LA CITTÀ CELLULARE

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cifrante, direttore dell'Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

In un hotel della Città cellulare, l’altro giorno un cliente giapponese raccontava a un imprenditore italiano una storia incredibile: con quali mezzi e con quali strumenti della parola era riuscito a concludere un’operazione che ormai aveva dato per fallita, e come la sua famiglia avesse costituito con lui un dispositivo di forza, dando prova di solidarietà e consolidando il loro patto per la riuscita.
Una pittrice di New York raccontava a un giornalista del colore che stava cercando da più di dieci anni e di come quel giorno le sembrava di averlo trovato nel cielo della Città cellulare.
Un giovane, in attesa che arrivasse un’amica, ascoltava un dibattito che si svolgeva in una saletta adiacente alla hall. Qui, scienziati, poeti, psicanalisti, medici, scrittori, imprenditori e giornalisti di vari paesi davano testimonianza della loro ricerca e della loro impresa e contribuivano così all’argomento del convegno: Il cervello. Il giovane ascoltava parole di una lingua sconosciuta che pure gli sembrava di capire: “Il cervello è il dispositivo di direzione del viaggio, non un sistema per esercitare una padronanza sul viaggio”. Mentre ascoltava, rifletteva, s’interrogava: “Forse, se questi scienziati sono venuti fin qui, non è a caso. Oggi, dopo tanti secoli di ricerca, ancora l’uomo non sa in quale parte del corpo sia il cervello. Anche della Città cellulare nessuno sa dov’è il cervello. Nelle città spaziali, conformiste, basate sulla divisione dei poteri, dei compiti, dei sessi, dei ruoli, tutti sanno, o pensano di sapere, chi comanda e chi obbedisce, chi sta sopra e chi sta sotto, quali sono le zone in crescita e quali in degrado. E è una continua rincorsa a chi meglio professa di sapere che cosa bisogna fare per evitare il male e la morte. Nella Città cellulare le cose si fanno secondo l’occorrenza, nella loro semplicità, e la morte non è il male necessario a cui ognuno e ogni cosa deve prima o poi pagare il tributo. Qui, ciascuno, vivendo, è effetto del tempo”.
Mentre salutavo gli ospiti del nostro giornale – intervenuti portando chi una novità, chi un’idea, chi un’inquietudine, chi una parola di sollievo, chi d’indignazione, chi di speranza – pensavo che non è un caso se questa si chiama Città cellulare. Noi non sappiamo dove sia il dispositivo di cervello di ciascuna cellula – e Armando Verdiglione scrive che la cellula è il tempo come divisione inalgebrica e ingeometrica –, però tra loro le cellule si combinano in agglomerati non casuali, tanto da far pensare all’organizzazione architettonica di una città. Allora leggiamo la memoria che si scrive in queste “città cellulari” e intendiamo perché lì sia sorto un quartiere residenziale, qui una fila lunghissima di case tutte uguali, più in là un mercato, ancora più in là una piazza, e a quali funzioni, a quale logica e a quale strategia rispondano. E ci accorgiamo che non è il conformismo, ma un’altra politica a governare le città cellulari: la sessualità come politica del tempo che non finisce. Senza più l’obbligo all’armonia sociale, non c’è bisogno di affannarsi per “entrare nel mondo”: “nel mondo degli affari”, “nel mondo della politica”, “nel bel mondo”. La rete di relazioni sociali e politiche che prima era creduta indispensabile per entrare nel “sistema” ha lasciato il posto alla rete che procede dalla relazione, dall’apertura, che mai può essere rappresentata nella coppia bene/male. Nella Città cellulare bene e male sono ossimoro e ciascuno diviene dispositivo intellettuale, anziché soggetto in cerca di conferma e riconoscimento di un presunto statuto sociale e professionale. Ma qual è la Città cellulare? Forse New York, Parigi, Milano, Tokio, Bologna, Modena, o forse la Villa San Carlo Borromeo, città del secondo rinascimento? L’istanza della cellula, istanza del tempo, attraversa queste città, rendendole inspaziali, insituabili e pragmatiche, senza più il riferimento all’organismo vivente destinato alla morte. Le infinite cose che si fanno non rispondono all’imperativo della visibilità. Ciascun giorno uomini e donne s’incontrano e raccontano, e raccontando introducono il fare, l’industria e l’impresa, e contribuiscono con l’ascolto, anziché con la visione, all’avvenire della nostra città.