BIOGRAFIA E PRODUZIONE ARTISTICA

Qualifiche dell'autore: 
psichiatra, professore ordinario di Psichiatria all'Università di Bologna

La lettura del libro di Uwe Peters, Robert Schumann e i tredici giorni prima del manicomio (Spirali), è avvincente e piacevole. Si tratta infatti di un testo ben documentato sul piano biografico e molto interessante per l’attenzione dedicata alle lettere ed ai diari dei vari protagonisti, dato che all’epoca di Schumann si scriveva molto e Robert e Clara, come molti loro contemporanei, hanno tenuto un diario per tutta la vita.

Nella descrizione dei tredici giorni prima del manicomio, il libro assume lo stile di un giallo, in cui la figura di Clara è centrale, in quanto il padre di lei, tra l’altro maestro di Schumann, non voleva che si sposasse, perché, affermata musicista e giovanissima, era stata già nominata “virtuosa da camera”. Lei stessa, poi, non era stata in seguito contenta di rimanere incinta ogni anno e di mettere al mondo ben otto figli, l’ultimo dei quali, si dice, fosse di Brahms. Tanto più se pensiamo che le continue gravidanze e la conseguente impossibilità di tenere concerti, privava la famiglia di introiti finanziari indispensabili, perché Schumann, purtroppo, nonostante fosse un ineguagliabile compositore, non era un buon esecutore. Il fatto poi che i pochi soldi che guadagnava li spendesse in altre cose, tra cui l’alcol, non poteva che irritarla ulteriormente.

Robert aveva però un rapporto devoto verso Clara, le chiedeva sempre di stare vicino a lui e le diceva che era il suo angelo. Purtroppo, come sappiamo dal libro di Peters, più che un angelo, era in realtà un po’ una strega. Formalmente è sempre stata corretta, ha difeso pubblicamente il marito, si è interessata alle sue vicende, non ha mai fatto trasparire nulla all’esterno. Però, alle prime crisi del marito, si è del tutto allontanata da lui. Prima ha fatto “la separata in casa”; poi, non ha saputo o voluto dare spiegazioni attendibili sul misterioso tuffo di Robert nel Reno, nonostante, evidentemente, la situazione fosse grave. È certo che da quel momento è sparita dalla sua esistenza, dopo avere complottato alle sue spalle. È andata a vivere presso la madre e poi presso un’amica; ha iniziato una relazione con Brahms, con cui c’era un “feeling” particolare, e solo alla fine della vita di Schumann pare si sia recata nella Casa di cura dove il marito si trovava ricoverato.

Ora c’è un altro aspetto della vita di Schumann su cui occorre riflettere: la sua patologia. Credo che Uwe Peters abbia ragione quando dice che l’episodio culminante nei giorni prima del ricovero non può essere attribuito ad un delirium tremens: delirium (e non delirio, con cui s’intende un’altra cosa), termine utilizzato in ambito internazionale per indicare uno stato confusionale, che probabilmente si sovrapponeva al disturbo bipolare dell’umore di cui soffriva. D’altra parte, non si può escludere che a Schumann piacesse bere e che questo fatto fosse stato tenuto nascosto. Anche nella cartella clinica della Casa di cura non ci sono notizie particolari su questo punto e se pure in quel periodo si parlava frequentemente di sifilide, è abbastanza improbabile che egli ne fosse affetto, data la sua devozione assoluta per Clara. In più, Schumann era una persona introversa e rifuggiva dagli ambienti mondani in cui si trovava piuttosto a disagio.

In varie occasioni si parla di un viaggio in Olanda dove Schumann fu snobbato dai sovrani, che pare gli avessero chiesto che lavoro facesse. In quel periodo probabilmente il rapporto tra Clara e Robert si era già logorato, anche se nel suo diario egli annotava i rapporti sessuali con lei che risultano essere stati frequenti anche nel periodo antecedente al suo ricovero.

In tali giorni, Robert diceva di sentirsi strano e di vedere personaggi fantastici da lui denominati: Florestano, Eusebio e Maestro Raro. In termini analitici, possiamo dire che Florestano rispecchiava i caratteri istintivi ed immediati delle sue composizioni, mentre il Maestro Raro, parte del suo Superio, lo correggeva e gli faceva eseguire ordini rigidi che, a detta dei critici, determinavano però uno scadimento della sua produzione; mentre Eusebio, infine, fungeva da paciere tra l’uno e l’altro.

Un altro aspetto interessante della sua patologia è dato dal tinnitus. Oltre ad avere qualche disturbo uditivo, Schumann sentiva infatti una nota alta, terribile e ripetitiva, associata di notte ad allucinazioni uditive o figurate, che talora l’ispiravano, tant’è vero che si alzava dal letto per scrivere musica da lui definita “una musica meravigliosa, una musica degli angeli”.

Sarebbero tanti gli aspetti da analizzare per capire fino a che punto la produzione artistica del grande compositore si sia intrecciata con la sua biografia, o se occorra considerarle separatamente. I pareri sono discordi, ma credo che nel caso di Schumann – per quanto Uwe Peters sia abile a collegare le vicende della sua esistenza con quelle della sua produzione – sia difficile stabilire un rapporto preciso, se non altro per la sua vita breve, ma molto avventurosa e piena di rapporti difficili, non solo in casa, con Clara, ma anche fuori, dato che non gli sono stati risparmiati attacchi feroci da parte degli invidiosi. Dobbiamo aggiungere che Schumann era molto critico, ed andava d’accordo con alcuni compositori, tra cui Mendelssohn, ma era in totale disaccordo con altri.

Un cosa però è certa: se pur nella sua vita non è stato fortunato, tuttavia ha avuto dalla sua un genio creativo che lo ha reso immortale e capace di trasmettere grandi emozioni con una musica straordinaria.