L’ETÀ DELLA VITA SENZA L’IDEA DI FINE DEL TEMPO

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dirigente di struttura sanitaria, membro del direttivo dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

Nel 1997, l’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna ha organizzato a Bologna il convegno L’anziano, la salute, la città. Ventiquattro relatori, provenienti da vari settori della medicina, tra cui alcuni geriatri di grande rilievo in quegli anni, della psicanalisi, della scienza della parola, della riabilitazione e dell’educazione, della filosofia, della letteratura, della poesia, dell’arte, dell’imprenditoria discussero della “questione anziani”, non soltanto come “problema” e paradigma di malattia, ma anche in una prospettiva di qualità della vita e, per una delle prime volte dopo molti decenni, di “risorsa”. Dalle testimonianze del convegno era emerso un progetto, quasi una carta della cifratura e della valorizzazione di quelle che, con molta approssimazione, vengono chiamate “terza” e “quarta” età. In realtà si tratta di fasi della vita, e in queste non può fissarsi alcuna ordinalità. Ciascuna ha la sua novità, la sua chance, le sue opportunità, il suo racconto. Con il prevalere di ragioni economiche nel periodo post-bellico del pianeta, queste fasi sono state, e in parte lo sono ancora, a rischio di una sempre maggiore marginalizzazione.

Oggi, venticinque anni dopo, dalla mia esperienza di lavoro e dalle testimonianze ascoltate nel convegno Seniores: l’età, il fare, la città (Bologna, 27 settembre 2022), di cui pubblichiamo gli atti in questo numero della rivista, constato che molte istanze emerse nel precedente convegno sono in atto, a partire dai termini linguistici con cui la questione anziani oggi viene affrontata. Vi sono stati anche il rinnovamento e il rilancio delle strutture pubbliche, private e del Terzo settore deputate all’accoglienza di chi non riesce più ad affrontare la quotidianità autonomamente, pur conservando la sua intellettualità. La sostituzione progressiva delle vecchie IPAB, in cui l’istanza prevalente era quella dell’assistenza, con le attuali RSA – dove la presenza del medico è quotidiana e la riabilitazione, con l’intervento di professionisti quali fisioterapisti, logopedisti, animatori affianca in modo costante l’assistenza – ha rappresentato un passo avanti nella qualità della vita per le persone più anziane. Hanno migliorato la qualità della vita anche le nuove regole, con responsabilità penali in caso d’inadempienze, imposte alle vecchie case di riposo, che troppo a lungo, in molti casi, sono state luoghi di parcheggio e di abbandono degli anziani più deboli.

La medicina continua a fare progressi nella cura dei problemi della salute, sia per quanto concerne la clinica, sia per quanto riguarda la ricerca, sia nell’istituzione di campagne di sensibilizzazione sui corretti stili di vita da seguire nel corso dell’esistenza. L’attesa di vita nel mondo occidentale è aumentata enormemente, particolarmente in Italia, pur con lo stallo di questi ultimi due anni. Purtroppo, non è aumentata in modo corrispondente la chance della salute, per cui stanno emergendo problemi molto seri per la fascia d’età più avanzata, quella che comincia a essere chiamata “la quinta età”. Lo spettro, fonte di sempre più frequente preoccupazione, è costituito dalla “demenza”, considerata non più anomalia episodica, ma possibile “status terminale” dell’esistenza. Non soltanto nella formula codificata dal neurologo tedesco Alois Alzheimer, che può comparire anche in fasce di età più giovani, ma in quelle degenerative o vascolari, causate dall’affievolirsi delle principali funzioni fisiologiche, ulteriormente inficiate poi al manifestarsi della patologia. Nelle forme più avanzate, la patologia non resta di ordine comportamentale, come molti pensano, ma entra nel decadimento fisiologico generale. È sempre più una questione di salute da affrontare in termini istituzionali, per cui non bastano le strutture ospedaliere. A molte strutture private, come la casa di cura di Macerata in cui lavoro, viene concessa la convenzione soltanto se ampliano o creano reparti di lungodegenza atti a ricevere queste forme. Si va delineando una nuova specificazione medica, distinta dalla geriatria, con propri protocolli farmacologici, di assistenza e di approccio etico, definita “dignity in care”, o “cura nella dignità”.

A questo punto si pone una questione basilare, emersa in entrambi i convegni citati: è possibile indicare un itinerario di vita che escluda quella che sembra una fatalità? In passato, con un’età media di vita che non arrivava a 50 anni, ci sono stati esempi di artisti come Michelangelo e Tiziano che han[1]no lavorato fino al giorno della loro morte, rispettivamente a 89 e 88 anni, ma un po’ tutti i “grandi” del Rinascimento sono stati molto longevi. L’imperatore Federico Barbarossa morì a 72 anni, combattendo a cavallo contro i turchi, e si potrebbero fare tantissimi altri esempi. Non esiste una ricetta, le variazioni nella vita sono infinite, e ciascuno può constatarlo. Tuttavia, alcune acquisizioni, grazie anche ai big data informatici, sono sicure: una vita salutare, che escluda i noti fattori di rischio (fumo, alcool, alimentazione impropria) e favorisca il movimento, comprendendo i parametri ricordati dal dottor Antonio Monti e dal professor Claudio Borghi al convegno Seniores; un’attività intellettuale, secondo la formazione di ciascuno, che si esercita senza interruzioni e, come sostiene da sempre la cifrematica a proposito della salute, trovandosi a fare facendo, non affaccendandosi, non seguendo la volontà dell’Altro o quella ideale, ma con un progetto di vita fin da giovani e, cosa essenziale, con l’opportunità d’intervenire con la parola, con l’interlocuzione, con l’intrapresa, nel proprio contesto familiare, lavorativo, territoriale. Potrebbe essere la “carta” di una nuova cittadinanza, che non escluda alcuna fase della vita.