direzione del capitale della civiltà della vita, la guerra come proprietà dell’industria della parola, la guerra senza nemico. Nessuna relazione tra A e B, nessuna relazione tra il filius e l’alterfilius, che procedono dal due, dall’alleanza come modo dell’apertura, ma non sono due, tanto meno due parenti, due colleghi, due complici, due interlocutori. L’esperienza cifrematica indica che l’arbitrio dell’idea, in particolare dell’idea di relazione, è il fantasma materno, fantasma di padronanza: solo rappresentandoci la relazione possiamo tentare di padroneggiare la parola attraverso l’idea di sistema e l’idea di uguale. La realtà diviene spettrale se è conforme al fantasma materno, che sorregge immaginazioni e credenze: attenendosi al fantasma materno, lo spettro sta in luogo della cosa, cioè in luogo della causa e dell’oggetto, in luogo del sé, in luogo del tempo e dell’Altro. Tu immagini che questa sia la causa? Tu credi che questo sia il tempo? No, questo è il tuo spettro, dato dal tuo fantasma materno. Per esempio, basta leggere le motivazioni delle sentenze nei processi contro Armando Verdiglione per cogliere come i magistrati siano dominati dall’arbitrio dell’idea di aver trovato in lui un diavolo, che falsifica tutto, come il diavolo di Cartesio. Loro, che hanno negato, distorto, alterato ogni aspetto e ogni prodotto della realtà dell’esperienza del Movimento cifrematico, trovano in Verdiglione il loro spettro, quello che avrebbe falsificato tutto. Il modo del fantasma materno è il modo spettrale, trasforma la realtà in una realtà spettrale, negativa, mortifera, negando la realtà effettuale, che si attiene al modo della parola, alla modernità.

Il modo della realtà non è il modo della corretta idea della cosa. L’effettività e l’effettualità della realtà risaltano con la prova di realtà. La prova entra nella nostra partita, nella partita del gerundio della nostra vita: la realtà si prova quando la realtà si scrive, riesce, si qualifica. Questa è la realtà della nostra esperienza, della nostra impresa: ciascun giorno occorre che noi troviamo il modo della realtà della nostra vita. Noi troviamo il modo della realtà della parola: questa la nostra modernità. Facendo, noi ignoriamo la realtà spettrale della guerra di famiglia, che non ha presa nella realtà della parola. La nostra rivista interpella gli imprenditori, gli artisti, i dissidenti, i giovani e le donne che si trovano in un rischio e in una scommessa assoluta affinché testimonino del loro modo della vita. Noi narriamo, facciamo scriviamo perché nel nostro processo linguistico narrativo ciascuno trova il modo della parola, dell’atto di parola, non dell’impossibile passaggio all’azione.

Noi proseguiamo con il modo della fede, che procede dal modo dall’apertura, non con la fede in noi stessi, che ci porta alla guerra contro il nostro spettro. Il modo della fede, anche della fiducia, che non è un’aspettativa soggettiva, ma è una proprietà narrativa, è il modo dell’operare costruttivo, del pensiero libero, libero di operare per la scrittura. Come potrebbero scriversi l’esperienza, la memoria come ricerca e come impresa senza la fiducia, senza il modo di operare dell’idea che non sappiamo di avere, del pensiero che non conosciamo? Per restare libero, il pensiero non può divenire pensiero della relazione, essere il buon pensiero o il cattivo pensiero. Chi sta all’arbitrio del buon pensiero si studia, si cruccia, si fa soggetto algebrico: è chi pensa al tribunale, abolendo il tempo, affidandosi alla sommarietà, anticipando la pena. Chi sta all’arbitrio del cattivo pensiero si colloca nel regime penitenziario, si fa soggetto geometrico: è chi pensa al carcere, fermando il tempo, affidandosi alla frammentarietà, anticipando la fine. Sono due modalità che si frappongono contro il modo della parola: sono due modalità della volontà ideale nella sua realizzazione, sono due modalità dell’egualitarismo, in ossequio al nullismo ideale.

Noi dimoriamo nella parola. Noi troviamo il modo, in virtù della difficoltà assoluta e della semplicità assoluta, noi troviamo il modo della parola: è il modo altro, il modo nuovo, e non sarà mai lo stesso modo, non sarà mai il modo uguale, non sarà mai il modo identico, simile, opposto, analogo. Nell’atto, noi siamo sicuri: siamo sicuri del modo, il modo non mancherà, noi non mancheremo il modo. Nell’atto, noi redigiamo la realtà: è il nostro compito, è il nostro contributo alla modernità.