LA NOTIZIA CHE NOI ENUNCIAMO

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Qualifiche dell'autore: 
psicanalista, cifrante, presidente dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

Non è casuale che questo numero della nostra rivista, che si apre con la pubblicazione del dibattito Il giornalismo, la comunicazione, i totalitarismi. Dalle fake news a ChatGPT, abbia come titolo La fake news e non Le fake news. Questo numero infatti non s’inserisce nella vastissima letteratura che stigmatizza o esalta le fake news, considerate ora strumenti di disinformazione ora esempi di libertà di pensiero: troppo spesso l’accusa di fake news è spettrale, ogni punto di vista fabbrica la sua fake news per combattere quella altrui. Così le fake news risultano le armi del potere dell’Unico, anche quello che si propone come potere alternativo: l’aggressore si proclama aggredito, è la sua fake news, come quella dell’inquisitore che si proclama vittima.

Ma allora, qual è la fake news, qual è l’idea menzognera che sta alla base di tutte le menzogne, al punto da divenire l’opinione comune? La questione è che già “l’opinione comune” è la fake news del governante, che vuol fare immaginare e credere che ci sia un’idea che accumunerebbe i cittadini, facendone una comunità – dall’umma islamica al sistema sociale – e in questa comunità di spirito ciascuno avrebbe un posto, un ruolo, un dovere. Lo illustra ampiamente padron ‘Ntoni nel romanzo di Giuseppe Verga I Malavoglia, quando dice: “Gli uomini sono fatti come le dita della mano: il dito grosso deve fare da dito grosso e il dito piccolo deve fare da dito piccolo”. Così, lui spiega il suo ideale di famiglia. E prosegue: “Per menare il remo, bisogna che le cinque dita si aiutino”. E, ovviamente, lui si considera il dito più grande, il capofamiglia, a cui tutti devono fare riferimento. Nel mio intervento al dibattito intorno ai libri di Dario Fertilio, pubblicato in questo numero, notavo che la prima fake news era sicuramente la “nobile menzogna” di Platone, quando dice che il figlio dello schiavo deve fare lo schiavo, il figlio del vasaio deve fare il vasaio per una necessità sociale, altrimenti come la repubblica potrebbe organizzarsi? Ma nel detto di padron ‘Ntoni ne troviamo la lezione in versione mediterranea, anche più brillante: “Per menare il remo bisogna che le cinque dita si aiutino”. Ma prima di tutto “il dito grosso deve fare da dito grosso e il dito piccolo deve fare da dito piccolo”, cioè ogni dito, ogni cosa deve fare se stesso, deve essere uguale a sé e, solo essendo uguale a sé, può garantire il funzionamento della società. L’imperativo genealogico di Platone trova il suo rilancio nella regola di ‘Ntoni: A è uguale a A. Questo postulato aristotelico, questo canone dell’uguale è la fake news: siamo tutti uguali, siamo tutti dita di una mano, e ciascuno deve fare la sua parte. Tutti diversi, ma uguali a se stessi, in nome dell’unità. E c’è chi è più uguale e chi è meno uguale, c’è il dito grosso e c’è il dito piccolo. E allora ecco che il grosso deve restare grosso e il piccolo deve restare piccolo. Questa è la fake news: l’obbligo all’uguale sociale. E l’obbligo all’uguale sociale dipende dall’idea di uguale. Questa fake news è la notizia del diavolo di cui parla Fertilio, è la notizia che rispetta il canone dell’omertà.

L’esperienza cifrematica constata che l’idea di uguale può essere di due tipi: l’idea di relazione e l’idea della cosa. L’idea di relazione, per esempio, è l’idea di famiglia come primo esempio di relazione sociale. Questa idea di relazione è l’idea falloforica, è l’idea gerarchica di rispetto dei ruoli. E così il protagonista dei Malavoglia esige che la famiglia si disponga secondo la propria idea, così stabilisce i criteri perché la relazione familiare sia ben strutturata. Ma questa famiglia forgiata secondo la propria idea è la famiglia ideale, è la famiglia come sistema, che cerca un’armonia senza la parola, non la famiglia come traccia, come modo dell’apertura della parola. Quando le cose procedono dall’idea di relazione, non procedono dall’apertura, ma dal sistema, dalla chiusura nei confronti della parola, della ricerca, della novità. E questo vale anche per l’impresa, per la società, per la politica, che restano intrappolate nella fake news, nel canone dell’unico come canone dell’Uguale.

Ma l’idea di uguale viene anche dall’idea della cosa. L’idea della cosa, come ho precisato nel n. 102 della rivista, è l’idea di sé, o l’idea del tempo, o l’idea dell’Altro. Se l’idea di relazione ci porta alla falloforia, alla gerarchia, alla scala sociale, l’idea della cosa ci trae a vivere nella spettralità, in una realtà spettrale dove la realtà effettuale e effettiva, la realtà della parola è idealmente negata, dove nulla s’intende perché ciascuna questione è vista a partire dai propri fantasmi, cioè dalle idee che ognuno ritiene proprie, stabilite, prioritarie. Nella nostra vita le idee sono indispensabili, operano allariuscita, ma sono essenziali le idee che ciascuno ignora, le idee che intervengono in una conversazione, in un dibattito, in un aspetto dell’esperienza, non le idee che ognuno ritiene proprie, al di fuori della parola, e che nutrono i sovrappensieri. La fake news rispetto all’idea di sé, per esempio, è l’autostima, che sarebbe essenziale per la riuscita e la soddisfazione, quale variante dell’amor proprio. “Come ti pensi?” diventa “Come ti consideri?”, dunque “Come ti giudichi?”. Quale autostima non risulta allora un’economia dell’autodenigrazione, quale idea di sé non risulta un modo per sottolineare la mancanza, una via dell’autocritica, una gabbia di limitazioni? E quale amor proprio non diventa il viatico dell’odium sui? Il pensarsi rende la vita penale e penitenziaria perché è alla base del sovrappensiero, quel “pensarci su”, quel preoccuparsi che impedisce di attenersi ai propri compiti, di osare, d’inventare.

Un’altra fake news essenziale al discorso occidentale rispetto alla cosa è l’idea che il tempo finisca, un’idea che trae con sé l’idea della morte. Ogni cosa deve morire, compresa la morte. Per questo la cifrematica constata che l’idea di morte nasce dall’idea di uguale. Nulla di più impensabile, inimmaginabile della morte, che non sappiamo cosa sia, quando arrivi, come accada, mentre c’è chi ci pensa sempre, pensa a quella propria o a quella di chi gli sta vicino. E allora bisogna organizzarsi per giungere alla buona morte, organizzare la propria vita in funzione della morte, ovvero secondo la funzione di morte. Se il tempo finisce e ogni cosa ha il suo tempo, se “c’è il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo” (questa è un’idea del tempo nell’Ecclesiaste), le cose sono sottoposte alla degradazione, alla corruzione, alla fine e non valgono nulla, ovvero si equivalgono nell’idea della morte e del nulla. Ma il cielo non è una cupola, è modo dell’apertura, nulla sta sotto il cielo. Se le cose procedono dal cielo, dall’apertura, la fake news che il tempo sia corruzione non rende la morte pensabile, o comune, anzi ne marca l’irrappresentabilità, indica come essa risulti l’indice della differenza insituabile e incolmabile, non la prova dell’uguaglianza degli umani.

La fake news più tipica rispetto all’Altro, la novella dei popoli per pensare l’Altro, è il bene comune. Cosa vuole l’Altro? Vuole il bene. E cosa occorre perché ci sia l’Altro? Il dialogo, per esempio il dialogo tra le Kulturen, così l’Altro può essere incluso. Ma l’Altro incluso, omologato, parificato è l’Altro negato. Per il bene comune. Il dialogo, segnatamente il dialogo tra i popoli è la fake news, il combinato disposto tra l’omelia pontificale e la canzone del tiranno. Senza nessuna notizia, senza nessuna novità, in un pianeta necropolitano. Questo ritornello che si ripete è un’idea dell’Altro che si riferisce al puro nulla.

Il potere ha bisogno della fake news come idea di Unico, come idea del potere dell’Unico. La fake news è l’arma con cui il potere si legittima, perché è l’idea della corretta relazione e della cosa giusta, dunque serve al canone dell’Unico. Che ognuno “si faccia le proprie idee” che rientrino nell’idea di relazione e nell’idea della cosa è essenziale per il tiranno, il quale esige che ci siano sudditi pronti alla pena e alla penitenza.

Qual è la notizia che non rientri nella fake news? È la notizia che non viene dalle nostre idee, dal nostro punto di vista, dal canone dell’uguale. Quella che non entra nella luogocomunicazione perché non è conforme all’omertà. Leonardo da Vinci parlava della “vera notizia delle cose”, distante dal conformismo degli umanisti “trombetti” e dal “rumore perpetuo” dei “litiganti”. La “vera notizia delle cose” non si pensa, è incompatibile con l’idea di sé, del tempo e dell’Altro; procedendo dal modo dell’apertura della parola non è falloforica né spettrale. Questa notizia si attiene alla piega delle cose che dicendosi si fanno, in questo senso partecipa del giornalismo clinico (“clinico” da klinein, piegare) e della scrittura civile: questa piega non è manipolabile, non cerca il consenso, non serve alla volontà generale. È la notizia del malinteso, non dell’intesa, dell’anomalia, non dell’uguaglianza, della differenza e della varietà pragmatiche, anziché dell’unità ideale. Nel racconto dimora la notizia, notizia portata dal processo linguistico narrativo, notizia dell’esperienza come memoria in atto, notizia dell’arte e dell’invenzione. La notizia che noi enunciamo, la notizia del secondo rinascimento e della modernità.