LA CITTÀ DELL'INCONTRO E DELLO SCAMBIO

Qualifiche dell'autore: 
architetto, titolare della Edil Celestra (Bologna)

Intervista di Anna Spadafora

Possiamo intendere la città come ciò che si scrive e resta del viaggio della vita? E quali contributi può dare il corpo a tale scrittura?

L’interesse per il corpo umano, e soprattutto per le sue misure nell’ambito della progettazione degli edifici e della città, era già presente nell’età classica. L’antropometria (uomo-misura), dal punto di vista architettonico, inizialmente si è concentrata sulla ricerca dei rapporti aurei tra le dimensioni della membra del corpo umano e tra questa e la sua totalità, approdando in seguito a numerosissime elaborazioni di carattere astrattivo matematico e di antropometria pura. L’antropometria è uno strumento che ci permette d’indagare e conoscere l’uomo attraverso le sue dimensioni, configurandosi in un sistema di dati a supporto di altre discipline come l’ergonomia. Quest’ultima finalizza i dati antropometrici all’ottimizzazione del rapporto tra l’uomo e l’ambiente costruito. Scopo di questi studi è "impossessarsi dello spazio", saperlo "vedere" costituisce la chiave d’ingresso alla comprensione dell’architettura e della città. E lo spazio lo si può comprendere soltanto attraverso il proprio corpo in movimento all’interno di esso.

Le nostri menti sono per abitudine fissate sulla materia tangibile. E noi parliamo soltanto di ciò che tocchiamo e di ciò che vediamo; pensiamo che alla materia si dia forma e lo spazio venga da sé. Tuttavia, lo scopo di un costruttore o di un progettista non è quello di erigere edifici attraverso la costruzione di muri e solai, perché il prodotto finale della loro attività è lo spazio. Quando noi costruiamo non facciamo altro che distaccare una conveniente quantità di spazio per poi chiuderlo e proteggerlo. Per capire meglio le nostre città e la loro architettura, dovremmo fotografarle, ma poi gettare via le fotografie e tenere solo i negativi: è lo studio dei vuoti – perché noi produciamo vuoti – che ci permette di capire se i nostri "prodotti" sono confacenti alle esigenze della gente.

L’architetto modella lo spazio come uno scultore modella la creta e cerca per mezzo dello spazio di suscitare un determinato stato d’animo in coloro che vi "entrano". Per suscitare emozioni si fa appello al movimento. Per esempio, quando entriamo dal fondo di una navata e ci troviamo di fronte a una lunga prospettiva di colonne, incominciamo, quasi per impulso, a camminare in avanti, perché così richiede il carattere di quello spazio. Anche se stiamo fermi, l’occhio è tratto a percorrere la prospettiva, e noi lo seguiamo con l’immaginazione. In questo caso lo spazio ci ha suggerito un movimento: una volta che questa suggestione si è fatta sentire, tutto ciò che si accorda con essa parrà aiutarci, e tutto ciò che la ostacola parrà inopportuno e brutto. L’architettura bella sarà quella che ha uno spazio interno che ci attrae, e ci eleva; la brutta sarà quella che ha uno spazio interno che c’infastidisce e ci repelle.

Il modello della città a misura d’uomo può aver comportato una sorta di provincialismo, nel timore che la città divenisse metropoli, come se ci fosse un corpo sociale da proteggere?

Chi sa quale sia la misura dell’uomo, ma soprattutto la misura "mentale" dell’uomo? Penso che costruire città a "misura d’uomo" non sia un problema dimensionale legato alla superficie più o meno grande della città, ma che sia piuttosto un problema di rapporti e di alternanza tra pieno e vuoto, tra costruito e spazio modellato da esso.

Non bisogna preoccuparsi della crescita della città, ma del modo in cui essa avviene. Prendiamo Zagabria, città divisa in due parti inconciliabili: la vecchia città, brulicante di vita, in cui la scena urbana è animata dalla presenza umana ed è in scala con essa; e la città nuova, fatta di grandissime case isolate nel verde, dove le strade sono quasi deserte e la gente non trova spazi che invitino a sostare, che stimolino l’incontro e lo scambio. La ragione di questo rifiuto è semplice: l’uomo non desidera grandi spazi deserti, desidera i suoi simili, vuole sentirsi insieme agli altri, e il modo migliore per sentirsi insieme è quello di essere dentro qualcosa, in uno spazio interno.

La via corridoio, stretta tra due mura è un fattore primario e insostituibile dell’effetto città, ed è la ragione del fascino e dell’influenza stimolante sui rapporti sociali delle antiche città. Trasformare la strada in una "autostrada" o in una semplice via di comunicazione, e la piazza in uno slargo indefinito fa perdere alla città il suo valore, la continuità della sua immagine viene stravolta, si passa da un centro dove il vuoto è proporzionato al pieno e dove l’uomo si riconosce e si sente "protetto" dallo spazio a una periferia dove il vuoto supera di gran lunga il pieno creando la sensazione di abbandono e di disagio.

In che modo oggi la scena della città può andare verso la qualità e non verso l’imbrigliamento dei vincoli urbanistici?

La qualità urbana non è legata alla sua grandezza ma al rispetto della proporzione tra il costruito e lo spazio modellato da esso.

La tendenza analitica che ha spinto gli urbanisti per decenni a dividere la città in zone omogenee dal punto di vista funzionale – da una parte le residenze cioè i dormitori, dall’altra i negozi magari riuniti tutti insieme negli shopping-centers, dall’altra ancora gli uffici, dall’altra i locali per lo spettacolo e fuori, ai margini della città, gli impianti produttivi – si è basata sul mito che tutti i problemi urbani potessero essere risolti dal trasporto e dalla sua velocità. Allo spreco di energie meccaniche causato dalla necessità di spostarsi continuamente si aggiunge lo spreco di energie umane. Le preoccupazioni igieniche, inoltre, hanno allargato le strade fino a farne squallidi spazi senza dimensione, hanno distanziato le case assegnando astrattamente la funzione di verde pubblico alle aree di separazione tra un casermone e l’altro. Bisogna ricucire le nostre città in un continuum in cui le funzioni più diverse s’intreccino, creando per i cittadini continui stimoli psicologici e creando le condizioni costanti di scambio e di incontro.