RESPONSABILITÀ DELL'IMPRESA E RISPETTO DELLE REGOLE

Qualifiche dell'autore: 
presidente di MD Microdetectors, Metalsider, Synapto e Cistelaier

La responsabilità sociale d’impresa è considerata sempre più un fattore indispensabile alla costituzione del valore delle aziende. Soprattutto le più grandi sono orgogliose di contribuire allo sviluppo del territorio attraverso le sponsorizzazioni di opere di restauro e di altre iniziative importanti. Tuttavia, sono poche quelle che, nonostante la loro importanza e dimensione – a volte addirittura quotate in borsa –, si attengono e rispettano gli impegni di pagamento pattuiti verso i loro fornitori, spesso piccole e medie imprese.

In che modo questo può essere tollerato in un momento di difficoltà come quello attuale?

Mai come oggi emergono più i vizi che le virtù. 

Da troppo tempo in Italia, pur essendoci una disposizione comunitaria, accade che in un contratto tutto venga rispettato – la qualità, il servizio, il prezzo –, tranne il pagamento, che viene considerato dal debitore come un’ipotesi. Vi sono aziende che pretendono pagamenti dilazionati, senza accettare una forma (come la ricevuta bancaria) che li impegni a rispettare la scadenza fissa pattuita, riservandosi così di pagare quando più fa comodo. Restando creditore impotente, il fornitore arriva ad essere costretto a sua volta a non far fronte ai propri impegni, dando inizio così a un circolo vizioso estremamente dannoso per l’attività delle imprese. 

È un problema enorme, frutto di malcostume. In questo paese troviamo non la mancanza di leggi e di regole, ma l’assoluta mancanza di rispetto delle leggi e delle regole. Quando la classe politica tenta di emanare un provvedimento restrittivo in qualsiasi settore o direzione, trova un’opposizione di principio affinché le cose restino sempre uguali. In questo paese pare che abbiano successo le leggi o i regolamenti che si prestano a tre interpretazioni: “Li rispetto, non li rispetto, faccio quel che mi pare”.

Questo è il nostro paese. Adesso diamo la colpa allo tsunami finanziario che effettivamente ha messo il mondo di fronte a una situazione imprevista e imprevedibile – è venuto meno il mercato, la gente si è spaventata, quindi ha ragione chi ha responsabilità a diffondere ottimismo e positività –, però il problema è politico: diamo la colpa agli americani, ma ci sono complici in Europa e in tutto il mondo. Anche nel mondo finanziario italiano c’è chi ha giocato a questa roulette. Queste cose sono successe perché i politici, ancor prima dei banchieri, hanno consentito e consentono che in questo paese si gestiscano i problemi sempre di più in forma consociativa. 

In altri paesi europei le regole vengono rispettate?

Senza voler invidiare i nostri parenti europei, credo che noi siamo un paese particolare, se è vero che abbiamo il debito più alto del mondo, o il secondo più alto, se è vero che abbiamo gli ospedali che non funzionano, se è vero che abbiamo le prigioni piene e a denunciare le cose che non vanno in Italia dev’essere Striscia la notizia

Da che cosa deriva tutto ciò? Di chi sono le eventuali responsabilità?

Non c’è dubbio che nei principali paesi europei il pagamento è sacro, ma non c’è altrettanto dubbio che l’Europa unita dal punto di vista politico non esiste.

Allora, in questo momento, in che modo si possono sfruttare nuovi mercati e strategie? 

Che cosa può fare la piccola e media impresa italiana?

Il refrain che bisogna fare ricerca e sviluppo fine a se stessi spesso si riduce all’invenzione dell’acqua calda e risulta insopportabile in quanto incapace di risolvere i veri problemi. È evidente che bisogna aguzzare l’ingegno. 

Fino al 2006, non ero mai stato in Cina e da allora ci sono tornato quindici volte, ma quante piccole e medie aziende possono andare in Cina, quante possono finanziare l’apertura di nuovi rapporti con un paese così lontano, con costi tanto elevati? Magari per accorgersi, in un secondo momento, che si tratta di nuovi mercati in cui ormai sono presenti quasi tutti. 

Sono stanco di sentire tanti luoghi comuni, ma sono ancora più stanco di ascoltare economisti che, ammesso che siano in buona fede, dicono cose che vanno bene in laboratorio, ma che in pratica non sono applicabili. Invece, è essenziale che il consumo si riequilibri con la capacità produttiva installata. E questo è il compito dei politici: devono decidere se è giunta l’ora di andare a sfamare la gente che muore in Africa e magari vendere loro anche la cucina a gas, la lavatrice e il televisore, perché qui nessuno ha più bisogno di niente. 

Con la globalizzazione, vogliamo andare tutti in Cina, però poi ci lamentiamo che i cinesi vengono qui. 

I politici stanno lasciando sole le imprese?

Stanno lasciando solo il popolo, la società. 

Chi ha responsabilità politiche deve governare in modo tale che ci sia benessere per le aziende, perché se ci sono le condizioni affinché le aziende possano gestire e guadagnare, allora possono dare occupazione. 

Se non creiamo ricchezza come possiamo distribuirla? Andiamo a rubarla a chi più o meno degnamente se l’è conquistata in questi ultimi trenta, quarant’anni? Mettiamo una tassa sui ricchi? Ma chi è ricco e chi non lo è? Per di più, dopo avere prelevato dai cosiddetti ricchi una tantum, una volta, due, tre, le risorse si esauriranno. 

Allora, bisogna gestire bene l’azienda pubblica, gestire bene l’azienda stato perché, a ben guardare, c’è da vergognarsi a vedere tutti questi baracconi e carrozzoni di destra, di centro o di sinistra che siano.

Credo che sia un’impresa immane e quasi forse disumana mettere a posto questo paese. Confido solo nella possibilità che i politici, di cui spesso non condivido il modo di agire, nel tentativo di evitare che questa crisi morda anche le loro calcagna, siano costretti a diventare virtuosi.