COME ACQUISIRE LA FINANZA PER L’IMPRESA

Qualifiche dell'autore: 
vice-presidente Vicario della Banca Popolare dell’Emilia Romagna

Vorrei riprendere tre dei temi toccati da Emilio Fontela. Il primo concerne la “finanziarizzazione” dell’economia e delle imprese. L’identificazione tra finanza e speculazione non è convincente. La finanza può avere anche finalità speculative, quando ha di mira solo il conseguimento di differenziali di prezzo tra le attività finanziarie comprate e vendute. Ma la finanza che interessa le imprese è uno strumento di fluidificazione e di appoggio dell’economia reale, cioè degli investimenti in impianti e tecnologie, di supporto per il giro degli affari, di capitalizzazione aziendale. Il problema che vedo sta nel “come” acquisire la finanza per l’impresa. A parte quella autogenerata dagli utili prodotti, la finanza occorrente viene procurata da due canali: o i prestiti erogati dalle banche, oppure i prestiti o il capitale di rischio provenienti dal mercato.
Nonostante io faccia di professione il banchiere, auspico, da sempre, l’ampliamento delle possibilità di accesso diretto, al mercato mobiliare, delle imprese, specialmente delle piccole e medie. Purtroppo, il sistema della borsa italiana è tuttora arretrato (pensate che in Spagna, da dove proviene Emilio Fontela, le imprese quotate in borsa sono oltre 700 contro le 300 italiane), e non sono ancora stati creati mercati locali, da inserire in rete nazionale, in cui l’imprenditoria minore e media possa offrire direttamente le proprie azioni o i propri titoli di debito per finanziare lo sviluppo.
L’impresa italiana è tuttora in gran parte banca-dipendente da un lato e famiglia-dipendente dall’altro. Ciò costituisce una limitazione sul piano competitivo in una economia che si globalizza.
Istituire una Tobin Tax sui profitti finanziari mi trova in assoluto disaccordo. Le misure di terrorismo fiscale contro il mercato sono controproducenti, fanno fuggire, in realtà, gli investitori, perché gli speculatori trovano sempre il modo di arrangiarsi, e tutto ciò, alla fine, va a scapito dell’economia reale.
In merito alla globalizzazione -– e vengo al secondo punto – non credo affatto che essa si trovi in conflitto con l’imprenditoria locale piccola e media. La competizione incentiva la qualità delle imprese. La possibilità delle imprese di insediarsi ovunque non può che favorire lo sviluppo di aree che hanno bisogno di decollare economicamente. Di certo può causare la scomparsa di imprese marginali, non redditizie, o la incorporazione di esse in altre imprese (ciò che è avvenuto a Sassuolo, a tutto vantaggio della qualità e dello sviluppo del comprensorio e senza traumi occupazionali). La globalizzazione può inoltre agevolare lo sviluppo in paesi ed in aree in cui trattamenti fiscali, efficienza delle pubbliche amministrazioni, elasticità del mercato del lavoro attirino gli investitori (il caso dell’Irlanda è significativo). Purtroppo, così non si può dire dell’Italia, ove queste condizioni non esistono, ed anzi, si verifica il fenomeno opposto di imprese italiane che cercano insediamenti in paesi più accoglienti sul piano economico.
La terza ed ultima osservazione riguarda il ruolo delle pubbliche amministrazioni. I loro compiti debbono essere chiari e definiti. A loro spetta definire i piani urbanistici, provvedere alle infrastrutture, fornire con sollecitudine i benestare amministrativi affinché le imprese possano insediarsi e fare il loro lavoro. Ancora una volta la burocrazia del nostro paese produce ritardi e disfunzioni che il mondo imprenditoriale lamenta.
Di contro, le nostre pubbliche amministrazioni coltivano ambizioni programmatorie, velleità di fissare obbiettivi di sviluppo, eccetera. Il loro compito è diverso. Non è quello di indirizzare le imprese, o di insegnare loro a fare il loro mestiere. È quella di fornire servizi, e di fornirli rapidamente e bene. Facciano le imprese il loro mestiere, per il quale rischiano il proprio. E le amministrazioni pubbliche facciano bene il loro, per il quale i cittadini pagano le imposte.