PERCHÉ OCCORRE DARE INCENTIVI ALLE ESPORTAZIONI

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presidente di Palmieri Group Spa, Gaggio Montano (BO)

Nato come costruttore di utensili da taglio, oggi il vostro Gruppo, Palmieri Spa, è leader nel settore della perforazione meccanica di tunnel e gallerie, grazie all’ampia gamma di utensili per tutte le condizioni di terreno e per le applicazioni di perforazioni, in particolare nel segmento cutter (dischi di taglio), componenti essenziali delle Tunnel Boring Machine, TBM. Ma la vostra esperienza è estesa anche alla costruzione di macchine complete e a progetti Taylor made. Attualmente in quali aree del pianeta avete cantieri in corso?

Abbiamo vari cantieri aperti in tutto il mondo. Fra questi uno medio grande in Portogallo ed entro la fine dell’anno ne concluderemo un altro a Hong Kong, che è risultato molto complesso ma ci ha dato anche molte soddisfazioni. Abbiamo quasi concluso uno dei fori di servizio del San Gottardo, nella parte svizzera, e stiamo lavorando in alcuni cantieri nel Brennero. Poi, partecipiamo a diversi cantieri nella Lione-Torino e stiamo operando in Spagna, a San Paolo del Brasile e a Panama. I nostri utensili sono molto richiesti per le grandi macchine escavatrici, soprattutto in orizzontale, per la costruzione di tunnel per auto ma anche per i pozzi d’acqua delle miniere. Inoltre, stiamo concludendo le fondazioni a mare per un impianto eolico sull’Atlantico, dove partirà a breve un nuovo cantiere che sarà attivo per almeno due o tre anni.

In Europa è in corso un ampio dibattito intorno alla cosiddetta transizione energetica, che comporta costi non indifferenti. In che modo gli altri paesi si stanno ponendo la questione?

Oggi è l’Europa che si pone molte questioni, perché tutti i suoi stati, come l’Italia, sono indebitati. Il Covid ha portato a un indebitamento elevato per la Francia ed elevatissimo per la Germania, paese in cui è stato superato il debito dell’Italia, e lo stesso avviene in Spagna. Questo comporta che l’Unione europea corra ai ripari per i debiti che ha sostenuto nelle nazioni comunitarie. Il problema è che gli Stati Uniti, essendo anch’essi in crisi, hanno alzato i tassi di interesse e la BCE, partendo dal dollaro, ha fatto altrettanto. L’innalzamento dei tassi comporta la riduzione degli investimenti da parte delle industrie, in particolare quelle europee, perché i finanziamenti erogati a tasso zero sono quasi scaduti. Così è avvenuto, per esempio, con il credito d’imposta per acquistare macchinari di ultima generazione, prima al 40% e oggi intorno al 20%, e quindi costa molto di più. Le industrie stanno riducendo gli investimenti con soldi a debito. Non fanno più leasing e mutui perché costano molto e usano il più possibile soldi propri, se ne hanno, oppure quelli che avevano preso nella fase Covid.

Ma si parlava di transizione energetica anche prima del Covid…

La transizione energetica è partita durante il primo periodo del Covid, nel 2020, e dopo il summit di Glasgow è incominciata la prima fase. Governi come India e Cina hanno detto: “Voi pensate al 2030, mentre noi facciamo diversamente fino al 2050”. Se la rotta è quella tracciata finora dall’UE, allora dobbiamo puntare a usare batterie che, per esempio, non siano inquinanti, altrimenti fra alcuni anni ci ritroveremo in un mondo ancora più inquinato. Le batterie al litio sono micidiali, perché non è ancora stato trovato il modo e il sito per smaltirle o per riutilizzarle. E quando queste non funzioneranno più dove le metteremo? Lo stesso avviene per il nucleare, il cui utilizzo da sempre implica il problema dello smaltimento delle scorie. In Cina, per esempio, le interrano, depositandole in una roccia durissima come il granito, che ha anche un’elevata densità di compattezza. Come, del resto, già avviene a Limoges, in Francia, dove c’è granito ad alta densità.

Se in Italia non si costruiscono mega centrali, il nucleare potrebbe essere una carta vincente. Le mega centrali sono utili alla sperimentazione, hanno la capacità di arricchire l’uranio, per costruire le bombe atomiche. Il nucleare è utile per il rifornimento di energia elettrica, ma occorre fermarsi a questo.

L’imposizione della procedura per la transizione energetica in tempi estremamente ridotti sta limitando ulteriormente le imprese europee rispetto a quelle dei paesi con economie emergenti?

Se invece di fare tutto in fretta, avessimo pensato a un processo di transizione energetica di trent’anni, con uno spostamento dell’indebitamento pubblico del 3% all’anno, non avremmo pagato il prezzo degli alti costi dell’energia, arricchendo le società intermediarie che ora danno un ulteriore colpo alla nostra economia. Perché oggi la distribuzione di energia non dipende da un monopolio, come accadeva con l’Enel, dal momento che acquistiamo l’energia dal mercato libero.

L’industria italiana deve cercare di esportare di più, deve acquisire più lavori possibili, ma oggi siamo penalizzati da un dollaro che sta perdendo sempre più valore. Negli ultimi tempi ha perso il 10% del suo valore, per cui gli americani tendono a fare prezzi più bassi. Oggi con 1000 euro acquisti 1200 dollari, e di conseguenza l’euro è penalizzato nelle trattative commerciali.

Dove dovrebbe investire l’industria italiana e come il governo potrebbe favorirne il rilancio?

Il governo potrebbe innanzitutto dare un contributo sulle tonnellate esportate di prodotto. In questo modo più le aziende esportano e più sono premiate. Questo contributo dovrebbe essere pari a quello che l’azienda ha perso sul mercato. Il governo dovrebbe accollarsi questa spesa perché le aziende portano valuta pregiata, quindi avremmo più risorse per pagare il petrolio e altre materie prime acquistate in dollari. Perché adesso le valute più scambiate sul mercato sono dollaro ed euro, a seconda dei settori e dei paesi.

Quanto agli investimenti, i mercati sono instabili, perché il valore degli indici di borsa sta salendo. Da membro del consiglio d’amministrazione di una piccola banca, ho notato che laddove prima erogavamo trenta, quaranta crediti, oggi ci limitiamo a dieci, dodici. La tendenza delle aziende che hanno liquidità è di investire i propri denari, cioè di non richiedere prestiti o leasing ma di lavorare con il proprio denaro, per non indebitarsi.

Cosa occorre fare per rilanciare?

I valori commerciali di trasporto, anche via aerea, sono tornati a quelli ante Covid, comportando una carenza di trasporti via mare: le esportazioni sono molte, ma le navi disponibili poche, perché sono aumentate le esportazioni sia delle aziende italiane sia di quelle straniere. La stessa nave che carica in Italia, poi fa altrettanto in Spagna e altrove. Intanto, i costi energetici incidono ancora, perché gran parte delle navi in circolazione sono vecchie e costa molto farle funzionare.

I governi europei, attraverso l’Ue, dovrebbero creare un meccanismo di sostegno molto forte all’esportazione nel mondo per consolidare i punti forti dell’Europa, con premi e contributi particolari per chi esporta. Altrimenti entra in campo un meccanismo speculativo tale per cui, quando le aziende accrescono le dimensioni, poi spostano le sedi all’estero e attuano la triangolazione delle esportazioni. In questo modo la valuta entra in Europa, invece, triangolando l’operazione, non entra in Italia tutto ciò che in realtà deve arrivare. Per il mercato interno si deve cercare il più possibile di abbassa[1]re il tasso di interesse sul denaro, ma su una fascia di mediazione che non si discosti dal 2,5-3,5%.

Ma invece i tassi sono aumentati…

È facile aumentare i tassi, ma a danno di chi? Secondo la Banca Centrale Europea era necessario per far fronte alle spese del Covid, perché gli stati sono fortemente indebitati. Ma sarebbe bastato un aumento del 2 o del 2,5%. Se la BCE ha portato a 4,25% il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento vuol dire che deve finanziare altre cose. Basta leggere i numeri.

Per rilanciare l’economia è necessario dare incentivi all’esportazione. E oggi chi ha soldi tende ad acquistare moneta stabile, ossia dollari, non viene a comprare in Europa. La Cina vende soltanto in dollari, perché li scambia meglio in tutto il mondo. E lo stesso fa l’Australia. Il dollaro americano è la prima moneta del mondo, lo è anche l’euro, ma è meno commerciale. Nel settore minerario si usa soltanto il dollaro, che rimane un riferimento sicuro.