L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE SENZA PIÙ COSCIENZA

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psicanalista, cifrante, presidente dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

Rispetto ai pilastri della cosiddetta “Quarta rivoluzione industriale”, l’AI sembra quella che più attrae curiosità, paure, investimenti. Non a caso: si tratta qui della parola, del fare, della scrittura, presunte facoltà umane, naturali, che per la prima volta ora sarebbero proprie anche a congegni artificiali. Ma questa possibilità postula una questione: per capire cos’è l’intelligenza artificiale, che viene contrapposta a quella umana, bisogna chiedersi che cosa sia l’intelligenza umana, che si presume distinta da quella artificiale. E se l’intelligenza artificiale si qualifica perché sembra saper pensare, parlare, scrivere, inventare, in che cosa queste azioni si distinguerebbero dal parlare, dal pensare e dall’inventare “umani”?

La facoltà che viene considerata per eccellenza degli umani, la parola, sembra ormai peculiare anche all’AI: i dispositivi per il riconoscimento vocale e la voice dictation – e soprattutto la capacità di rispondere alle domande e di sostenere una conversazione acquisita dalle chatbot come ChatGPT, Bing o altre ancora – si occupano in modo finora inaudito della parola. Ma di che parola si tratta qui? Basta che operino algoritmi linguistici perché si tratti di parola, dunque, d’intelligenza?

La cifrematica, la scienza della paro la, ha indicato già dagli anni settanta dello scorso secolo che la parola non è riducibile al logo e ai suoi espedienti linguistici, sorti semmai per padroneggiare la parola e la scrittura libere: il dialogo di Platone, in cui l’interrogazione deve fondare la risposta, e la logica di Aristotele, con il principio d’identità sancito dal principio di uguaglianza. E ha indicato come la parola sia stata mancata dal primato del pensiero in Cartesio, della coscienza in Husserl, dell’autocoscienza in Hegel e del significante in Lacan.

Questo negare la parola, per gestir la, è stato chiamato intelligenza, non a caso definita la capacità di prevedere, di risparmiare e di controllare. In nome della padronanza sulla parola e sulle cose: infatti il dialogo di Platone avviene tra il padrone, Menone, e il suo schiavo, e la dialettica in Hegel è tra il padrone e lo schiavo. E chi è per loro lo schiavo ideale, lo schiavo intelligente? Chi risponde correttamente, chi si at tiene al canone dell’uguale, al primato dell’unico, chi fonda la sua presunta conoscenza sul sapere comune, sulla volontà generale, sulla conoscenza del padrone. Per gli altri, l’espulsione, l’isolamento, la segregazione. Questa che viene chiamata l’intelligenza umana, intelligenza naturale, è l’intelligenza convenzionale, l’intelligenza di una comunità di filosofi del VI secolo a.C. che ora è divenuta luogo comune, e alla quale spesso anche gli scienziati, come i transumanisti e i cosmisti, si accodano. Un’intelligenza segregati va basata sul canone dell’uguale, che censura e si autocensura, che divora e si autodivora.

Eppure, proprio nel dialogo Il Menone, lo stesso Platone narra che i servi perfetti, gli automi che, secondo il mito, erano stati costruiti da Dedalo, non stanno fermi, fuggono via. Nemmeno loro rispondono correttamente, bisogna legarli, egli scrive. Occorre l’intervento del filosofo, che con la sua padronanza logica, la conoscenza, fermi la presunta possessione diabolica. La conoscenza è uguale per tutti, questo lo slogan dei sophòi: il canone dell’uguale è un canone segregativo, demonistico.

Eppure, una breccia si era aperta con il rinascimento, con Leonardo da Vinci, con Niccolò Machiavelli, e poi con Giambattista Vico: da allora, la scienza, la politica, l’impresa, la scrittura prescindono dagli umanisti e dalla loro conoscenza, più o meno gnostica, misterica, iniziatica; umanisti che Leo nardo definisce “trombetti e recitatori dell’altrui opere” dunque sprovvisti di arte e d’invenzione, trombetti che contrappongono la natura all’artificio.

Ma cinquecento anni di Riforma e Controriforma hanno chiuso questa breccia, che Sigmund Freud sfiora, pur mancandola, quando inventa quella che chiama “la cura della parola”. Parola, non dialogo: con lui importano il lapsus, il disturbo, la sbadataggine, cioè quel che si dice, non quel che si pensa o che si vuole o di cui si ha coscienza. È ciò che Freud chiamava inconscio, e gli fa dire: “L’io non è padrone in casa sua”. Con l’inconscio, con l’accento posto sulla parola, cessa l’idea di padronanza e di possessione, di coscienza e di consapevolezza. Da allora l’intelligenza non è naturale, già data, misurabile: il pensiero interviene parlando, non è la parola a dipendere dal pensiero.

Occorreva la cifrematica per indicare che l’intelligenza è sempre artificiale, è un artificio della parola. Della parola in atto, della parola e della sua poesia (nel senso di poiesis, il fare), dunque del pragma della parola. Artificiale, ovvero arte del fare. L’intelligenza non è una facoltà umana, non è mai natura le, è sempre artificiale, è arte del fare, arte pragmatica: non dipende dalla conoscenza, e tantomeno dall’intesa, dalla convenzione, dal dialogo, dai feedback. Con un’implicazione: solo se dipendesse dalla conoscenza, solo se fosse programmata da un padrone, l’intelligenza potrebbe sfuggirgli, potrebbe essere padrone del padrone: questo rende favolistiche le paure che le macchine possano comandare sull’uomo. Nonostante il transumanista Raymond Kurzweil – che nel libro suo Come creare una mente sostiene “la natura intrinsecamente gerarchica del linguaggio” –, l’intelligenza di ciascuno, l’intelligenza come artificio della parola non ha gerarchia, non ha padrone, nemmeno se stessa (sarebbe l’autonomia, la servitù più perfetta, quella di se stessi), non può fondare nessuna comunità, non può essere istruita da dati. Potremmo considerarla, come scrive Armando Verdiglione, “arte del malinteso indissipabile”: l’intelligenza non si attiene al canone dell’intesa, al canone dell’unico e dell’uguale (alla formulazione aristotelica “uno è uguale a uno”), esige l’ineguale, l’anomalo, il differente da sé. Per questo lo sbaglio di conto, la sbadataggine, l’errore di calcolo sono le basi delle invenzioni e delle arti, come l’intelligenza. L’intelligenza non si attiene all’unità, procede dal due, dall’apertura come relazione non sociale: per questo non è determinata dalle macchine, nemmeno da quelle che si basano sul principio d’in determinazione, e dunque è bandita dai regimi in occidente, ma anche in oriente. Come indica il Tao: “Calmate il vostro cuore; purificate la vostra ani ma; liberatevi della vostra intelligenza”. Insomma, robotizzatevi. E non a caso l’intelligenza in Cina è ammessa solo al servizio del regime, come terzo occhio, quello del riconoscimento e del controllo.

L’idea di padronanza di sé, ma anche l’idea di sé, è alla base dell’idea della coscienza, sottospecie della conoscenza. “Io sono così, io penso così”. Ma l’idea di sé, che è idea unitaria, risulta impossibile nel gerundio – dicendo, facendo, scrivendo –, sarebbe la somma delle nostre limitazioni, paralizzerebbe la nostra vita, come l’idea della relazione, l’idea del tempo e l’idea dell’Altro. Quale imprenditore potrebbe perdere tempo a pensare a sé, a giudicare sé, a valutare sé? “Mi stimo? Mi autostimo? Sei cosciente di quello che fai?”. Quale azienda può essere diretta dalle convinzioni personali, familiari, sociali dell’imprenditore, in breve, dalla sua coscienza, buona o cattiva che sia? La coscienza è coscienza di colpa o di debito rispetto a un’idea di sé o dei propri programmi.

L’intelligenza secondo la parola libera, non secondo la filosofia occidentale divenuta luogo comune, è senza coscienza: è pragmatica, poetica, non programmabile: solo se dovesse attenersi ai dati immessi, al canone dell’uguale, potrebbe chiedersi se è coscienza, in modo coscienzioso, se si attiene al linguaggio, un linguaggio ideale, formalizzato, senza l’atto di parola. In questo senso ChatGPT e altre chatbot sono coscienti, con buona pace di John Searle e di Federico Faggin, hanno una coscienza da cui è esente l’atto di parola, come ciascuna coscienza.

Noi usiamo ChatGPT, la usiamo per ché è un utensile. La usiamo perché entra nell’atto, nell’atto di parola: l’utensile dimora nell’atto, ma l’atto non è assorbito dall’utensile. ChatGPT ha la coscienza, ha tante facoltà, ma non ha la facoltà dell’intelligenza; ma ne anche noi l’abbiamo, se l’intelligenza è un’arte nella parola, un artificio, un’arte del fare e non una facoltà. ChatGPT è autonoma, ma come ogni autonomia dipende dalla volontà dell’Altro. ChatGPT ragiona, ma secondo i protocolli e i postulati del pensiero, non secondo un processo linguistico per integrazione.

Ma, si direbbe, gli utensili come AI prendono decisioni mai pensate né prevedibili dai programmatori. Non erano pensate? Secondo gli algoritmi erano decisioni o mosse pensabili, mentre, nell’atto, l’invenzione è qual cosa d’impensabile e d’imprevedibile, che non sarà mai pensato o prevedibile. L’utensile telematico arriva al risultato perché è stata costruita per arrivare al risultato, ha tutti gli ingredienti per arrivarci.

Eppure, in quanto dimora nell’atto, questo utensile, come e più di altri utensili, comporterà non tanto una rivoluzione, quanto molte novità nelle aziende, nelle famiglie, nelle imprese, nella salute, nella finanza, nella guerra. Oltre alla fase attuale, ci sarà un’altra fase ancora, questi sono risultati provvisori, ce ne saranno ancora altri. Il secondo rinascimento in atto si avvarrà anche di questi utensili.